Immobili abbandonati: proprietà privata o peso pubblico?

Il paradigma di Vico Trone

Quello dei beni comuni a Napoli è da sempre un nervo scoperto. Sin dall’inizio del suo mandato De Magistris li ha ritenuti di importanza strategica. La creazione di un Assessorato ai Beni Comuni con a capo Alberto Lucarelli costituzionalista di frontiera ed esponente tra i più attivi del movimento dei beni comuni, la modifica dello Statuto del Comune di Napoli, la creazione dell’Osservatorio sui Beni Comuni, la nascita delle Consulte popolari sono solo alcune delle tappe di un percorso molto serrato che solo la drammatica situazione congiunturale ha potuto in qualche modo rallentare … senza mai però fermarlo.

giunta

Ventiquattro aprile duemilaquattordici. La Giunta Comunale di Napoli approva all’unanimità la deliberazione n.259. il titolo è “Indirizzi per la realizzazione di azioni dirette alla inclusione, nella categoria dei beni comuni, di beni ricompresi nel territorio della città di Napoli di proprietà di soggetti privati”.

E’ una delibera con la quale si individua un percorso di salvaguardia per la comunità. In altri termini se un bene di proprietà privata è in stato di abbandono e questo può compromettere o compromette decoro e condizioni igienico-sanitarie e ambientali il Comune può acquisirlo al suo patrimonio.

E’ previsto che il bene venga poi inserito nel novero dei beni comuni e, quindi, destinato ad attività di promozione sociale, culturale etc. Immediatamente si scatena la bagarre.

Da una parte c’è chi sostiene che è la stessa proprietà privata ad essere messa in discussione, dall’altra chi invece ne rivendica la funzione sociale che non può essere esercitata se il bene è in stato di abbandono.

Il tema è talmente scottante da creare non pochi imbarazzi anche nell’ambito della stessa maggioranza di governo della città e la delibera (che viaggia in coppia con quella che si occupa dei beni immobili di proprietà comunale destinabili a beni comuni approvata dal Consiglio a marzo 2015) torna ripetutamente all’esame della Commissione Consiliare Beni Comuni dopo essere stata inserita più volte all’ordine del giorno del Consiglio Comunale ma senza successo.

I toni sono preoccupati se non polemici. Cadono perfino gli steccati ideologici, Le perplessità diventano bipartizan unificando esponenti della sinistra riformista tanto quanto della destra conservatrice o del centro moderato. La cittadinanza dal suo canto assiste frastornata.

napoli1

Ma vediamo cosa effettivamente prevede la delibera e quale è la sua possibile incidenza sulla vita della comunità. Si parte dalla individuazione (anche attraverso strumenti e metodi di democrazia partecipata) di beni immobili e terreni di proprietà privata in stato di abbandono e, quindi, in grado di compromettere il decoro ma anche le condizioni igienico-sanitarie e ambientali degli abitanti circostanti. Il Sindaco, poi, invita i proprietari ad ripristinare la “funzione sociale” del bene entro un termine di cinque mesi. Se i proprietari rimangono inerti, li diffida ad attivarsi entro un termine perentorio di due mesi. Se nonostante ciò non vi sono segni di attivazione i beni vengono acquisiti al patrimonio comunale e, interpellate le Consulte, se ne individua una specifica “destinazione civica”.

Tutto appare più chiaro. E’ sotto gli occhi di tutti quanto immobili e terreni in stato di abbandono incidano negativamente sul complesso dell’insediamento abitativo circostante. Incidono, abbassandoli, perfino sui fitti o sul valore di scambio in caso di vendita oltre a creare problemi di ordine pubblico, di natura sanitaria ed ambientale, incidere sul decoro, etc..

Quando non diventano un vero e proprio costo che finisce con il ricadere sulle spalle della comunità. Emblematico e, per certi versi, paradigmatico il caso dell’immobile di Vico Trone 8 e dello sprofondamento della adiacente sede stradale avvenuto il 21 gennaio di quest’anno. Da quel momento inizia una vera e propria odissea per gli abitanti del Vico ma anche per la numerosa platea scolastica che frequenta l’Istituto comprensivo Fava-Gioia che si trova dall’altra parte della strada e proprio di fronte all’immobile.

E’ necessario, infatti, chiudere il vicolo tagliandolo praticamente a metà e costringendo chi abita a monte della interruzione a fare un giro lunghissimo per potere accedere ai servizi di prossimità (negozi, alimentari, ufficio postale, scuola, farmacie, stazione della Metro, etc.).

La scuola è stata in parte sgomberata in quanto minacciata dal possibile crollo dell’edificio, così come sono state sgomberate due famiglie. Siamo alle solite. Un immobile che sin dal 1980 è pericolante ed i cui proprietari (residenti all’estero) sono praticamente irreperibili o comunque non svolgono alcuna attività di cura del loro immobile ormai fatiscente, cadente. Per giunta, a gennaio la Civica Amministrazione per fronteggiare il pericolo determinato dalla voragine apertasi nella sede stradale e dal palazzo pericolante è costretta a sborsare 70.000 euro per i primi interventi (in regime di somma urgenza).

 

A maggio escono dalle casse del Comune altri 44.000 euro per il ripristino definitivo della rete fognaria. Ma, come sappiamo, il quadro dei costi che la comunità ha sostenuto deve essere completato considerando anche i costi del personale impegnato a fronteggiare le emergenze (ad esempio polizia locale per il presidio delle voragini, dirigenti ed impiegati comunali impegnati a produrre gli innumerevoli atti e provvedimenti connessi e conseguenti, le associazioni di protezione civile, etc.), dei mezzi e delle attrezzature.

maxresdefault

Insomma questo è uno dei tanti casi nei quali la proprietà privata si trasforma in un costo pubblico difficilmente recuperabile stante irreperibilità e disinteresse dei proprietari. E allora? Non sarebbe meglio trasformare i costi sostenuti per fronteggiare l’emergenza in una sorta di investimento civico sul bene immobile acquisendolo al patrimonio comunale? Forse se tutti provassero a rileggere alla luce di queste considerazioni e con grande senso pratico la vicenda la possibilità di acquisire al patrimonio comunale dei beni privati abbandonati per farne un “uso comune”, per trasformarli in spazi di sviluppo civico, di promozione sociale e culturale non farebbe più così tanta paura. Se solo si mettessero da parte le pregiudiziali ideologiche e le logiche di schieramento i timori potrebbero lasciare il posto al buon senso. Ci si potrebbe domandare se è giusto ed equo che la proprietà privata si trasformi in un peso pubblico… Forse…

La cassetta degli attrezzi

Delibera di Giunta Comunale n.259 del 24 aprile 2014 “Indirizzi per la realizzazione di azioni dirette alla inclusione, nella categoria dei beni comuni, di beni ricompresi nel territorio della città di Napoli di proprietà di soggetti privati”.

Per avere il testo in formato pdf basta scrivere alla redazione di CANTOLIBRE

Gli Assessori di riferimento:

Assessore al Patrimonio – Alessandro Fucito

telefono 0817954258 fax 0817955280 –

e-mail [email protected]

Assessore alle Politiche urbane, urbanistica e Beni comuni – Carmine Piscopo

telefono 0817954116/17 fax 0817954115 –

e-mail [email protected]

No commento

Lascia risposta

*

*