IMMIGRAZIONE A NAPOLI IN ETA’ NORMANNO-SVEVA

Il rapporto tra i Napoletani e gli stranieri dall’anno Mille ai giorni nostri. Da sempre città aperta e ospitale con tutti

Napoli con il passare dei secoli non smentisce la sua tradizionale predisposizione all’accoglienza: fin dagli albori della sua storia si configura come una città multiculturale, pronta ad assorbire e a declinare in maniera originale gli innumerevoli stimoli e influssi che vi convergono dall’esterno.

A partire dall’anno Mille almeno, contrariamente a quel panorama di immobilismo propagandato dalla passata tradizione storiografica, la città fu interessata da un continuo incremento demografico, che all’epoca andava attuandosi in tutto il resto d’Europa.

L’aumento della popolazione partenopea non era solo dovuto all’impennata del tasso di natalità, ma anche all’inurbamento degli abitanti del contado e in gran parte alla consistente immigrazione,temporanea o definitiva, di forestieri provenienti dai territori del Regno e di stranieri.

Nel contesto del Mediterraneo Napoli si andava distinguendo come importante centro commerciale, vera e propria fiera permanente, attirando a sé naturalmente un gran numero di mercanti ed artigiani, a cui si aggiungeranno, con la fondazione dell’Università da parte di Federico II nel 1224, numerosi studenti e docenti.

L’immissione in città di folti gruppi a vocazione mercantile, che coprivano ormai un ruolo da protagonisti nella vita economica, fu valutato in maniera positiva dai Napoletani, i quali anzi intervennero per tutelarli: già tra il 1134 e il 1137, in occasione del patto tra la nobiltà e l’ultimo duca Sergio VII, e poi nel 1190, al tempo di Re Tancredi, chiesero e ottennero condizioni di privilegio che valessero anche per i forestieri residenti in città.

Fra questi erano numerosi coloro che giungevano dalla costiera Amalfitana, stipati in specifiche zone, che ne conservano la traccia nella toponomastica (ad esempio il quartiere della Scalesia), al di fuori delle mura e caratterizzate da una crescente attività di scambio.

La presenza di questi gruppi di forestieri incise sulla realtà locale non solo dal punto di vista economico, ma anche a livello culturale, dal momento che essi tendevano a mantenere legami assai stretti con i loro luoghi d’origine, godendo in sostanza di una doppia cittadinanza.

Ma a Napoli vi risiedevano per lo più stabilmente al punto di innescarvi presto una mutazione genetica: essi entrarono a far parte dell’élite cittadina, prima monopolizzata dal ceto di proprietari terrieri.

Oltre agli immigrati dalla costiera, cospicui erano anche i gruppi di ebrei, presenti a Napoli sin dalla tarda antichità, come racconta Procopio di Cesarea nella Guerra gotica, concentrati nell’area di Portanova. La convergenza tra la volontà spontanea di vivere assieme e la spinta da parte delle autorità locali fece sorgere in città ben cinque quartieri abitatida soli ebrei – giudecche – affidati al controllo del vescovo.

Minore consistenza, nella prima metà del Duecento, avevano i gruppi di Pisani, Genovesi e di Francesi (Marsigliesi, Borgognoni, Provenzali) attirati dalla importante piazza commerciale napoletana.

In passato la presenza di Francesi in città è stata collegata esclusivamente alla discesa di Carlo d’Angiò e all’instaurazione della dinastia d’Oltralpe nel Mezzogiorno; in realtà vi sono documenti che attestano intensi rapporti fra Marsiglia e Napoli già durante gli anni Quaranta del Duecento: dalla Francia venivano importati tessuti di vario genere, oggetti metallici e in vetro ed esportati coralli, mandorle, noci sgusciate, ma soprattutto vino campano.

Questa gente d’origine francese, se non in maniera stabile, vi faceva residenza per periodi non brevi, pertanto dagli inizi del Duecento sentirono l’esigenza di riconoscere una chiesa di riferimento, che dopo poco soppiantarono con la fondazione, nella zona del Mercato, di una chiesa-ospedale dedicata a Sant’Eligio.

Questi vari gruppi di operatori economici forestieri presto si organizzarono in colonie dotate di legittimi governanti, i cosiddetti consoli, che avevano il compito di pattuire con l’autorità locale le condizioni d’accoglienza.

Alle colonie, collocate nella zona meridionale della città presso l’area portuale e quella del mercato ove si svolgevano gli affari, si aggiunsero a partire dal 1224 gli studenti dello Studium fondato da Federico II, stanziati molto probabilmente in alloggi modesti sparsi per la città; ma almeno nei primi anni di attività della nuova istituzione, completamente inedita per la realtà partenopea, esiguo era il numero di studenti e professori, questi ultimi ingaggiati da fuori città.

Nel pieno Medioevo Napoli si mostrava sapientemente aperta al diverso più di quanto appaia, in effetti,la nostra società alle porte del 2018

No commento

Lascia risposta

*

*