IL VERO FUTURO E’ IL FUTURO ANTERIORE

A proposito della chiusura del centro sociale Banchi Nuovi. Dallla lotta dei disoccupati a quello per la difesa della salute mentale.Una chiusura danno per la città

Riceviamo e pubblichiamo di   Enrico Beniamino de Notaris

Le origini

Il comitato di lotta per la salute mentale è nato nel 2011 ed ha una storia che affonda le radici in un incontro tra due componenti sociali: i disoccupati organizzati del centro sociale “Banchi Nuovi” e alcuni operatori (un ricercatore e diversi specializzandi) della cattedra di psichiatria della facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Federico II.

I due gruppi, pur provenienti da culture differenti, hanno condiviso riflessioni, e soprattutto modalità di relazioni, che hanno consentito ai loro diversi saperi di rinvenire convergenze e singolari coincidenze del loro sentire.

Occasione accidentale dell’iniziale convergenza fu, si era nel 2011, la constatazione del dilagare, in un’area sociale del centro storico della nostra città particolarmente e violentemente investita dalla crisi economica montante, del consumo di psicofarmaci, e quindi presumibilmente di disagio psicologico.

Il fenomeno fu oggetto di studio di due tesi di laurea che fornirono, sulla base di studi e rilevazioni professionalmente eseguiti, evidenze  convincenti sul possibile legame tra i due fenomeni.

Il dato di opinione acquistava quindi un certo spessore di credibilità ed imponeva pertanto uno sguardo differente e molto più largo sullo stesso malessere psichico, e di conseguenza una riflessione sulle prassi che in contemporanea caratterizzavano il “fare” dei servizi di salute mentale dell’ASL.

Nello stesso periodo infatti, con andamento sempre più deciso a partire dal 2012, le strutture pubbliche riducevano, ancor più drasticamente di quanto mai avvenuto prima, i loro servizi: l’ASL ridusse i giorni e gli orari di apertura dei servizi chiudendoli nei fine settimana e negli orari notturni, fino a ridurre da 10 a 5 le UOSM (Unità Operative Salute Mentale).

Tutto ciò contravvenendo alle leggi in materia (L. 180/78; L. 833 sul servizio sanitario nazionale; L. regionale 1/83) e soprattutto agli stessi principii fondanti del vasto movimento, politico e culturale, che rese possibile la chiusura dei manicomi e la trasformazione del modo di “sentire” la sofferenza grazie ad una convinta e multifattoriale operazione antiistituzionale.

Il neonato comitato di lotta per la salute mentale fu quindi  il primo risultato di un incontro che già di per sé era suggestivo di prassi originali e sperimentazioni tese a verificare la possibilità di considerare il disagio, la follia, il delirio, la sofferenza in genere, con uno sguardo aperto ad orizzonti più vasti.

In seguito il comitato ha seguito il solco della sua originaria intuizione e, anche grazie alla collaborazione di esponenti dell’associazione Sergio Piro, ha intrapreso pratiche tendenti a far riemergere i talenti dei sofferenti (anche con laboratori espressivi variamente orientati), a mettere in crisi parole ed idee supinamente acquisite come “scientifiche”, alla analisi e condivisione del ruolo nel quale i sofferenti sono relegati dal punto di vista politico e sociale.

Nessuna attività trasformativa è possibile fuori dal mondo nel quale siamo immersi, che è fatto innegabilmente di affetti, sentimenti, vissuti; ma anche di relazioni, servizi psichiatrici, farmaci, diritti negati, condizioni economiche, lavorative, abitative, etc.

Ciò ha generato da un lato una lotta di rivendicazione per i propri diritti, calpestati dalle istituzioni, e dall’altro la progressiva trasformazione dello stesso percepirsi come sofferente.

Il passato

Una delle conquiste culturali del movimento antiistituzionale del secolo scorso fu la premessa metodologica che nessun malessere psicologico può essere curato prescindendo dalla globalità del mondo affettivo, relazionale, sociale e politico: e il comitato di lotta per la salute mentale si ispira a quella conquista culturale.

Ma purtroppo, e forse diffusamente, prevale ormai nelle pratiche dei servizi un’ispirazione medicalizzante e normativa, a volte contestata esclusivamente sul piano delle “garanzie” da una debole opposizione che, esprimendo tutt’al più un certo sdegno per alcuni tragici eccessi (morti per TSO ad es.) non analizza o mette in discussione l’impianto fondativo della disciplina psichiatrica.

In questo senso il futuro, quello per il quale il comitato lotta, somiglia a quello immaginato dai tanti che, a partire dagli anni ’60, intrapresero uno dei pochissimi processi rivoluzionari maturati e parzialmente realizzati; ed in seguito totalmente tradito dagli epigoni di quel vasto movimento.

E’ quindi un futuro anteriore ai tempi nostri, non compiuto, e che se non recuperato ed attualizzato nella sua complessità rischia di essere utilizzato come copertura   e frammentato in falsi slogan, o, come purtroppo accade, addirittura strumentalmente sbandierato per nascondere tristi interessi personali.

 

 

Il futuro

Le due radici originarie del comitato di lotta, quella più storicamente politica dei disoccupati dei banchi nuovi e quella più problematicamente professionale delle varie figure di operatori della salute mentale, sono quindi confluite in una pratica di lotta politica e trasformazione personale strettamente correlate, per costruire un’esperienza originale.

Pertanto l’ impegno politico è sempre stato vissuto come momento indistinguibile da ogni altrimenti parziale prassi di “cura”, a partire dalla consapevole rivendicazione dei propri diritti sanciti da leggi colpevolmente disattese dalle istituzioni, fino al configurare concreti ribaltamenti delle definizioni psichiatriche e delle opinioni diffuse.

Questo impegno ha caratterizzato la presenza del comitato nelle realtà del quartiere (dormitorio pubblico ad es.); nel confronto con le altre “realtà liberate” della città; nella lotta per ottenere dal Comune di Napoli uno strumento di intervento pratico nelle istituzioni della salute mentale, concretizzato nella delibera istitutiva di un Osservatorio comunale sulla salute mentale (2015, precocemente avversato dopo poco dallo stesso assessorato cui faceva riferimento) e confluito poi nella neonata (decreto sindacale del 2018) “Consulta popolare salute e sanità”.

In quest’ultimo organo istituzionale sofferenti e familiari sono attivamente presenti, e ciò ha un significato imprescindibile nella prospettiva di “restituire loro la parola” in modalità non formali ma decisionali.

Nel comitato sono transitati in molti, ed il posto, tra l’altro sede della biblioteca Ramondino Neiwiller con circa 3000 libri catalogati, costituisce un punto di riferimento conosciuto e partecipato nel quartiere e dalle altre realtà cittadine che riflettono ed intervengono sulla salute mentale con varie ispirazioni ideali e stili di pratica.

Con molte di queste realtà si è iniziato da anni un tragitto comune di confronto, che ha prodotto un manifesto cittadino sulla salute mentale (manifestosalutementale.it).

E’ attivo un gruppo di mutuoaiuto; si accumulano esperienze e si scoprono aspetti umani prima interdetti dalle rigidità psichiatriche; si sperimenta la possibilità di trasformazione che è soprattutto trasformazione delle modalità di conoscenza; si è allestita una tre giorni di sensibilizzazione nel quartiere con spettacoli teatrali nello spazio “Piazza Forcella”; si è sempre cercata la partecipazione attiva del quartiere e dei soggetti sociali coinvolti nelle problematiche sulla salute mentale con incontri, dibattiti e iniziative pubbliche, dimostrando che ci si può allontanare dalle incrostazioni che complicano surrettiziamente l’incontro umano.

Da pochissimi giorni la storica sede del centro sociale “Banchi Nuovi” e del comitato di lotta per la salute mentale in via del Grande Archivio è stata chiusa dal demanio statale: che futuro ci aspetta?

Solo quello che riusciremo a costruirci guardando a quel futuro anteriore che, nonostante la frammentarietà di ogni ricostruzione storica, è fatto non da solidarietà disneyana, quella rapidamente espressa a colpi di “mouse”, bensì da partecipazione reale e coinvolgimento personale, intimamente trasformativo dei modi di conoscere ed agire, su tutti i piani, affettivo, professionale, politico.

E ciò costituisce un grande ed ineludibile rischio.

Che presumo abbia comprensibilmente intimorito non poco le varie realtà con le quali il comitato si è relazionato in questi anni.

I gruppi che in vario modo contattano il mondo dei “mortificati” (tale parola vuole richiamarsi all’etimologia: resi morti) cioè le persone che nel loro disagio vengono annichilite, tendenzialmente annullate in ogni loro espressione, sono costantemente tentati dal ricadere in pratiche, anche “buone”, ma lontane da necessarie aperture di orizzonte.

E’ difficile connettere fino in fondo gli avvenimenti personali a quelli sempre più complessi che si presentano se apriamo lo sguardo.

Può risultare più facile rinchiudersi nella rassicurante, se pur non riflessiva, generica comprensione o benevola accoglienza del disagio vissuto dai “mortificati” dal sistema.

Il comitato di lotta non credo abbia bisogno di forme di solidarietà genericamente espresse; per continuare a vivere, nonostante la chiusura del centro sociale Banchi Nuovi, ha bisogno piuttosto di mettere in comune con tutto il movimento la propria esperienza.

Una sede chiusa con la forza si riapre non solo perchè c’è qualcuno che la riapre e presidia, ma anche perchè quello che succede in quel centro sociale vive del bisogno di confrontarsi.

Soprattutto perchè la vera chiusura non è un lucchetto messo dall’autorità giudiziaria; ma lo è la penetrazione dell’ideologia dominante nel movimento che ad essa vorrebbe contrapporsi.

 

 

Segue l’appello del centro sociale Banchi Nuovi

 

 Appello assemblea in difesa del centro sociale Banchi Nuovi

Nei giorni scorsi come già abbiamo reso noto la struttura che ospita il centro sociale Banchi Nuovi è stata interessata da un provvedimento di verifica da parte dell’agenzia del demanio dello Stato. Ciò ha comportato la chiusura del Centro avendo questi signori cambiato lucchetti e posto un avviso come sigillo. Questo luogo da 11 anni occupato dalle attività di movimento dei disoccupati organizzati, non è stato solo sede di aggregazione per gli stessi, ma è stato centro di iniziative sociali culturali e politiche. E’ stato attraversato da svariate anime e realtà del movimento antagonista napoletano e nazionale, ma anche da personalità della cosiddetta società civile e tutt’oggi ospita il comitato di lotta di salute mentale e la Biblioteca “incompiuta” Ramondino –Newiller.

A prescindere se è il Demanio dello Stato o il Ministero dell’interno che mette in pratica anche a Napoli il decreto Salvini, per noi questo è e resta un attacco politico non solo al nostro movimento ma a tutte le realtà della città.

Gli spazi sociali vanno aperti e non chiusi, questo governo ama puntare il dito e attaccare sempre i più deboli, preferiscono requisire beni e immobili a chi li fa suoi per uso abitativo o per renderli luoghi di aggregazione, dibattito e lotta per il miglioramento delle proprie condizioni di vita. Nel centro storico di Napoli è da anni che si sfrattano famiglie bisognose per vendere gli immobili ai palazzinari che ne fanno poi bed&breakfast e ora si inizia con i centri sociali per metterli a reddito e far ingrassare le casse dello Stato.

In difesa non solo del Centro sociale Banchi Nuovi ma a tutela di tutti gli spazi occupati invitiamo le realtà di movimento che hanno attraversato Banchi Nuovi all’assemblea che si terrà lunedì 1°aprile alle ore 17,00 all’università di Mezzocannone 16

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