Il Vasto: quartiere denutrito e spolpato

Il razzismo ha cercato invano di cambiare le idee di un quartiere che con i fratelli musulmani condividono i sogni e il pane

Riceviamo e pubblichiamo di Arianna Rosatti

Al Vasto non si vede il mare, se non da spicchi di angolature segrete, ma è come se si avvertisse.
Dalla finestra del Quarto Piano di Via Torino si scorge un’impalcatura del porto, ed un lembo di acqua. Se l’occhio si sofferma tra i dedali del quartiere del Vasto,  la visuale che attraversa lo sguardo è invece simile ad una fabbrica di viaggiatori del mondo, che brulica e murmulea in modo incessante ed instancabile, ma allo stesso tempo  viene strozzata e resa muta.

Conoscere la storia dei propri quartieri, significa conoscere sé stessi; prima di essere giudicato, il quartiere del Vasto, o meglio, i quartieri, avrebbero bisogno di parlare, a partire dalle mille voci e lingue che li compongono, attraverso i secoli di storia che li hanno plasmati donando loro non una, ma plurime identità.

Al Vasto le vie hanno i nomi delle città di Italia, Via Ferrara, via Milano, via Firenze… in virtù dell’Unità di un Paese, che ahinoi così unito non è, o perlomeno, non lo è nei suoi principì fondamentali, in primis, la pari dignità sociale di tutti e tutte senza distinzioni.

A causa della mancanza di questi valori, perduti, sottratti, rinnegati e calpestati,  il Vasto viene raccontato solamente con gli occhi di chi ha contribuito a sdrucirne il tessuto sociale, togliendo servizi ed offerte culturali e sottraendo quindi le possibilità di uno sviluppo e di un benessere dei suoi abitanti, in primis le criminalità organizzate, macchia nera del paese. Sembra ad oggi impossibile pensare che a via Milano sorgesse un Cinema “l’Excelsior”; la “Broadway” napoletana, era infatti tra la Ferrovia e Piazza Carlo III, con sale anche all’interno dell’Albergo dei Poveri. Del resto, come scrive Pino Cacucci, anche i poveretti una volta andavano a teatro, e guai a chi glielo toccava, l’arte e la cultura mettono i sentimenti in comunanza e rappresentano anche la solidarietà delle vite dei borghi e dei quartieri…non a caso vengono strappate via.

Tornando a noi, come molti  luoghi di frontiera, ovvero i crocevia autentici del mondo, il quartiere è stato denutrito e spolpato, in questo caso da ingenti speculazioni generatrici di  morbi persistenti soffiati sul malessere generale , primo tra tutti, il razzismo, diffuso e generalizzato ma soprattutto, scientificamente utilizzato per dividere e controllare interessi ed affari.

Per una volta non parleremo di racket, sparatorie ed accoltellamenti.

Si sa, tra chi non ha nulla da perdere, a volte queste regole non funzionano, è sempre più raro scattino meccanismi di solidarietà e compartecipazione, ma il sangue che scorre nelle vene è rosso per tutti,  e a volte è difficile discriminarci tra noi.

Le signore del Forno Marigliano hanno dato uno schiaffo in faccia ai fascistelli di Torre Maura che il pane lo hanno calpestato per non darlo ai Rom., secondo il più egoista dei ragionamenti: se tolgono un diritto a me, nemmeno il mio vicino può usufruirne.

In questo lembo di terra dove non c’è il mare, ma lo sentiamo, dai racconti dei fratelli e delle sorelle che lo hanno attraversato, in questa  zolla di terreno di frontiera, il pane si mantiene caldo per i fratelli musulmani, lo si divide e lo si mangia assieme. Così come si prega e si condivide la vita, come ci si tiene stretti gli uni agli altri respirando assieme, che poi significa cospirare assieme per la bellezza, una bellezza non intesa come decoro ed esclusione della marginalità, ma come risorsa accessibile a tutti.
Come un’opera a teatro

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