Il trasporto pubblico e la banalità della lotta di classe

Per chi ha fatto la scelta di non utilizzare il trasporto privato per muoversi, l’estate è un vero e proprio incubo

L’estate sta finendo, un anno se ne va e con trepidazione io e tanti abitanti dell’urbe e della metropoli abbiamo salutato la fine dell’orario estivo dell’ANM. Non che si colgano già appieno le differenze, ma per
In realtà credo che non tutti possano permettersi il lusso di scegliere.

Io provengo dalla piccola borghesia intellettual-impiegatizia, ho un livello di istruzione elevato, ho una formazione politica e una discreta coscienza di classe che annaffio con cura tutte le settimane con una buona dose di realtà e un pizzico di materialismo storico e alla luce di una serie di considerazioni ho deciso fin da giovane che avrei utilizzato il trasporto pubblico.

metroPer la precisione ci sono tre ordini di fattori: innanzitutto psicoantropologico, guidare mi porta un malessere fisico associato a forme regressive e aggressive che mi spingono a percorrere a ritroso lo straordinario processo di evoluzione della specie, se si guardasse l’umanità dalla prospettiva degli automobilisti il mondo si ridurrebbe ad una versione horror delle teorie di Hobbes; il secondo fattore è di natura economica, sono un operatore sociale quindi costitutivamente precario, soggetto a part-time involontario e, quando il Comune fa la grazia, sottopagato, quindi, per quanto gli abbonamenti al trasporto pubblico più ci si sposta dall’urbe verso la metropoli assumano le caratteristiche della rapina senza giusta causa, non posso concedermi il lusso di un’automobile; il terzo fattore è politico, fin quando l’industria automobilistica resterà centrale nel sistema economico e produttivo, non ci sarà mai nessun cambiamento significativo nel sistema economico e produttivo e in soldoni più aumentano le automobili più si contrae l’offerta pubblica.

biglietti-anm-2Ma appunto non tutti scelgono. Se il problema fosse solo di natura strumentale potremmo pensare che le pittoresche trovate della sharing economy, con le diverse forme di condivisione possibili, anche quelle della macchina, possano tamponare la carenza o l’assenza di servizi pubblici. Ma la sharing economy ha la stessa matrice di quel meccanismo che porta alla costante e progressiva restrizione o smantellamento dei servizi pubblici, tra cui quello del trasporti. In effetti quello a cui si assiste, dal momento in cui si raggiunge la fermata dell’autobus a quel particolare stato di grazia da cui si è pervasi quando in un modo o in un altro si riesce a salirci sopra, a un autobus, altro non è che lotta di classe.

Anni fa un amico trotzkista che si trovava a Baltimora perché aveva raggiunto la compagna che lì stava concludendo il suo PhD, in uno dei suoi reportage sugli usi e costumi degli americani, segnalava come sugli autobus i passeggeri fossero tutti inevitabilmente neri e poveri.
Chiunque abbia avuto modo nella sua vita di prendere almeno una volta l’autobus davanti alla fermata di Chiaiano della Linea 1, andando in direzione del ventre molle della metropoli, si sarà potuto fare un’idea plastica del senso profondo della parola “brulicare”.

La Metropolitana scarica a Chiaiano decine e decine di persone ad intervalli che vanno dagli otto ai quindici minuti, sul piazzale antistante la stazione avviene una scrematura: chi ha la macchina prosegue per andare a recuperarla, chi sta a piedi si sedimenta sul piazzale. Considerando che l’attesa minima di un autobus, non importa di quale linea perché ne passa uno alla volta, è di almeno venti o venticinque minuti, se ne deduce che alla fermata si vanno accumulando almeno due sfornate di passeggeri della Metro. Quindi, in una condizione ottimale, quando l’autobus arriva è di fatto già pieno. Ma se, come spesso avviene, andiamo oltre i venticinque minuti di attesa la situazione inizia a diventare problematica, tanto che non si può più essere sicuri di riuscire a salire sul mezzo di trasporto.

Questa incertezza, che coglie tutti indistintamente, senza guardare a forma fisica, età, stati di alterazione mentale, razza, livello di igiene personale o grado di istruzione, crea nelle persone che attendono da un tempo che

si allunga all’infinito nello spazio, uno stato di agitazione profondo, che probabilmente pesca in ataviche fantasie di abbandono e nella paura cieca di non riuscire mai più a tornare a casa, tale da manifestarsi in forme di estrema aggressività.

trafficoGià mentre l’autobus si accinge a fermarsi, facendosi strada tra una giungla di automobili private che attendono di prelevare amici o parenti usciti o che usciranno dalla Metro, la massa umana supera il limite del marciapiede per dare vita, all’apertura delle porte ad uno spettacolo di sconfortante miseria umana: quelle che un tempo erano persone si accalcano su tutte le porte dell’autobus, e in particolare quella centrale da cui bisognerebbe uscire, spingendosi, strappandosi, digrignando i denti e menando gomitate, facendo volare insulti e sputi e promesse di morte, mentre da dentro l’autobus, e in particolare dalle porte periferiche da cui bisognerebbe entrare, un numero appena più esiguo di persone tenta disperatamente di scendere alzando le ginocchia, respingendo indietro gli assalitori, a testa bassa o provando un disperato body surfing… Quando questo feroce intreccio laocoontico si sarà sciolto, i nuovi occupanti dell’autobus si ritroveranno pigiati uno contro l’altro, sudati, sfatti, a strusciarsi a ogni buca della strada o ad ogni frenata del conducente, a tossirsi in faccia, a scambiarsi umori, puzze e grasso della pelle, in vetture che le riconosci e sono ogni giorno più sporche.
Questa esperienza degradante è riservata quotidianamente a due tipologie di persone: quelle che hanno fatto una scelta politica e quelle che non possono scegliere. Gli altri prendono la macchina.
In alcuni momenti di rabbia penso che sia colpa della crisi, del taglio dei trasferimenti agli enti locali, della mancanza di una politica industriale e della svendita dell’industria meccanica italiana. Poi, però, penso a quando andai all’Università a fare la prova scritta per il concorso del TFA, ero sull’ineffabile banchina della fermata di Chiaiano poco prima delle otto di mattina, in pieno orario di punta, quando per forza di cose le corse dovrebbero essere più frequenti, eppure per poco non rischiai di rimanere fuori a causa della folla.

Certo a Napoli ci sono le fermate della Metropolitana più belle del mondo, ci si possono fare visite turistiche con tanto di guida, ma se devi andare a lavoro o devi arrivare puntuale per un concorso è meglio che tu ti faccia due calcoli sul tempo e una volta fatti te ne prenda un po’ di più. Se avessi fatto tardi a causa della Metro il risultato della mia prova scritta non sarebbe cambiato, ma mi sarei perso una magnifica esperienza.

funicolarwE non sono solo la Metropolitana e gli autobus, la Funicolare Centrale sulle sei corse che fa in un’ora due sono dirette, collegano direttamente il Vomero con via Roma saltando le fermate intermedie, tagliando l’utenza dei Quartieri Spagnoli. Le corse dirette della Funicolare Centrale sono un retaggio del passato, una persistenza crostificata, un monumento all’inattualità: non hanno nessuna utilità pratica, servono solo a marcare una differenza.
Chi intreccia quotidianamente la sua vita con i tempi e i modi del trasporto pubblico, non è soggetto ad una serie di ineffabili casualità, ma vive sulla sua pelle la rude e crudele concretezza della lotta di classe, ne esperisce intimamente la pervasività fino a toccare con mano a che punto la propria vita ne è condizionata. Anche l’amplificarsi delle sue nefaste manifestazioni andando dal centro dell’urbe ai confini della metropoli sono il segno di una gerarchia classista.
Quando esco di casa la mattina per andare a lavoro o la sera, quando dal lavoro torno a casa, accendo le mie cuffie bluetooth e le accoppio al mio smartphone lasciando partire la musica, poi tappo sullo schermo e apro l’applicazione del Manifesto in modo da tenere occupato anche il mio campo visivo. Non posso evitare che l’odore degli altri mi entri dentro mio malgrado, ma attivo le mie strategie di sopravvivenza estraniandomi, portando la mia coscienza altrove, muovendomi sul filo dell’alienazione.

Poi, attraverso la musica nelle cuffie, si fa largo una voce. Una voce incazzata. Interrompo la lettura e alzo la testa dallo schermo per girarmi verso quella voce e vedo un ragazzo nero che sembra la versione bella di Jimi Hendrix, vestito fichissimo con tanto di collane e bracciali, che arringa la massa umanoide stipata nell’autobus cercando di fargli capire che a forza di aspettare un’ora alla volta, ci lasciamo rubare la vita. E così mi ricordo che la rivoluzione è un esito possibile della lotta di classe e che per affrontarla bisogna avere la coscienza vigile e i piedi ben piantati nella realtà, altrimenti non può esserci nessuna possibilità di cambiarla. E così spero di riuscire, prima o poi, a trovare il coraggio di imitare questo ragazzo che non si è lasciato vincere dalla stanchezza e continua ogni giorno la sua lotta.

Un commento

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  • Giulia Barile
    15 settembre 2016 at 9:57 - Reply

    Caro nipote,mi hai regalato cinque minuti di divertimento ma un lunghissimo tempo di incazzatura,grazie! Continua!