Il teatro si fonde in città: Luparella è Napoli

Il grido di Enzo Moscato contro la guerra e la memoria smarrita

Riceviamo e pubblichiamo di:  Antonio Grieco                                                                                                              

Luparella ovvero foto di Bordello con Nanà –  testo scritto per la lettura da Enzo Moscato agli  inizi degli anni Ottanta, ormai un classico della nuova drammaturgia italiana, è ritornato domenica scorsa nella Chiesa di San Lorenzo Maggiore, ultimo spettacolo della rassegna “teatro in cappella”, a cura di Antonia Lezza, promossa dal Centro Teatro Studi del Teatro Meridionale Italiano ed Europeo. Rivedendolo – a distanza di alcuni anni dalle indimenticabili interpretazioni di Isa Daniela e dello stesso Moscato – il monologo, in una lingua napoletana contaminata e rinventata, non solo non ha perso nulla della sua originaria forza espressiva, ma per molti versi appare ancora più attuale, per quel suo sguardo crudele, lucido, visionario, che scava nel nostro passato per alludere alla infinita barbarie del nostro presente.

 Nel Chiostro di San Lorenzo, all’ aperto, quando è ancora giorno, tra due leggii posti ai lati della scena pedana, Moscato è Nanà, un giovanissimo femminiello che racconta della mostruosità della guerra a Napoli attraverso la breve e tragica storia di Luparella – una prostituta che insieme ad altre sue amiche lavora come lui in un casino nei pressi di via Toledo. E perché nulla sia dimenticato della violenza nazista di cui la città è stata vittima, il testo evoca la necrofilia – l’atto più estremo e ignobile della perversione sessuale: per Eric Fromm simbolo di quel dominio assoluto che parte sempre dal potere e dal controllo sui corpi. Siamo nel 1943, in una città  ancora occupata dai tedeschi. e Nanà è al servizio nel famoso bordello di vico Carmeniello dove i tedeschi vengono ad ogni ora del giorno brutalizzando e torturando le povere donne “vendute” e costrette ad ogni sorta di umiliazione.

Qui, in questo appartamento ormai vuoto – tutte le altre prostitute sono andate via per qualche giorno – c’ è Luparella che aspetta un bambino; è da poco uscita di conto, e non lascia in pace un attimo il ragazzino, “schiavo tra le schiave”, raccomandandogli di raggiungere immediatamente “Catarina ‘ a vammana” ai  Cariati, nel caso i dolori si aggravano e il parto sia ormai prossimo, indicandogli, se per sventura non dovesse farcela, anche i cassetti dove ha riposto tutto ciò che serve per il parto e per il nascituro. Ma la salute di Luparella peggiora ogni giorno di più; in quella faccia sofferente Nanà non scorge nulla di buono: “era gialla, gialla limone, verde auliva: a dint’o lietto, cu e scolle bagnate in fronte, ca io cagnave e scagnave continuamente, Luparella, me pareve overamente san Gennaro ‘a croce o Lagno, pronta a tirare le cuoia!”.

Quando le doglie indicano che la sua amica è ormai pronta per partorire, Nanà corre a cercare Catarina; ma non la trova, sembra sia stata sfollata come tante altre famiglie del quartiere dopo i devastanti bombartamenti americani. Così torna a casa. Trova Luparella tra la vita e la morte. Moscato sussurra qui, tra sé, le parole accorate di Nanà con lievi movimenti del corpo e delle mani : “Ll’uocchie stevene sott’acqua. Nun alluccave manco chiù e o respiro se ne steve annascunnuto a cocche parte, chi sa addò, forse abbascio ‘e rine”. Nanà allora si fa coraggio. Decide di fare da sola. Vuole almeno salvare il bambino. E ci riesce: un attimo prima che Luparella esali l’ultimo respiro.

Ma la tragedia e l’orrore non sono ancora finiti. Dietro di lei infatti compare, inaspettato e minaccioso, un soldato tedesco:  “senza fucile, senza bomba, senza niente. Sulo cu e braccia appese, e cu duie uocchie, azzurre azzurre…”. Che si getta come una belva sul corpo morto di Luparella, oltraggiandolo senza pietà. E’ allora che Nanà capisce, senza alcuna esitazione, cosa deve fare in questa ormai macabra stanza di tortura: e, “senz’allucca chiù. Senza dicere na parola. Freddamente”, afferra le forbici, ancora attaccate al cordone della placenta della povera donna, e le conficca con tutte le proprie forze nella schiena del tedesco. La stanza s’inonda di sangue. Un sangue che sembra una pittura, dice Nanà. Qualcosa di falso. Trascina il tedesco lontano. Poi risale. Il bambino piange. Riesce a rimediare qualcosa in cucina  che placa la fame di entrambi. Alla fine Nanà, ripeterà tra sé per tutta la notte : “ A comme so mbriaca : e io voglio voglio murì si chesta è a Storia”. Al mattino, sente le puttane ritornare al casino cantando, ignare di ciò che è accaduto.

Moscato sulla scena è solo. Recita senza enfasi, per sottrazione, contro ogni stereotipo comucativo  locale e globale. Danza con le parole e con il suo corpo e la sua lingua meticcia allude sia a un sogno di riscatto e di liberazione, che a quella violenza senza fine e senza tempo che continua ad abbattersi su  tutti i reietti, i clandestini, e i disperati della terra. “Parole nude e crude” che, di in tanto tanto, l’autore attore interrompe cantando con un filo di voce O’ munasterio, celebre e suggestivo brano musicale di Costa e Di Giacomo.

Luparella è la Storia di Napoli, ricorderà alla fine Moscato ringraziando il pubblico dopo il suo lungo e sentito applauso. E la sua voce, che mescola dolcezza e ferocia e fa vibrare la vita – aggiungiamo noi – è semplicemente il suo volto, la sua anima, la sua memoria smarrita.

 

Antonio Grieco

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