Il sultano della repubblica ottomana

Un’analisi dei motivi che hanno indotto il popolo turco ad affidare per l’ennesima volta il proprio futuro al partito di un satrapo democraticamente eletto

Riceviamo e pubblichiamo

di Antonio Ruocco

Le attesissime consultazioni elettorali in Turchia del primo novembre hanno visto trionfare il partito del Presidente Erdogan, l’AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), che ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi nel Parlamento turco. Si tratta della formazione politica che ha governato il Paese negli ultimi tredici anni, e che soltanto alle elezioni di giugno ha accusato una flessione consistente delle preferenze alle urne. Cinque mesi fa, infatti, le elezioni parlamentari avevano sì premiato l’AKP, ma esclusivamente come partito di maggioranza relativa, imponendogli di trovare un accordo con un’altra formazione parlamentare, con l’aiuto della quale si sarebbe potuto formare un governo di maggioranza. L’impraticabilità di questa via ha portato allo scioglimento del Parlamento da parte del Presidente Erdogan, che ha poi indetto le elezioni di questo novembre.

parlamento turco voto erdoganLa Turchia è una Repubblica parlamentare, per cui, come accade in Italia, il popolo non elegge direttamente il Primo Ministro, ma vota per la distribuzione dei seggi in Parlamento. La legge elettorale è proporzionale, ma prevede una pesantissima soglia di sbarramento al 10%. Il Parlamento è poi chiamato ad esprimere un voto di fiducia sul Governo e sui suoi componenti, anche se è consuetudine dei partiti politici indicare il proprio candidato alla carica di Primo Ministro prima delle consultazioni. Viceversa, dal 2014 il Presidente della Repubblica è eletto direttamente dal popolo (quello in carica è proprio il dominus dell’AKP, RecepTayyipErdogan). Questa circostanza, che non è propria di un sistema di tipo parlamentare come quello turco, si spiega con la volontà, da parte di Erdogan e della sua formazione politica, di riformare lo Stato in senso presidenzialista, attraverso un processo di revisione della costituzione che è tuttora in corso.

Il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, il raggruppamento uscito vittorioso dalle elezioni di novembre, è un partito di stampo conservatore e islamista, liberista in campo economico e decisamente oppressivo e soffocante per quanto riguarda i diritti civili e le libertà fondamentali. Inizialmente presentatosi come una formazione filo-occidentale e democratica, al punto che sotto Erdogan la Turchia ha addirittura intavolato le trattative per aderire all’UE, l’AKP ha negli ultimi anni mostrato il suo lato più oscuro: dalla violenta repressione delle manifestazioni di Gezi Park nel 2013, culminata nell’oscuramento dei siti di Facebook e YouTube, ai bombardamenti dei ribelli curdi nel Sud-Est del Paese, fino alle brutali intimidazioni nei confronti della stampa di opposizione (tre giorni prima delle elezioni la polizia ha occupato le sedi di due giornali antigovernativi e dei rispettivi canali televisivi).

Erdogan_1La svolta autoritaria di Erdogan, ben lungi dal dissuadere i cittadini turchi dal votare il partito al governo, ha paradossalmente ottenuto l’effetto di presentare l’AKP come il partito maggiormente in grado di garantire l’ordine e la sicurezza in una situazione di grave instabilità. All’indomani delle elezioni di giugno, infatti, è apparso evidente come, in assenza di una maggioranza assoluta, fosse impossibile trovare un accordo per la formazione dell’esecutivo tra i quattro partiti che erano riusciti a entrare in Parlamento. È realistico pensare che lo stesso Erdogan abbia fatto di tutto per scoraggiare un compromesso, nella speranza (ben riposta) di vincere al successivo confronto elettorale. I Turchi hanno contestualmente avuto l’impressione ben chiara che, al di fuori dell’AKP, nessuno fosse in grado di assicurare governabilità al Paese.

L’instabilità politica, come noi in Italia sappiamo bene, non si limita soltanto a privare lo Stato della sua guida, ma produce effetti catastrofici anche sul piano economico e finanziario: i mercati internazionali sono apparsi molto turbati dall’esito delle elezioni di giugno e la Lira turca ha fatto registrare un crollo verticale nei confronti del Dollaro e dell’Euro. Questa circostanza ha contribuito ad alimentare la paura della popolazione. Naturalmente, subito dopo la diffusione dei risultati elettorali di novembre, la borsa di Istanbul ha ripreso a correre (+5,4%) e anche la moneta nazionale ha riguadagnato le posizioni che aveva perso in precedenza, con grande soddisfazione di Erdogan, che in campagna elettorale aveva promesso anche la ripresa sui mercati finanziari.

kurdistanMa il fattore che maggiormente ha spinto la Turchia a non voltare pagina è sicuramente stato il crescendo di orrore e violenza dentro e fuori i confini del Paese. Se la situazione internazionale sembrava già precaria a causa del necessario coinvolgimento turco nella guerra civile siriana (la Turchia confina a Sud proprio con Siria e Iraq, gli Stati in cui imperversa l’ISIS), a sconvolgere gli incerti equilibri politici e sociali è intervenuto il drammatico episodio della bomba alla stazione della capitale Ankara, che ha provocato la morte di 97 persone che stavano partecipando a una marcia per la pace. Il colpo di grazia alle ambizioni dell’opposizione democratica lo hanno poi dato gli esponenti dell’opposizione medesimi, i quali hanno gridato alla strage di Stato portando a sostegno di questa tesi argomenti debolissimi e palesando in questo modo la più totale impreparazione a reggere le sorti del Paese. Pare infatti ormai certo che l’attentato sia riconducibile proprio allo Stato Islamico, intenzionato a punire Erdogan, reo di avere, negli ultimi giorni, deciso un inasprimento della lotta al jihadismo.

Generated by IJG JPEG LibraryLa combinazione di questi pesanti fattori di instabilità ha dunque convinto il popolo turco a preferire la sicurezza e l’affidabilità garantite dall’uomo forte al turbamento degli equilibri che poteva derivare dalla vittoria delle opposizioni democratiche. Le quali si sono dimostrate comunque del tutto inadatte a sostituire quella che ormai sembra aver definitivamente assunto la fisionomia di una dittatura.

Un’ultima nota merita la cancelliera tedesca Angela Merkel, che il 18 ottobre si è recata ad Istanbul per promettere di accelerare il processo di adesione della Turchia all’Unione Europea in cambio di un aiuto più concreto da parte di Erdogan nella gestione della crisi dei profughi siriani. Un incontro diplomatico che a pochi giorni dalle elezioni ha dato a molti la sensazione di tradursi in un endorsement in favore dell’AKP. Non è la prima volta che la cancelliera tenta di influenzare le scelte democratiche di altri paesi agitando la bandierina dell’Europa in piena campagna elettorale, quindi la cosa non ci stupisce. Ma non ci deve neanche lasciare indifferenti

 

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