Il potere delle donne è il trionfo della parità

Le definizioni, in particolar modo nell’ambito dei movimenti per i diritti, organizzazioni e modelli societari alternativi, spesso non racchiudono la piena essenza del loro contenuto e creano fraintendimenti tali...

Le definizioni, in particolar modo nell’ambito dei movimenti per i diritti, organizzazioni e modelli societari alternativi, spesso non racchiudono la piena essenza del loro contenuto e creano fraintendimenti tali da distorcerne il senso e l’obiettivo.

Oggi più che mai, una qualunque rivendicazione e lotta da parte di una categoria specifica, viene considerata una ricerca di supremazia, solo perché combattendo il modello maggioritario, si finisce chiaramente col proporne uno opposto che valorizzi la minoranza in lotta. Ma se quest’ultima lottasse per diventare la maggioranza, cadrebbe in una contraddizione in termini, la vittima diventerebbe uguale al carnefice, essa combatte invece per raggiungere pari diritti, per l’uguaglianza ed orizzontalità. Chiaramente tutte le rivoluzioni hanno toni forti, radicali, non si può certo chiedere sottovoce il permesso di ribellarsi, o semplicemente essere moderati, soprattutto quando l’interlocutore è colui che ti rende schiavo. Ma è proprio quest’atteggiamento che spesso porta fuori strada. Nell’immaginario comune la femminista resta una donna che odia gli uomini, una amazzone che li vuole sottomettere, di solito lesbica, che non cucina e non si fa la ceretta. In questo modo è assimilabile al maschilista, quindi le due parole diventano uguali, entrambe categorie negative perché professano la supremazia di un genere. Il femminismo invece lotta proprio contro questo fraintendimento, poichè vuole la parità dei sessi a differenza del maschilismo. Quanto alle immagini, ovviamente sono stupidi stereotipi, ma c’è un motivo valido per cui esistono e per cui molti nelle proprie lotte se ne avvalgono: dare un’alternativa completamente opposta al modello che esisteva prima. Come, ad esempio, l’atteggiamento del transgender che non viene accettato per il suo “estremismo”. Il passo avanti dovrebbe essere capire che questa è solo la superficie, dove per comodità ci categorizziamo e ci dividiamo in conformista e anticonformista, depilate o baffute, travestiti o machomen, ma la verità è ben oltre la parola o l’aspetto: qualunque PERSONA con un minimo di sale in zucca dovrebbe essere femminista, a maggior ragione una donna, NON PER VINCERE MA PER AVERE IL DIRITTO (o dare il diritto al prossimo) DI GIOCARE. Nella nostra società il diabolico accordo tra patriarcato e capitalismo ci opprime in un clima classista di discriminazione, è un potere subdolo che annulla le persone sia nel lavoro che nella vita sociale. Esistono invece veri e propri modelli di società alternativi che oggi fanno la differenza e sono rarissimi perché mettono in pratica l’orizzontalità come stile di vita, l’autonomia e la pace contro le gerarchie: le società matriarcali. Anche qui, il nome potrebbe far pensare ad un dominio assoluto delle madri, invece letteralmente il termine significa “all’inizio le madri”, e si riferisce all’origine della vita, al rientro in un equilibrio naturale, nel segno dell’uguaglianza senza classi, avvalendosi di valori completamente opposti a quelli delle società patriarcali. A livello economico il concetto di proprietà privata non esiste nel matriarcato, bensì vige la proprietà collettiva basata sulla circolazione di doni. L’accumulo di ricchezza si annulla e si crea invece piena libertà e fiducia nel prossimo, uscendo fuori chiaramente dalla globalizzazione e valorizzando la produzione locale. Contro il consumo sfrenato questo stile di vita propone un ritorno ad un rapporto rispettoso e fruttuoso con l’ambiente e persino con la spiritualità. La comunità cinese del Mosuo, circa 50mila persone che vivono nel villaggio di Loshui, provincia di Yunnan, all’estremo sud-ovest della nazione, è un esempio di organizzazione matriarcale contemporanea e ribelle all’oppressione del governo centrale. Il matrimonio non esiste, si da valore all’amore e nel caso esso si traduca in un legame, ognuno resta a casa sua con le sue proprietà, quando nasce un figlio viene cresciuto dalla famiglia della madre, ma il padre può vederlo quando vuole, contribuire ed essere comunque centrale nella sua vita. In questo modo il sentimento si sviluppa spontaneamente, e la famiglia non risente di problemi conseguenti a separazioni. Un altro mondo. 11158111_925188367533796_585411064_nA proposito di altre realtà, da Loshui spostiamoci a Kobane, nel Kurdistan siriano – Rojava, si è parlato del ritorno a Senigallia dell’unico italiano che, partecipando alle staffette di solidarietà organizzate dai centri sociali, ha poi deciso di combattere al fianco dei curdi nella resistenza, Karim Franceschi. Ma, senza nulla togliere al suo valore, sicuramente un onore per il paese, non va dimenticato che di questo scenario bellico i media occidentali non hanno fatto che porre l’accento sulle atrocità del terrorismo fondamentalista islamico, mentre dall’altra parte c’è un’organizzazione curda ribelle che ha lottato per liberare il proprio popolo: l’YPG/YPJ, il cui fiore all’occhiello sono le donne. Di queste milizie volontarie infatti, si sono distinte in particolare le guerriere che hanno scelto la rivoluzione non solo nella lotta specifica contro l’ISIS, ma nella vita. La forza di queste donne, e in generale dei curdi del PKK, movimento di stampo socialista, si vede non solo dal loro coraggio in guerra ma dall’autogestione del territorio. Essi si identificano nel “Confederalismo democratico”, i cui principi si basano sul rispetto dell’ecosistema, la parità di genere assoluta, il pluralismo religioso, etnico e culturale, la pace nel segno di una democrazia partecipativa. “Noi, popoli delle Regioni Autonome, ci uniamo attraverso la Carta in uno spirito di riconciliazione, pluralismo e partecipazione democratica, per garantire a tutti di esercitare la propria libertà di espressione. Costruendo una società libera dall’autoritarismo, dal militarismo, dal centralismo e dall’intervento delle autorità religiose nella vita pubblica, la Carta riconosce l’integrità territoriale della Siria con l’auspicio di mantenere la pace al suo interno e a livello internazionale.” Questa la Carta del Rojava, sembra un’utopia, invece esiste e resiste proprio in uno dei mondi più lacerati.

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