Il patrimonio culturale: un veicolo per la solidarietà e la pace

Aggiornamento Unesco: Non solo pizza, ma anche musica e danze, premiate Grecia, Cuba, Serbia e SudAmerica

Riceviamo e pubblichiamo di Gianmarco Pisa:

L’importante conferenza inter-governativa di Jeju, in Corea, dal 4 al 9 dicembre scorsi, è stata chiamata a decidere sulla registrazione, nella lista del patrimonio mondiale UNESCO dell’umanità, di nuove espressioni socio-culturali del patrimonio immateriale. In totale, trentatré elementi sono stati inseriti in questa lista e certo la “parte del leone”, negli organi di stampa nazionali, l’ha svolta «l’arte della pizza», sostenuta dai 3000 pizzaioli napoletani e dai due milioni di firme, a sostegno della candidatura, raccolte in giro per il mondo, che ha rappresentato, in questa sessione, i colori italiani nella lista dell’UNESCO, nella quale, tra l’altro, il nostro Paese detiene un vero e proprio primato, con ben 58 elementi riconosciuti nel patrimonio dell’umanità.

Tuttavia, la pizza napoletana è solo uno dei patrimoni culturali il cui valore è stato riconosciuto a livello universale da questa, che senza dubbio passerà alla storia come una delle conferenze inter-governative più interessanti, se consideriamo la pluralità e il significato dei tanti elementi che hanno fatto il loro ingresso nella lista rappresentativa, vale a dire il registro delle forme di espressione socio-culturale capaci di testimoniare la vivacità e la pluralità del patrimonio immateriale e di suscitare interesse e consapevolezza in ordine alla loro importanza e alla loro tutela. In particolare, l’iscrizione di nuovi elementi, anche nel registro delle forme culturali bisognose di urgente salvaguardia e di speciale protezione, sollecita la comunità inter-nazionale a fornire cooperazione e supporto affinché tali espressioni culturali siano ancora praticate e trasmesse.

Tra questi elementi del patrimonio a rischio troviamo la “musica llanera” della Colombia e del Venezuela, amata e ricordata a suo tempo anche dal leader bolivariano Hugo Chavez. I canti popolari del llano consistono di melodie cantate sui temi del lavoro agricolo o pastorale tradizionale, misti talvolta ad elementi magici o religiosi. Trattandosi di canti basati su testi e storie di vita popolare llanera, sono minacciati nella loro sopravvivenza, in relazione alle trasformazioni della vita sociale e familiare, alla urbanizzazione e alla industrializzazione, nonché alle trasformazioni demografiche cui va incontro la società llanera stessa. È l’intera cultura llanera, del resto, a essere importante in questi contesti, quelli della regione della savana e delle praterie a Nord dell’Orinoco, una cultura che si esprime attraverso un complesso di forme letterarie e musicali, quali la danza dello joropo, con i suoi strumenti, il cuatro (la chitarra a quattro corde), la bandola, il furruco.

Un importante riconoscimento, tra i Paesi della regione, è stato assegnato a Cuba, che ha visto l’arte del “punto” iscritta nel patrimonio mondiale immateriale. Il “punto” è la musica e la poesia popolare degli agricoltori cubani, basata su una melodia sulla quale il cantante o il musicista improvvisa una o più strofe impostate su un tema ritmico puntualmente riconoscibile. È un fattore centrale del patrimonio culturale tradizionale cubano, soprattutto in quanto da’ forma, esprime e veicola l’identità delle comunità che lo praticano, e si trasmette sia in maniera informale sia attraverso programmi di insegnamento dedicati.

Suoni e colori, peraltro, non si fermano alla soglia dei Caraibi. La Festa di Marzo, festa della primavera, diffusa, in particolare, in Macedonia, Bulgaria, Romania e Moldova, ma ampiamente praticata in tutta la regione balcanica, è associata al primo giorno di marzo, e riguarda l’insieme delle tradizioni atte a celebrare l’inizio della primavera. Le pratiche socio-culturali principali riguardano, ad esempio, il fatto di indossare abiti e tessuti bianchi e rossi come simbolo del passaggio dall’inverno alla primavera, ma anche gli incontri che attraversano le famiglie e coinvolgono la comunità, rappresentando, in tal modo, un fattore coesivo, di creatività ed interazione, sociale e con la natura, veicolando, in maniera informale, la continuità della pratica.

Legata alla primavera è anche la Festa di Ederlezi, molto sentita in tutti i Balcani, sopratutto in Serbia e in Macedonia, ma anche in Turchia, con il nome di Hıdrellez. Essa ha luogo il 6 maggio, giorno della festività di S. Giorgio secondo il calendario ortodosso, che corrisponde al Djurdjevdan serbo, appunto Ederlezi in romanì e Hıdrellez in turco.

Essendo la festa della primavera, rappresenta, anche nelle culture rom, la festa del risveglio della natura e, per estensione, della continuità della vita, cui, del resto, lo stesso simbolo, la ruota della vita, presente sulla bandiera rom, fa riferimento. Essendo una festa riconosciuta e condivisa a carattere trans-nazionale, è spesso anche l’occasione di incontri tra le comunità, è talvolta festeggiata insieme, ed è un potente veicolo di dialogo inter-comunitario.

Nell’occasione della festa, si tengono, nei Paesi della regione, eventi e rituali legati alla natura, anche di buon auspicio per la protezione del bestiame e la tutela dei raccolti. Non solo: quello stesso 6 maggio, nel 1942, i fascisti ustascia croati rastrellarono circa 3.000 serbi di Sarajevo (ma anche ebrei, musulmani e anche molti Rom) per deportarli nel campo di concentramento di Jasenovac.

Ancora nei Balcani, l’UNESCO ha registrato nella lista rappresentativa del patrimonio immateriale dell’umanità anche due forme musicali, il kolo serbo ed il rebetiko greco. Il Kolo serbo è la danza popolare di gruppo tipica della Serbia, sebbene sue forme e varianti si trovino in tutta la regione che va dalla Croazia al Montenegro, e viene danzata in cerchio, con i danzatori che si tengono per le braccia, in modo da formare una catena danzante. È la danza che accompagna feste e celebrazioni e svolge un’importante funzione sociale, di connessione e relazione, coinvolgendo i membri della comunità, rappresentando inoltre l’elemento veicolare di un patrimonio più ampio, che comprende anche i costumi tradizionali che, in occasione delle celebrazioni, i danzatori indossano, e gli strumenti tradizionali, quali la fisarmonica, la frula (flauto) e la šargija. Anche quest’ultima è un patrimonio trans-nazionale: corrisponde, infatti, al bouzouki (greco) e alla baglama (turca).

Il Rebetiko greco è l’espressione musicale, attraverso il canto e la danza, tipica delle classi popolari urbane della Grecia e ne esprime, ora in maniera ironica, ora in forma drammatica, le storie di esclusione o di emarginazione.

Nati come canti di detenzione (il rebeta era il prigioniero che esprimeva in versi e musica la sua solitudine e la sua prigionia), i canti rebetici sono diventati, per estensione, anche espressione di uno stile di vita e di pensiero indipendente e anti-conformista. Il Rebetiko si articola oggi attraverso repertori diffusi e riprodotti in occasione di eventi e manifestazioni di carattere sociale, e viene in genere trasmesso oralmente.

Ed infine, dalla Grecia all’Italia, non può mancare il riferimento alla pizza. Quest’ultima entra nel patrimonio mondiale UNESCO sotto forma di «arte del pizzaiolo» ovvero di «arte di fare la pizza», una pratica culinaria ampiamente definita e standardizzata sia in merito alla qualità degli ingredienti sia in relazione al processo di preparazione per fasi, fino alla cottura nel forno a legna. La pratica è originariamente (e tipicamente) napoletana, ammantata di storie e di racconti, sin dalla sua ideazione nella prima metà del Settecento, assai diffusa, in una infinità di varianti, in tutto il mondo, ed è continuamente praticata, a partire dai tremila pizzaioli napoletani, giocando un ruolo notevole quanto a socializzazione e trasmissione inter-generazionale.Ovviamente c’è molto altro tra gli elementi del patrimonio culturale  mondiale  (una lista completa dei nuovi elementi rappresentativi è visibile sul sito UNESCO); d’altra parte, non c’è dubbio che ogni selezione, legata al contenuto che si intende veicolare, sia di per sé parziale e opinabile. Tuttavia pare chiaro che, anche da questi pochi cenni e da questa assai parziale elencazione, possa risaltare il contenuto importante, sia sotto il profilo sociale sia dal punto di vista culturale, che la protezione del patrimonio culturale immateriale viene ad assumere. Intanto, come indica la Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (Parigi, 2003), esso viene a includere l’insieme delle pratiche culturali, rilevanti per le comunità, che non si condensano solo in oggetti fisici e che si trasmettono, lungo le generazioni, attraverso pratiche sociali e relazionali.

Infatti, in base all’art. 2 della Convenzione, «per “patrimonio culturale immateriale” si intendono le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, i saperi, come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti, i luoghi e gli spazi culturali associati a essi, che le comunità, i gruppi e, in alcuni casi, gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale. Questo patrimonio immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in relazione al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso di identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana. [Ai fini della Convenzione] si terrà conto di tale patrimonio immateriale nella misura in cui è compatibile con gli strumenti esistenti in materia di diritti umani e con le esigenze di rispetto reciproco fra comunità, gruppi e individui, e di sviluppo sostenibile».

La sua rilevanza sociale, come mette in luce, in premessa, la Convenzione, è fuori discussione: da un lato, riconosce «l’importanza del patrimonio culturale immateriale in quanto fattore principale della diversità culturale e garanzia di uno sviluppo duraturo»; dall’altro, conferma «il ruolo rilevante del patrimonio culturale immateriale in quanto fattore per riavvicinare gli esseri umani e assicurare gli scambi e l’intesa fra di loro». La rilevanza sociale del patrimonio culturale va, indubbiamente, estesa ai beni culturali materiali, in quanto «manufatti, espressione della creatività umana, dotati di valore universale sotto il profilo storico e artistico».

Foto da Alpha 350Foto da Alpha 350

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Per la città di Napoli, questa dimensione del patrimonio storico e culturale acquisisce una particolare importanza politica e sociale: è qui appena il caso di ricordare che l’intero centro storico di Napoli è, sin dal 1995, patrimonio mondiale UNESCO e che l’UNESCO riconosce il valore universale del suo patrimonio, essendo «una delle città più antiche d’Europa; i suoi luoghi conservano traccia di preziose tradizioni, di incomparabili fermenti artistici e di una storia millenaria; nelle sue strade, piazze ed edifici è nata e si è sviluppata una cultura unica al mondo, che diffonde valori universali, per un pacifico dialogo fra i popoli. Il suo centro storico, inserito dal 1995 nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO, appartiene all’umanità intera». In esso si riconosce, pertanto, un valore storico e umano, culturale e di relazioni, unico al mondo: per l’insieme dei cittadini e delle cittadine che vivono questo patrimonio e per la sua apertura al mondo, ai popoli e alle culture.

La cultura diviene così non solo espressione della soggettività di un popolo, occasione di mutuo riconoscimento e di memorie collettive, ma anche veicolo di incontro, di solidarietà e di pace, di apertura e di relazione, tra i popoli, nel cuore del Mediterraneo, oggi sempre più affacciato su sponde segnate da guerre, conflitti e migrazioni. Un messaggio importante, venuto dalla vigilia del 10 dicembre, la Giornata Mondiale dei Diritti Umani

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