Il Parlamento Europeo rinvia la decisione sul TTIP

Il 10 Giugno scorso era previsto il voto al Parlamento Europeo per il Trattato di Liberalizzazione Commerciale Transatlantico, uno degli accordi più discussi e contestati dell’ultimo decennio. Ma il presidente Schultz ha deciso di rinviare la votazione, facendo appello all’articolo 175.

Gli oltre 200 emendamenti da discutere sul TTIP sono stati un ottimo pretesto per il Presidente a posporre la votazione a data da definire. Le numerose critiche, nonché una forte opposizione da parte di molti partiti europei, hanno spinto Schultz ad appellarsi all’articolo 175 – che permette di rimandare gli accordi con oltre di 50 emendamenti alla Commissione Parlamentare affinché ne verifichi il sostegno.

I negoziati, interamente nelle mani della Commissione, sono stati tenuti segreti per molto tempo e sono in parte ancora in fase di elaborazione. Il Parlamento ha il potere di rifiutare qualunque accordo finale, ma deve necessariamente prendere una posizione chiara durante il processo stesso.

Anche se alcuni sostengono che il rinvio non sia da considerarsi come una sconfitta per i sostenitori del trattato, non si può non tenere in conto delle forti mobilitazioni da parte dei cittadini Europei. Oltre due milioni hanno infatti firmato la petizione anti-TTIP e, come sottolineato dal MEP Irlandese Sean Kelly, « il rinvio del voto è la riposta all’enorme pressione da parte della società civile »

L’annullamento del voto, con la conseguente cancellazione del dibattito, ha mostrato la fragilità politica della grande coalizione alla guida del Parlamento, con enormi fratture tra Partito Popolare e Social Democratici.

Le posizioni

I Repubblicani Francesi, membri del PPE, hanno sottolineato come il rinvio sia la chiara dimostrazione della confusione che regna all’interno del partito Social Democratico.

Yannick Jadot, France's Europe Ecology Party deputy, attends the summer meeting of the Green Party in Nantes, August 20, 2010. REUTERS/Stephane Mahe (FRANCE - Tags: POLITICS ENVIRONMENT HEADSHOT)

Yannik Jadot, portaparola economico dei Verdi, ha dichiarato come il Presidente Schultz abbia « rinviato il voto per evitare che queste divisioni venissero messe agli atti, principalmente riguardo alla questione del meccanismo di protezione degli investitori (ISDS). La divisione all’interno del Parlamento sul TTIP è un enorme cambiamento di rotta rispetto al voto di due anni fa e mostra come la crescente pressione pubblica stia dando i suoi frutti. E’ importante che questa pressione da parte del settore pubblico e della società civile venga mantenuta. »

Emma McClarkin, portaparola del gruppo di Conservatori e Riformisti Europei, ha dichiarato come « la decisione di rinviare il voto sia molto deludente. Il parlamento era pronto a votare sulla sua posizione, ma il Presidente Schultz ha ritirato il voto per salvare la faccia al Partito Socialista »

Il Gruppo Confederale della Sinistra Unitaria Europea ha voluto invece sottolineare come questo fosse una vittoria per il movimento STOP-TTPI, che ha mostrato gli effetti negativi di tale trattato per i cittadini europei, soprattutto per quanto riguarda l’ISDS e la liberalizzazione dei servizi.

Il « Transatlantic Trade and Investment Partnership », meglio conosciuto sotto l’acronimo di TTIP, è un accordo di liberalizzazione commerciale tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti. L’idea è di facilitare scambi commerciali tra due le superpotenze economiche, che coprono oltre un terzo del PIL mondiale (FMI, 2013), per contrastare l’avanzata delle economie asiatiche – Russia e Cina in primis – che dal canto loro non esitano a firmare accordi economici e di sviluppo.

In breve, l’accordo si basa su tre punti: accesso al mercato, ostacoli non tariffari e questioni normative.

Le liberazioni riguardano la circolazione di merci, servizi e appalti pubblici, con l’obiettivo di semplificare la penetrazione nei mercati locali da parte di imprese d’oltreoceano. Con esse, la conseguente riduzione delle tariffe doganali di importazione ed esportazione, per invogliare gli investitori, così come una semplificazione (leggi: riduzione) dei sistemi normativi nazionali.

La più parte delle discussioni e delle contestazioni sono su settori sensibili come l’alimentazione, gli OGM, la sanità pubblica, l’ambiente o le controversie impresa-stato.

Corn field

Per fare un esempio, le regole Europee sull’allevamento o sugli standard degli OGM – venuti da anni di trattative tra governi ed associazioni di cittadini e che sono molto più severe rispetto a quelle degli Stati Uniti – rischiano di piegarsi alle esigenze di un libero mercato che permetterebbe di cancellare con un colpo di spugna i progressi fatti nella difesa dei diritti degli individui.

Altro punto molto discusso è l’ISDS (Investor-State Dispute Settlement), ovvero il meccanismo di risoluzione delle controversie tra Stato e Imprese, che prevede l’istituzione di un tribunale ad hoc per proteggere gli investimenti da parte delle società straniere da un trattamento discriminatorio del paese di accoglienza. In pratica, una società che investe e ritiene che determinate norme nazionali possano ritenersi « discriminatorie », può fare causa al paese dinanzi ad una corte arbitrale (senza passare quindi per i sistemi giuridici ordinari) e ribaltare le decisioni prese dai governi – eletti democraticamente dai cittadini. Per questo motivo, molti lo definiscono come un proprio e vero attacco delle corporation verso la Democrazia, ed è uno dei punti principali di discussione all’interno del trattato.

Alla luce di tutto ciò credo sia lecito domandarsi a che tipo d’Europa stiamo andando in contro. Un’unione più economica che sociale, un’unione in cui sono le grandi imprese e le multinazionali a fare da padrone e non i cittadini, un’unione ben lontana dai sogni di democrazia ed uguaglianza tanto inseguiti. Un’unione che, a mio avviso, dovrebbe fare qualche mea culpa in più e qualche accordo economico in meno.

 

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