Il granfalloon della decarbonizzazione

L’unica de è quella della débâcle capeggiata dai decisori politici in cerca di consenso, di scientisti in carriera e da speculazioni imprenditoriali

Il termine granfalloon è stato generato dalla fantasia narrativa dello scrittore americano Kurt Vonnegut nel suo romanzo Cat’s Cradle (Ghiaccio Nove nella versione italiana), pubblicato nel 1963, per descrivere una surreale condizione associativa di umani che credono in qualcosa che non ha senso. Il termine è entrato ben presto nel lessico della psicologia sociale per indicare comportamenti di gruppi o masse umane (identità di gruppo) fondati sull’emotività generata dalla capacità di un leader o dall’argomento in questione, spesso basandosi su fatti scientifici non consolidati. Si pensi ad esempio alla convinzione della superiorità della razza ariana.

I fatti, le soluzioni e le strategie che orbitano intorno alle complesse tematiche della sostenibilità forniscono un terreno fertile per generare il granfalloon. Mario Giampietro, definisce il granfalloon come una crociata sociale. Questa crociata oggi è molto in voga tra decisori politici, imprenditori e scientisti che in maniera roboante distribuiscono salvifiche soluzioni usando le loro conoscenze, quasi sempre affette da ipocognizione (una visione iper-specializzata, riduzionista e semplicistica di fatti complessi) e quindi prive di narrazioni pertinenti e analisi solide. Il risultato è che questa crociata, invece di risolvere i problemi, finisce per stabilizzare lo status quo o, addirittura, generare altri problemi.

Quello della decarbonizzazione del pianeta, uno slogan molto in voga negli ultimi anni, è un ottimo esempio per descrivere questo interessante comportamento sociale. L’umanità, fatta eccezione per gli sparuti negazionisti, ha iniziato a maturare con solida convinzione il concetto di decarbonizzazione qualche decennio fa, dopo aver compreso che il massivo e soprattutto rapido utilizzo delle risorse fossili stava innescando importanti mutamenti ambientali, il più noto dei quali è rappresentato dal cambiamento climatico. Unitamente a questi aspetti ambientali si sviluppava anche la consapevolezza che le risorse fossili non sono rinnovabili, pertanto esauribili in tempi ancora incerti da definire con estrema precisione.

La semantica è fondamentale per comprendere il significato che si da alla parola decarbonizzazione, composta dal prefisso de e dall’azione di carbonizzare. Il prefisso de indica privazione. Questo prefisso, associato all’azione della carbonizzazione indica quindi la sottrazione di carbonio. La carbonizzazione, in chimica, è il fenomeno per cui le sostanze organiche si arricchiscono di carbonio. Questa azione, traslata ai sistemi socio-ecologici umani, indica la richiesta di carbonio per garantire il metabolismo di questi sistemi, sia come fonte di energia che di materia. Prima del massivo uso di risorse fossili, le comunità umane basavano la loro “carbonizzazione” sulle biomasse. In questa fase storica dell’umanità la popolazione del pianeta non superava un miliardo di individui, la distribuzione spaziale delle popolazioni era sparsa, si disponeva di una superficie di foreste in più pari alla superficie dell’intero Continente Europeo, le rese produttive dell’agricoltura erano basse, gran parte delle ore lavoro erano utilizzate per produrre ed estrarre cibo e materie prime, il plus-valore monetario era molto basso. La scoperta ed il massivo utilizzo delle risorse fossili ha innescato un profondo mutamento strutturale e funzionale delle comunità umane (quindi il metabolismo dei sistemi socio-ecologici); (i) la popolazione globale cresceva e cresce ancora in maniera esponenziale,; (ii) la gran parte della popolazione si è concentrata nelle aree urbane dove si produce la quasi totalità del plus valore monetario; (iii) quindi aumento vertiginoso del PIL; (iv) si è deforestato per dare spazio alle aree urbane e soprattutto alle aree agricole; (v) l’energia sussidiaria ha garantito maggiori rese produttive e capacità estrattive di materie prime; (vi) le ore lavoro sono state deviate verso attività a maggiore produzione di plus-valore monetario. Quindi, allo stato attuale dei fatti, il concetto di decarbonizzazione indica le diverse strategie possibili per rinunciare alle risorse fossili con l’obiettivo di preparare le future generazioni ad utilizzare fonti energetiche e di materia alternative al fossile con la speranza di ridurre le pressioni ambientali causate dalle risorse fossili. A riguardo mi sento in dovere di fare una puntualizzazione, dal momento che la narrativa dominante associa al fossile una minima parte delle pressioni ambientali, quasi sempre puntando il dito accusatore sulle emissioni di CO2 e la diffusione di plastiche nell’ambiente, causando una semplificazione dei fatti e quindi delle soluzioni da adottare per “risolvere il problema”. Come ho già avuto modo di sottolineare nei miei precedenti post, l’uso delle risorse fossili ha innescato un brusco aumento del metabolismo dei sistemi socio-ecologici determinando un elenco quasi infinito di pressioni ambientali ma anche socio-economiche. Per citarne alcune: cambiamento del territorio, riduzione di risorse minerarie, riduzione di biodiversità, perdita di fertilità dei suoli, eutrofizzazione delle acque, immissione di sostanze tossiche, etcn. Per questo motivo le soluzioni da adottare non possono essere progettate basandosi sulla percezione di un singolo aspetto ma bisogna essere capaci di interpretare l’intero sistema per comprendere come i diversi parametri interagiscono. Oggi una parte degli scienziati (purtroppo ancora pochi) che hanno maturato questa interpretazione sistemica si esprimono nei termini di valutazione del “nexus” (il nesso tra i diversi fattori).

Un altro aspetto da non sottovalutare nella narrativa di chi propone strategie di decarbonizzazione è che queste rappresentano nuove forme di sviluppo socio-economico in grado di garantire alle nazioni di perseguire i loro obiettivi di crescita del PIL e quindi di alti standard di vita ai cittadini. Cosa vuol dire? La decarbonizzazione può sostanzialmente essere effettuata attraverso tre strategie: (1) ridurre l’aureola esosomatica di ciascun abitante del pianeta (si veda un mio precedente post); (2) trovare fonti alternative al fossile; (3) soluzioni che coniughino i due precedenti punti. Più facile a dirsi che a farsi. Dopo descriverò in maniera sommaria (tutta colpa dello spazio limitato che mi assegna Umberto) quali sono i problemi. Prima però vediamo come prende forma il granfalloon.

 

Come si costruisce l’opera teatrale del granfalloon della decarbonizzazione

Gli elementi per una buona sceneggiatura e gli attori ci sono tutti.

Sceneggiatura

Una società pentita vuole cambiare stile di vita. Non vuole però ammettere il suo animo torbido, vuole invece ammettere tutte le sue debolezze. Tutta colpa di un bad-boy, il fossile. Un po’ come la scena classica dove lui viene colto in flagrante con l’amante: “cara, non è come credi”. Troveremo tutti insieme le soluzioni per uscire da questa dipendenza.

Gli attori

Non è difficile trovare gli attori giusti in una società edonista ed esibizionista (come si potrebbe spiegare il successo dei talk-show televisivi e dei social networks?).

Una classe politica in cerca di consenso. La ricerca del consenso politico è un fenomeno molto complesso influenzato da diversi fattori: condizione socio-economica del paese, coefficiente di corruzione, deontologia professionale, obiettivi ideologici, appartenenza a lobby, semplice ricerca di un’occupazione. Queste prerogative finiscono per influenzare sostanzialmente le scelte politiche che, nell’ambito delle tematiche della sostenibilità sono molto complesse e necessitano di competenze e conoscenze solide. Poiché la quasi totalità dei politici non ha queste competenze e conoscenze scientifiche per valutare i fatti si affida a quella componente della società che ha il ruolo di produrre le opportune conoscenze che dovrebbero servire (il condizionale non è mai fuori luogo) a generare il processo socio-politico del decisionismo politico. Questa componente è rappresentata dalla comunità di scienziati che allo stato attuale dei fatti non sembra stia dando prova di fornire competenze e conoscenze affidabili, per diversi motivi: (i) una classe che fluttua in un sistema autoreferenziale; (ii) una classe fagocitata da un sistema meritocratico basato sulla quantità e non sulla qualità dei risultati; (iii) la prevalenza di approcci analitici riduzionisti incapaci di affrontare lo studio di sistemi complessi ed adattativi.

Il cast di attori si arricchisce di una componente fondamentale, vale a dire la componente impreditoriale della società che deve rappresentare il mutamento produttivo. In questa fase di avvio del nuovo modello di sviluppo decarbonizzato i rischi economici sono tanti, dal momento che l’economia carbonizzata è molto vantaggiosa economicamente. Ragion per cui l’avvio deve essere garantito da solidi incentivi pubblici in attesa che il nuovo sistema possa vivere di vita propria.

Last but not the least, il granfalloon si deve poggiare su di un diffuso programma di informazione, per questo motivo il cast deve necessariamente dotarsi del sistema di informazione. Il ruolo che deve svolgere è molto semplice: semplificazione mediatica, informazioni effimere e banali, strazianti immagini di balene incinte di plastica, cavallucci marini comodamente sdraiati su dei proteggi slip, polpi intenti ad indossare un preservativo e, soprattutto, ottimistiche notizie per fungere da calmiere per le coscienze dei cittadini.

La “crociata granfalloonica” che in questo momento è più in voga è quella che utilizza il “vessillo del green”. Tutto ciò che è green è sostenibile per garantire il processo di decarbonizzazione? La mia risposta, così come quella di molti studiosi, è NO.

Perché? Quali sono i problemi? Molto semplicemente può essere descritto dal famoso detto popolare: spuogl’ a S. Anna e viest’ a Maria (traduzione per coloro che non hanno familiarità con l’idioma dialettale campano: togli le vesti a S.Anna per vestire Maria). Se disponiamo di un solo vestito non possiamo vestire due persone con lo stesso vestito, l’alternativa è quella di rimodulare l’abito utilizzando lo stesso vestito. Il risultato che ne deriva non sarà propriamente riconosciuto dalle autorità ecclesiastiche poiché la minigonna ed il décolletté non sono contemplate nell’imaginario iconico dei fedeli.

La realtà dei fatti, che purtroppo sfugge ai molti, è che le soluzioni sviluppate e proposte risolvono un problema ma ne generano altri.

Di seguito presenterò, per punti sintetici, le criticità di questa transizione da un’economia carbonizzata ad una decarbonizzata. Partendo dal presupposto che la narrativa della transizione ambisce sempre a garantire un’economia di crescita.

  1. L’economia carbonizzata si basa su risorse caratterizzate da un’elevata densità di energia e di materia (vale a dire energia e materia disponibili in grande quantità su unità di superficie). Un’economia decarbonizzata ha una bassa densità quindi per disporre della stessa quantità di energia e di materia è necessario disporre di spazi per convertire l’energia solare e produrre biomasse per ottenere le materie prime.
  2. La capacità di conversione dell’energia solare è molto bassa, nella migliore delle ipotesi pochi punti percentuale.
  3. L’alta densità delle risorse fossili garantisce un minimo investimento economico ed uso di lavoro umano. Questo può garantire l’efficacia di altre forme di produzione a maggiore profitto monetario evitando anche la perversa logica degli incentivi. Un’economia decarbonizzata deve basarsi su incentivi pubblici che possono essere garantiti da un’economia forte che oggi si sviluppa sul fossile.
  4. Una società che vuole crescere economicamente si deve basare su processi produttivi continui e non pulsanti. Un’economia decarbonizzata deve necessariamente basarsi sulla capacità di conversione dell’energia solare e sui tempi di rigenerazione di alcune risorse fondamentali alla produzione delle biomasse.
  5. La narrativa sottolinea che un’economia decarbonizzata e circolare aumenta l’occupazione. Occupazione non necessariamente vuol dire crescita economica. Se una società investe molte ore lavoro per ottenere energia e materie prime per generare manufatti a maggiore valore monetario non potrà mai ottenerli a basso costo.
  6. I manufatti da biomasse, tipo le plastiche, se devono avere le stesse caratteristiche di durabilità di quelle derivabili dal fossile avranno sempre lo stesso ciclo di fine vita.
  7. Per garantire elevate rese produttive per unità di superficie saranno sovra-sfruttati i suoli e sarà necessario intervenire con tecniche di fertilizzazione che genereranno comunque pressioni ambientali.
  8. Il pianeta è un sistema confinato, si genererà quindi l’inevitabile dubbio: terre per produrre cibo oppure energia e materia?

Questi punti che ho elencato sono soltanto una parte delle criticità. Nel mio prossimo post, per fornire una situazione reale basata su un’analisi concreta, presenterò un caso studio relativo alla possibilità di realizzare una bioraffineria nella Regione Campania per la produzione di bioetanolo di seconda generazione.

Angelo Fierro

Ricercatore Ecologia Unina
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