IL GIORNO DOPO L’APOCALISSE. PERCORSO STORICO DELLA REPUBBLICA VERSO IL NO

dieci anni di Craxi, venti di Berlusconi, uno strapuntino di Monti è arrivato Renzi. Nel giro di due anni il suo governo ha liquidato diritti acquisiti

L’Italia è un paese avvincente, è lo spazio geografico e culturale all’interno del quale tra XV e XVI secolo nacque l’Umanesimo e tra XVI e XVII fu elaborato il metodo sperimentale. In mezzo ci fu il Rinascimento. È il paese che dal Risorgimento alla repubblica, passando per la dittatura fascista e la seconda guerra mondiale, ha visto intellettuali di grande valore patire il carcere e la morte in virtù della propria coerenza e della propria fedeltà alla dimensione etica. L’Italia, però, è anche il paese nel quale se si deve parlare pubblicamente di storia si invitano i giornalisti, nel quale l’esegesi dantesca, biblica o costituzionale viene affidata ad attori comici, nel quale il fondatore di uno dei due giornali più letti del paese sostiene che l’oligarchia è la forma più autentica di democrazia,nel quale filosofi militanti del pensiero debole, molto debole, sostengono che voteranno Sì al referendum costituzionale del 4 dicembre prossimo anche se la riforma che è stata fatta non gli piace, perché sono trent’anni che aspettiamo una riforma e quindi va bene qualsiasi cosa purché si faccia. Più filosofi di così.

storia_italia_cinque_giornate_milanoTra poche settimane saranno passati settantanni dal 1947: l’anno del lancio della dottrina Truman e del Piano Marshall, dell’istituzione del Cominform e della cacciata dei comunisti dal governo italiano.

Ma fu anche l’anno in cui si chiusero i lavori dell’Assemblea Costituente. I comunisti continuarono a lavorarci, a contatto con la Democrazia Cristiana e tutti gli altri partiti che avevano partecipato all’esperienza dei Comitati di Liberazione Nazionale,per far sì che nella nascente Costituzione italiana, quella attualmente in vigore, fossero contenuti tutti gli elementi potenziali, tutti i semi necessari a far germogliare quel processo di superamento della società capitalistica che la strategia della democrazia progressiva prevedeva.

Nella prospettiva comunista,la democrazia si sarebbe concretata nella prassi della lotta di classe: sarebbe stato il fisiologico confronto tra i diversi soggetti del sistema produttivo a determinare la completa attivazione di quegli elementi potenziali di trasformazione sociale che la nascente Costituzione repubblicana prevedeva.

Più tardi, era il 1951, Stalin appoggiando l’ala più ortodossa del PCI guidata da Pietro Secchia, cercò, senza fortuna, di convincere Togliatti a presiedere il Cominform lasciando la segreteria del Partito, per affossare la strategia della democrazia progressiva e della via italiana al socialismo.

togliattiPalmiro Togliatti, attaccato a destra perché ritenuto stalinista e a sinistra perché oltre ad essere stalinista era anche troppo riformista, aveva una visione della realtà abbastanza strutturata, probabilmente più cogente di quella dei suoi detrattori. Dopo le numerose débâcle operaie degli anni ’50, suggellate nel 1955 dalla sconfitta della FIOM alle elezioni in FIAT e non solo, la forte ripresa del conflitto sociale negli anni ’60, che si aprono con le manifestazioni a Genova, medaglia d’oro per la Resistenza, per impedire lo svolgimento del congresso dei fascisti del MSI, che culmina nel “lungo Sessantotto” italiano, la rivincita operaia dell’“autunno caldo” e i forti conflitti sociali degli anni ’70, inaugurano la più grande stagione riformista che la storia della Repubblica abbia conosciuto fino ad ora:nell’arco di un decennio viene varato lo Statuto dei lavoratori legge 300/70, i decreti delegati della scuola legge 416/74,l’unificazione del valore nominale del punto di contingenza nell’accordo tra sindacati confederali e Confindustria del 1975 che favoriva i salari più bassi, la legge sull’aborto 194/78, la legge Basaglia 180/78, l’istituzione del sistema sanitario nazionale legge 833/78, l’equo canone legge 392/78. Per citare solo alcuni dei passaggi più significativi.

Queste leggi, dal profondo contenuto riformista, hanno rappresentato un momento di sviluppo avanzatissimo nella storia della società italiana, facendone, almeno dal punto di vista legislativo, una delle società più progressiste del tempo. Questo salto in avanti fu possibile grazie al grado di politicizzazione e di partecipazione di massa alla vita democratica del paese, una partecipazione che si esprimeva in una conflittualità sociale elevatissima, sicuramente drammatica, ma indicativa del fatto che ampi segmenti della popolazione erano determinati a rivendicare i propri bisogni tanto attraverso la delega elettorale, quanto attraverso l’impegno politico diretto.

Vale forse la pena ricordare che negli anni ’70 era ancora in vigore un sistema elettorale proporzionale senza soglie di sbarramento, c’era il bicameralismo perfetto, i governi si decidevano in base ai risultati elettorali e agli equilibri del Parlamento e non prima o a prescindere dalle elezioni, che l’affluenza alle urne non scendeva sotto il 90% e che l’autoreferenzialità del sistema partitico era bilanciata dalla forte politicizzazione della società nel suo complesso.

Nonostante tutti quelli che oggi vengono considerati difetti del sistema democratico, quarant’anni fa in Italia si fecero delle riforme che oggi sarebbero impensabili. Questo fu possibile perché la spinta riformatrice proveniva dalla società stessa e fu raccolta da una classe politica che, con tutte le sue contraddizioni, grazie alle organizzazioni di massa, non si era ancora chiusa in un’alienata autoreferenzialità, ma aveva ancora un forte ancoraggio nella sua base sociale.

anni-piombo-milanoMa quegli anni, oggetto allo stesso tempo tanto di una veemente stigmatizzazione morale quanto di una profonda rimozione, sono ancora privi di un’analisi storica metodologicamente attenta, dato che ogni tipo di discorso su quel periodo deve necessariamente concludersi con la rituale condanna espressa dall’etichettatura “di piombo”. È cosicché, all’ombra di questa unica chiave di lettura autorizzata, la spinta riformista degli anni ’70 appare sbiadita, affanna su uno sfondo indistinto, lasciando il posto al mito del paese ingovernabile, delle mille clientele, delle minoranze ricattatrici, un paese nel quale qualsiasi sforzo riformatore è destinato a naufragare.

Se si edulcora e si rimuove la robusta storia di conflitto di classe che ha costituito un cardine della vita repubblicana, lo scenario della società italiana non può che apparire come un desolante pantano di corruzione e conformismo.

È in questo pantano che affonda le sue radici e germoglia l’ideologia della “democrazia decidente”, che ricorda tanto da vicino la storica propensione presidenzialista dei neofascisti italiani. Ed è sempre in questo pantano che prende forma la “politica del fare”, che della democrazia decidente non può che essere il presupposto: fare, non si sa cosa, ma va bene purché si faccia.

Dietro questa cortina ideologica fatta di tanto fumo, l’arrosto se lo mangia chi ha potere e il potere, quello vero, è sempre più concentrato e sempre più internazionalista: non ci sono né dei né bandiere, alla luce del capitalismo parlano tutti la stessa lingua.

Come è andata in Italia è sotto gli occhi di tutti:dopo dieci anni di Craxi, venti di Berlusconi, uno strapuntino di Monti è arrivato Renzi. Nel giro di due anni il suo governo ha liquidato diritti acquisiti con decenni di lotte senza colpo ferire, senza che dalla società si riuscisse a mobilitare una risposta coerente e organizzata. Il Jobs Act, la Buona Scuola, l’abolizione dell’IMU, il Piano Casa,l’ulteriore smantellamento della Sanità pubblica, la riforma della pubblica amministrazione e la riforma del Terzo Settore,gli attacchi al sindacato, la delegittimazione di ogni forma di opposizione sociale a colpi di insulti, scherno e manganellate, hanno contribuito a destrutturare il corpo sociale isolandone le parti e mettendole in diretta competizione.

1976La riforma costituzionale e la legge elettorale proposte dal governo Renzi rappresentano la conclusione di questo processo di atomizzazione della società, di concentramento del potere a livello apicale col conseguente svuotamento di tutti gli organi democratici, a partire dal Parlamento, che assumono sempre più una funzione di mera testimonianza, utile alla legittimazione di un potere sempre più libero da vincoli e bilanciamenti e, soprattutto, sempre meno interessato all’investitura popolare. Un contesto sociale nel quale i corpi intermedi sono stati schiacciati a favore di una comunicazione diretta, ma virtuale, che viaggia veloce e impalpabile attraverso i social media.Nel baccano causato da questa bulimia comunicativa tutti pensano di poter dire la propria opinione, tutti sono convinti di avere voce in capitolo, ma nella totale assenza del pur minimo rapporto di forza tutto questo blaterare si configura come niente altro che una gigantesca mole di lucubrazioni idiote.

Fukuyama ci aveva avvertito: la Storia è finita. Se è così la lotta di classe non ha più senso e ci ritroviamo ad affrontare la paura del conflitto riparati dietro i nostri device, trasformati in avatar che sfogano la propria rabbia e la propria frustrazione con la rassicurante certezza di non doverne affrontare le conseguenze.

Se le organizzazioni di massa avevano avuto una fondamentale funzione pedagogica, contribuendo materialmente all’alfabetizzazione delle persone, favorendo, attraverso l’esperienza quotidiana della militanza, la presa di coscienza della struttura del modo di produzione capitalistico e del sistema di sfruttamento e di potere ad esso sotteso, la “liquefazione” dei partiti, la loro trasformazione in aggregati di comitati elettorali, il restringimento dei luoghi di rappresentanza e la sostituzione della base militante con nuovi gruppi di clientes privi di una visione della società e del mondo condivisa,il cui unico vincolo di fedeltà è la soddisfazione o meno di interessi materiali di ogni specie, ha costituito la base di una pedagogia negativa che ha insegnato alle persone che la soddisfazione dei bisogni primari, la salute, la casa, il lavoro, ecc., può avvenire solo in una dinamica di feroce concorrenza.

Il risultato è che, mentre si agisce una guerra tra miserabili per accaparrarsi quel poco indispensabile alla sopravvivenza, mentre la dimensione politica viene svalutata in blocco con argomentazioni talmente generiche e prive di oggetto reale da risultare poco più che “rumore di fondo”, lo sfruttamento, il potere, la violenza sottesi al modo di produzione capitalistico non vengono messi in discussione da nessuno.

bancos_gobierno_puebloIl governo Renzi, nel concepire la riforma costituzionale, ha fatto un lavoro esattamente opposto a quello dei costituenti del ’46, ha cercato il coinvolgimento popolare ex post: richiede attraverso il suffragio la legittimazione di un processo di restringimento degli spazi democratici e di concentrazione del potere in nome della “democrazia decidente”. Il referendum del 4 dicembre è solo l’ennesima tappa di una truffa concepita dal potere di cui Renzi, e la sua corte di miserabili ignoranti, è l’interfaccia del momento, una truffa che al bastone dell’autocrazia contrappone una rinsecchita carota di fanfaluche come la riduzione dei costi della politica.

Ma se anche l’intelligenza cristallina di un intellettuale profondo come Fukuyama, è riuscita nell’immane compito dell’autocritica scoprendo il dato sconcertante della persistenza della Storia, allora c’è speranza. Non è in ballo la sopravvivenza del genere umano il 4 dicembre, non siamo alla vigilia dell’Apocalisse, non è la permanenza di Matteo Renzi al governo che determinerà i futuri assetti del Capitalismo e del suo sistema di potere su scala mondiale.

Ma il 4 dicembre sarà come un check-point, un momento di verifica per capire a che punto siamo, quanto effimero è lo spazio che ci separa da una nuova fase storica in cui l’autarchia succede alla democrazia, qual è lo svantaggio accumulato, quanto grande è il lavoro che ci toccherà fare a partire dal 5 dicembre. Nel frattempo potremmo iniziare da una cosa semplice: mettere i social media al servizio della realtà e non la realtà al servizio dei social media… Così, per vedere l’effetto che fa

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  • Marina Papa
    26 novembre 2016 at 11:43 - Reply

    Un’analisi della situazione lucida e sintetica che consente al lettore di riflettere e comprendere le ragioni delle scelte che siamo chiamati a fare.

  • Marina Papa
    26 novembre 2016 at 12:01 - Reply

    Era tanto tempo che non leggevo qualcosa che mi desse la soddisfazione di poter dire:”Io la penso proprio così “.

  • Rosanna
    26 novembre 2016 at 14:40 - Reply

    È bello sentire ragionare con consapevolezza. Condivido, bravo.