IL DIRITTO ALLA SALUTE

Il Covid-19 ha messo in risalto un aspetto incontrovertibile del sistema capitalista: la salute non è un diritto uguale per tutti

Il Covid-19 ha messo in risalto un aspetto incontrovertibile del sistema capitalista: la salute non è un diritto uguale per tutti. Questa semplice valutazione ha fatto da sprone per tutti/e quelli che, nonostante le restrizioni del lockdown, hanno continuato a lavorare di politica reale fino ad ottenere un ottimo risultato: un fronte unito sulla questione sanità.“RICONQUISTIAMO IL DIRITTO ALLA SALUTE” vede tra i promotori quasi tutti i gruppi politici anticapitalisti. Il link della petizione per una sanità pubblica, laica, universale e gratuita è il seguente: http://chng.it/LQnXpL8THD   (FIRMATE!!!)

Nel sistema capitalista vi sono molti paesi con una sanità peggiore della nostra, ma questo non significa che il sistema sanitario italiano non sia schifosissimamente verticista, classista e zeppo di affamate sanguisughe sempre pronte a nutrirsi sul più umano e fragile dei diritti: la salute. Dal 1992, con il D. lgs 502, è cominciato un percorso politico per istituzionalizzare la speculazione sulle prestazioni sanitarie. Dopodiché, sia il centrodestra sia il centrosinistra, con la 502/92, la 517/93 e la 229/99, hanno continuato il percorso, trasformando le unità sanitarie locali in Aziende Sanitarie Locali.Tali Aziende sono state dotate di aspetti giuridici-economici simili a tutte le altre aziende, a cominciare dai consigli di amministrazione, fino ad allora mai presenti nelle strutture sanitarie.

La legge 229/99 dà alle aziende la possibilità di indire gare d’appalto di qualsiasi genere: dal reclutamento del personale, passando dall’affidamento a terzi di servizi marginali (pulizia, mensa, portierato…), alla scelta di approvvigionamenti logistici. Non ci vuole molta fantasia per immaginare quante e quali frenesie di guadagno e di consenso politico possano svilupparsi dietro questa filiera del profitto: l’infermiere che svolge attività private a nero (avendo il vincolo di esclusività con l’azienda), il responsabile unità operativa (primario), il presidente della Regione…

Al di là delle denunce sulle squallide realtà della sanità, questo articolo è anche, se non soprattutto, un invito ad alimentare il conflitto sociale. Parto da un assunto inoppugnabile: i diritti possono essere conquistati solo con le lotte. Prima del 1978, per esempio, il servizio Sanitario Nazionale non esisteva. Tutte le prestazioni si reggevano sul peso di associazioni di categorie (società operaie di mutuo soccorso) che, associate tra loro, formavano la cosiddetta Cassa Mutua. Una struttura comunque fragile per reggere finanziariamente il continuo aumento del bisogno alla salute dei lavoratori. Le lotte del movimento operaio, nel decennio 68-78, riuscirono però ad omogenizzare tali associazioni e a trasformarle in Sistema. Il Servizio Sanitario Nazionale nacque nel 1978, a completamento di un ciclo di lotte della classe lavoratrice.

Ma torniamo ad oggi. Con la nascita dei consigli di amministrazione, la triade (il direttore generale, il direttore amministrativo e il direttore sanitario) può allungare le mani sulle aziende sanitarie e decidere gli indirizzi da seguire. Badate bene, per questi carrieristi prezzolati l’ultima priorità è proprio il diritto alla salute.

Con la modifica del titolo V in Costituzione, ottenuta su pressioni leghiste, la Regione può andare anche contro le decisioni del Governo Nazionale. Considerando che la Sanità rappresenta in media oltre un terzo del bilancio regionale, è facile intuire la portata dell’orgia famelica che si scatena attorno al più delicato dei diritti (parliamo sempre della salute).

LE LISTE D’ATTESA

Da ormai vent’anni rappresentano un metodo strumentale per favorire sia le prestazioni in intramoenia sia i fondi sanitari assicurativi.

Il problema strutturale di queste lunghissime liste d’attesa è lo smantellamento della sanità territoriale (presidi, distretti) e, di conseguenza, l’allargamento esponenziale del bacino d’utenza nelle rimanenti strutture sanitarie.       Sono soprattutto i primari a trarre giovamento nel prolungare i tempi delle liste d’attesa; possono così lucrare sull’ansia del paziente di risolvere in fretta i problemi di salute con “scorciatoie di speranza”, quali ad esempio cliniche private o intramoenia. Insomma, tracotanza, terrorismo-ricatto e sudditanza psicologica per rimpinguare i trogoli (con tutto il rispetto per i maiali) degli usurai della salute.

Sfatiamo anche un ingenuo luogo comune: il primario (o il barone di una clinica universitaria) non è il medico più bravo. Salvo rarissime eccezioni (quelle in cui si traducono, e non possono non tradursi, in disgustate dimissioni dall’incarico), si diventa sì barone formalmente per concorso, ma in realtà, nella maggior parte dei casi, per altri “meriti”, vale a dire per palese contiguità con il sistema.

INTRAMOENIA

L’origine latina sta a significare “dentro le mura della città”. Tradotto nel linguaggio farisaico della burocrazia sanitaria: prestazioni private all’interno di strutture pubbliche (quindi edificate con i soldi nostri).

Ritorno su un concetto espresso prima: spessissimo il paziente è costretto a scegliere le “scorciatoie di speranze” perché i tempi di attesa per una visita sono lunghissimi. Non so nelle altre città, ma a Napoli, per prenotare una visita, le file spesso cominciano all’alba. A volte l’attesa stressante degenera in liti violente che rendono “necessaria” (il virgolettato è ovviamente sarcastico) la presenza delle forze dell’ordine. 

Gli sciacalli in camice bianco svolgono in intramoenia le stesse prestazioni che svolgono nelle normali mansioni di servizio (eh già!). Sono tantissimi i casi in cui i pazienti, per pagare l’intramoenia, ricorrono a prestiti; a volte sono costretti addirittura ad andare dagli strozzini. Ma, paradossalmente, chi si serve di un prestito è comunque un privilegiato. Una fetta consistente della popolazione non può permettersi nemmeno il prestito, può solo aspettare mesi e mesi prima di arrivare all’agognata visita che il medico (o il primario), assegnato da un computer, svolgerà in una manciata di minuti e senza manco guardare in faccia chi ha di fronte, sebbene la norma giuridica preveda per ogni visita un tempo non inferiore ai quindici minuti. Oddio, se il paziente o la paziente è accompagnato da ‘na bella guagliona’, le manciate di minuti potrebbero pure dilatarsi a dismisura. Ritardare una visita spesso aggrava la patologia del paziente e, non di rado, anticipail decesso. A questa lacerante intensità cromatica della realtà fa da contrappeso l’algida disposizione normativa: i costi relativi alla visita intramoenia variano in base alle specifiche prestazioni richieste. Il medico è tenuto a versare all’azienda ospedaliera una percentuale del suo fatturato come compenso per tutti i servizi usufruiti (i locali, le apparecchiature, le segreterie e così via…).

La media nazionale di tale percentuale corrisponde al 6,5 %. Perché i cittadini scelgono l’intramoenia?

1) Perché i tempi di attesa per le visite sono troppo lunghi.

2) Perché lo specialista (o il servizio diagnostico) è espressamente consigliato da persone di fiducia, il cosiddetto passaparola.

3) Per la possibilità di scegliere un determinato “luminare” (come accennato più su, spesso un bluff).

EXTRAMOENIA

A partire dal 1 gennaio del 1999, i dirigenti sanitari sono obbligati a fare una scelta fra l’esercizio della loro professione in intramoenia o in extramoenia sulla base della loro “convenienza economica” (sic!); ad esempio: i medici che svolgono attività extramoenia si pappano per intero la schifosissima parcella ma poi devono rinunciare ai “fringe benefits” (buoni pasti, polizze sanitarie, ecc.) che la struttura sanitaria eroga solo ai dirigenti che operano in regime di intramoenia.

Da ragazzo (anni settanta), molto prima che introducessero il numero chiuso a medicina (cadde a fagiolo per il nepotismo dei baroni), mi colpì molto uno slogan urlato in un corteo “medico con la parcella usuraio della barella”. Tempi lontanissimi, certo, eppure mai così vicini…Oddio, non tutti i medici sono delle piattole immonde. Ci mancherebbe. Penso, ad esempio, a Emergency di Gino Strada, ai tanti che hanno dato vita a “Medicina Democratica”, ai tantissimi medici e infermieri che si smazzano dalla mattina alla sera senza aver mai pensato, e dico mai, di lucrare su una visita, che disprezzano intramoenia e sentono salire il vomito ogniqualvolta sono costretti – a volte sono davvero costretti – a sorbirsi quei “congressi dei luminari” (pagati peraltro sempre con i nostri soldi) in alberghi di lusso, semmai a Capri, semmai affollati di lacchè, di faine incravattate e di ochette giulive, insomma un “merdaio” che potrebbe addirittura ammorbare l’aria dell’angolo più profumato del paese…I “baroni della medicina” sono tutti infami. Nessuno escluso. Che poi tra loro ci sia quello sfacciatamente borioso, arrogante e saccente (ricordate le esibizioni televisive di questi personaggi nelle giornate del lockdown?) e quello dal sorrisino da ebete che manco si rende conto di essere un anello di una catena infame, perché forse è vissuto nella bambagia, perché ha di certo sangue molle, perché la sua dignità nasce e muore dove può soddisfare i suoi miseri bisognini esistenziali, a noi poco interessa. Devono essere tutti spazzati via!

LOTTIAMO UNITI PER UNA SANITA’ PUBBLICA, LAICA, UNIVERSALE, GRATUITA.

No commento

Lascia risposta

*

*