IL “CICCIOBOMBA CANNONIERE” FASCIOLEGHISTA

Si è tanto blaterato di democrazia in questi giorni, come accade spesso di questi tempi nei quali pare che democrazia voglia dire che i più decidono e gli altri si adeguano

Fa una sensazione a metà strada tra il patetico e il disgustoso vedere un personaggio gonfio e sudato, tanto da dare l’impressione che non ci sia sapone al mondo che possa estinguerne l’odore, che, chiuso in una stanzetta assieme a quattro fascisti e protetto da 30 blindati di polizia, carabinieri e guardia di finanza, 4 camionette con cannoni spara acqua e un elicottero a coordinare le azioni di terra, dare dei “conigli” ai manifestanti, che vorrebbero se ne tornasse dal luogo ameno dal quale è venuto, aggiungendo che “qua dentro ci sono uomini, fuori quaquaraquà” (il Manifesto, 12/03/2107)… Ecco che succede a non avere il senso del ridicolo.

Il gladiatore padano aveva invocato, con gli occhietti lustri e pieni di lacrimoni, l’intervento del ministro dell’Interno perché i napoletani e le istituzioni cittadine proprio non glielo volevano far fare questo comizio al poveraccio, tanto che anche la Mostra d’Oltremare, dato il clima incredibilmente ostile al fanciullo, aveva optato per una saggia e dignitosa rescissione del contratto con la quale si era impegnata a concedere spazi al raduno fascista.

Ma ecco che, in uno slancio di affettuoso corporativismo, il ministro dell’Interno, Marcolino Minniti, fa pressioni sul prefetto perché imponga alla Mostra d’Oltremare e alla città di Napoli lo scempio “democratico” di una kermesse fascista. Del resto bisogna garantire a tutti il diritto di esprimere le proprie idee, anche quando incitano al pestaggio, all’affondamento, alla molestia, al rogo, all’odio razziale, all’omicidio e via dicendo. Tra colleghi si esige un certo savoire faire!

Si è tanto blaterato di democrazia in questi giorni, in un modo un po’ peloso, come accade spesso di questi tempi nei quali pare che democrazia voglia dire che i più decidono e gli altri si adeguano, volenti o nolenti, poi per estensione si potrebbe dire che chi ha potere decide e gli altri si adeguano, volenti o nolenti. Fino a rendersi conto che, dato che il potere lo hanno in pochi, allora, pochi decidono e gli altri si adeguano, volenti o nolenti. Siamo arrivati a quel concetto di democrazia dei migliori tanto caro al senescente fondatore de “LaRepubblica” degli oligarchi.

Eppure nel 1960, in un periodo in cui c’era una profonda ostilità “degli Stati Uniti alla partecipazione al governo di un paese NATO di un partito come il PSI, che era stato tanto a lungo legato al PCI e all’Unione Sovietica ed era ancora largamente marxista e anticapitalista” (Barbagallo, 2009), il presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, diede l’incarico di formare il governo al democristiano Fernando Tambroni. Ne uscì un monocolore DC sostenuto solo dal Movimento Sociale Italiano. Così “nel giugno dello stesso anno il MSI cercò di ottenere il compenso politico dei voti dati a Tambroni, annunziando che avrebbe organizzato il suo congresso nazionale a Genova e che vi avrebbe partecipato Carlo Emanuele Basile, che era stato prefetto di Genova durante la Repubblica Sociale Italiana” (Lepre, 2004). La cosa interessante è che nelle buste d’archivio che raccolgono i rapporti di polizia relativi al congresso, solo un esponente del MSI, ex collaboratore dei nazisti, risulta iscritto al Casellario, “mentre risultano iscritti e quindi controllati come «pericolosi per l’ordinamento democratico» moltissimi ex partigiani ed esponenti di sinistra che si recano a portare solidarietà agli antifascisti genovesi” (Crainz, 2003). Per comprendere appieno da che lato pendesse già all’epoca la democrazia, si può tener presente che la delegazione torinese del Consiglio di Resistenza che raggiunse Genova in quel frangente contasse “da sola cinque iscritti al Casellario: quattro ex partigiani (fra cui il segretario provinciale dell’associazione) e un giornalista comunista, futuro sindaco di Torino; cinque anni prima, invece, era stato cancellato dal Casellario l’ex podestà torinese dei tempi della RSI, che aveva partecipato a diversi rastrellamenti nelle fila delle «brigate nere» ed era stato per questo condannato, nel febbraio del 1946, a vent’anni di reclusione” (Crainz, 2003).

democrazia.jpg--Eppure, in quei tempi di guerra fredda, nella quale le possibilità che l’Italia conoscesse una dinamica politico istituzionale libera erano pressoché nulle, i valori dell’antifascismo, su cui si era edificata l’impalcatura costituzionale repubblicana, erano ancora così vivi che il 30 giugno 1960 “la decisione governativa di consentire lo svolgimento del congresso nazionale del partito neofascista a Genova, medaglia d’oro della resistenza, provocò una rivolta nella città, che impedì lo svolgimento del congresso. […] si svilupparono manifestazioni e proteste in tutta Italia, represse duramente dalle forze dell’ordine, con nove morti e molti feriti da Modena a Palermo, a Catania. La CGIL proclamò uno sciopero generale” (Barbagallo, 2009). A quel punto la situazione in Italia divenne tesissima, “Tambroni respinge l’invito a dimettersi (che tardivamente gli è venuto dalla DC) evocando il pericolo del «cedimento alla piazza» e del «vuoto di potere», e respingendo «l’abnorme pretesa di una tregua fra lo Stato e i suoi nemici»” (Crainz, 2003). Ma nonostante la strenua resistenza “il 19 luglio Tambroni fu costretto a dimettersi” (Lepre, 2004).

Questa fu in sintesi la reazione dell’Italia del 1960 al tentativo di un governo democristiano, sostenuto dai fascisti, di imporre d’autorità una profanazione costituzionale a una città che si era distinta per il suo eroismo durante la guerra di liberazione. Dopo quasi cinquantasette anni invece, in una dinamica molto simile a quella di Genova, vediamo un intero arco istituzionale ergersi, con tutto il peso del proprio potere, a garanzia del diritto dei fascisti di venire a manifestare a Napoli, contro l’eclatante volere dei cittadini e degli organi istituzionali della città democraticamente eletti. Non solo Marchetto Minniti, che con la sua sconsiderata arroganza si è di fatto assunto la responsabilità di quello che è successo durante la manifestazione e che si sarebbe potuto evitare se solo si fosse rispettata la Costituzione, ma anche il conformismo belante della quasi totalità di un giornalismo italiano cicoli e ricotta (tanta ricotta) che prima si inventa infiltrazioni di black block, poi diffonde notizie su una inesistente bomba molotov, senza dire una parola sull’attacco alle spalle portato dalle forze dell’ordine, ad una manifestazione che ormai ripiegava, per tutta la lunghezza di via Giulio Cesare, danno la misura dei tempi che corrono e della necessità di una continua vigilanza.

50c75c28-f942-4b39-8a44-a45ac43bd7f8_largeMa il ministro dell’Interno non è il solo ex comunista che ritiene di difendere la democrazia a scapito dei cittadini, tutelando i suoi colleghi, indipendentemente dall’orientamento politico, dalla levatura morale e dalle capacità intellettive, anche dal sempre tronfio presidente della Regione Campania è arrivato un assaggio di corporativismo solidale: mentre teneva il suo usuale spettacolo di cabaret, in quel del Lingotto, facendo l’imitazione di Totò che imita Mussolini, che lo ha reso famoso in tutto il mondo, ha trovato il modo di portare la sua solidarietà al botolo lombardo dicendo che centri sociali e forze estremistiche volevano impedirgli di parlare. Magari se non fossero solo i centri sociali e le forze estremistiche a cercare di impedirgli di parlare, l’Italia sarebbe un posto migliore. Del resto il leader lucano potrebbe impiegare meglio il suo tempo, in modo senz’altro più intelligente, se anziché solidarizzare con i fascisti si adoperasse per saldare i debiti che la Regione ha con gli ambiti sociali della Campania che aspettano ancora finanziamenti del 2012.

La città di Napoli ha dato una risposta democratica ad una provocazione prima e a un atto di arbitrio poi, perché la democrazia non si misura nella capacità di esercizio incondizionato del potere, ma dalla capacità dei cittadini di operare una resistenza a quel potere e delle istituzioni, che rappresentano la società, di comprendere e tenere in sé quella forza contestatrice. Napoli ha dimostrato di essere una città democratica, che manifesta la sua repulsione di fronte a chi cerca di propagandare le sue idee disumane e aberranti con la scusa della libertà di parola, di chi vorrebbe trasformare il 25 aprile, festa della liberazione, nella festa del diritto all’autodifesa. E chissà che Verona, come Genova nel 1960 e Napoli oggi, non abbia un sussulto di dignità e si ribelli riscoprendo il senso di quell’antifascismo che è stato l’humus in cui è germogliata la Costituzione repubblicana.

“Credo nell’Italia unita, bella perché diversa, lo ha detto anche De Laurentis e tenete presente che vengo da una sconfitta del Milan al 97emo” (Il Fatto Quotidiano, 12/03/2017). Illuminando gli astanti con la sua intelligenza e i suoi forbiti riferimenti culturali si congedò da Napoli il cicciobomba cannoniere fascioleghista.

Anche noi vogliamo ancora credere in un’Italia bella perché diversa e unita, oggi come ieri, da un inossidabile antifascismo.

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