Il calcio nel terzo millennio

Mentre le statistiche degli ultimi 5 anni registrano un calo degli spettatori, la passione resta immutata

Riceviamo e pubblichiamo

Il calcio è di chi lo ama, recita un recente, fortunato spot “Il calcio è di tutti”, o dovrebbe essere di tutti. Bisogna solo imparare ad amarlo o insegnare ad amarlo.

Il calcio rappresenta l’ultimo ponte in un mondo dove ci siamo assuefatti all’idea che è giusto erigere dei muri. Il calcio è passione eterna.

Nel film “Il segreto dei tuoi occhi” (premio Oscar 2010, guarda caso film argentino, la terra del calcio e del Dio del calcio), l’assassino viene scoperto dopo che è riuscito a far perdere le sue tracce, ha cambiato vita, ha cambiato città, ha cambiato famiglia, lavoro, amici, donne e forse modo di amare, ma gli è fatale l’aver mantenuto la passione per la stessa squadra del cuore. E questo nonostante i personaggi che popolano il mondo del pallone. Il calciatore può sembrare (ed in molti casi lo è) montato, tatuato, crestato, ma alla fine viene considerato sempre e solo un bambino un poco più cresciuto. Perché il calcio non è uno sport, è un gioco. Chi lo pratica non viene definito atleta, ma giocatore.

Quando c’erano ancora le carrozzelle coi cocchieri, ne conoscevo uno col quale mi fermavo a parlare. Mi sembrava più saggio di un vecchio capo indiano. Ma lui diceva che il suo cavallo, oltre che più vecchio, era pure più saggio di lui, perché se un pallone gli attraversava la strada, sapeva che si doveva fermare. Di li a poco l’avrebbe seguito un guaglione. Fate rotolare un pallone, e vedrete che un bambino, prima ancora di rincorrerlo gli gattonerà dietro. Senza sapere il perché. Come il pulcino del cuculo, che appena nato, sa che se vuole sopravvivere deve “giocare” con le altre uova che si trovano nel nido. Un gioco crudele, dove vengono scaraventati fuori anche i fratellastri adottivi del pulcino. Crudele, ma inevitabile. Fortuna che il calcio è meno crudele, ma forse rimane l’estremo mezzo per sopravvivere. Dove tutti possono sperare di essere uguali a tutti. Unica e forse ultima speranza di riavvicinamento tra popoli lontani diversi ed in contrasto tra loro. Emblematica la foto che recentemente ha fatto il giro del mondo, con un ragazzo aspirante kamikaze che indossava la maglia di Messi.

il-calcio-nel-terzo-millennio2Qualcuno ha detto che il calcio è la più futile delle cose serie, oppure la più seria tra le cose futili. Un tiro a giro sbagliato di Insigne, un rigore inesistente di Totti, una mancata ammonizione a Bonucci, fanno discutere per settimane, muovono interessi, spostano opinioni, producono giornali, trasmissioni televisive, pubblicità e posti di lavoro. Giusto che chi produca tutto questo guadagni tanto. Non mi scandalizzo se un calciatore guadagna più di un cardiochirurgo. Come un battito d’ali di una farfalla nella foresta amazzonica che provoca un tornado sulle coste della Florida. Se mi chiedete se tutto ciò sia giusto, vi rispondo che non lo so. Se mi chiedete se è così, sicuramente devo rispondere di si. Perché il calcio, nonostante tutto e tutti, è l’ultimo luogo dell’anima, dove è possibile trovare ancora un minimo di poesia. Almeno per noi ingenui.

Pasquale Di Fenzo

 

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