Il 31 dicembre cosa fai a mezzanotte?

31 dicembre 1969. In cinque in una 500 rossa. Da Napoli a Peschiera sul Garda. Sotto il Carcere Militare con gli obiettori di coscienza

Scritto da Vittorio  De Asmundis

I giovani maschi italiani di oggi non conoscono per niente cosa possa essere stata la “naia”. Fino al 1972, allo scoccare dei 18 anni, puntualissima come la morte, ti arrivava una mazzata tra “capa e noce di collo” che ti lasciava tramortito. Ti avvertiamo che tra 15 giorni, nemmeno uno di più, (ti intimava una cartolina gialla raccomandata espressa privilegiata) devi recarti a Rovereto (o a Pordenone, o ncopp’’a na muntagna sperduta) o, se sei fortunato, a Caserta, presso la Caserma Tal dei Tali dedicato al valoroso Medaglia d’Oro dell’ultima Guerra di Aggressione e di Sopraffazione, e devi cominciare la tua ferma per il servizio militare obbligatorio per la durata di mesi 15 (quindici) o 18 (diciotto) nei quali sarai addestrato alla guerra per poter difendere la tua amatissima Patria. Ma non è possibile, esclamavi sbalordito con la tua cartolina in mano, sto facendo l’ultimo anno di liceo. In questo caso, ti rispondeva la cartolina, devi recarti subito alla Caserma Tizio e Sempronio della tua “Circoscrizione di pertinenza”, con tutti i documenti inerenti, e devi chiedere il rinvio di un anno. E senza nessuno scritto apparente, prima della firma, si leggeva il commento beffardo che “un anno di rinvio passa presto e aspettati la tua futura immancabile mazzata”.

E qui fiorivano i soliti commenti dei perbenisti di turno: ma vai, parti tranquillo, diventerai un uomo, ti farai le palle, sarà l’unica esperienza che ti segnerà per tutta la vita, imparerai a farti il letto, ad ordinare la tua roba, imparerai la destra e la sinistra, a stare sull’attenti. Specialmente a stare sull’attenti. E via alla naia. Oppure…

Avresti potuto obiettare. Obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio. Arresto immediato, carcere militare, processo, e, alla fine, una nuova chiamata al servizio militare, e così via. Ma non è di questo che volevo scrivere. Era il 1969. Nel Gruppo Anarchico Napoli 2 si discuteva di antimilitarismo e di obiezione di coscienza. Con altri Gruppi, Testimoni di Geova, Cattolici del dissenso, cattolici che non dissentivano ma semplicemente Cattolici Veri, quindi pacifisti e contrari alle armi e alla violenza, Esseri Umani che esistevano anche se in minoranza nel PCI e nel PSI, radicali del Partito di Pannella e della Bonino, perfino democristiani di Donat-Cattin, si decise di sostenere in qualche maniera gli obiettori di coscienza italiani rinchiusi nel Carcere di Peschiera sul Garda. E allora, come un’onda prepotente, si diffuse l’idea, in tutta Italia, di recarci, con le chitarre e con i tamburi, con le trombe e con i putipù, con i nostri slogan, tutti intorno al Carcere di Peschiera, per farci sentire dai carcerati, per non lasciarli soli, per dare a loro un aiuto morale e un po’ di compagnia. Ma quando? Ma è evidente! Nessuna obiezione, nessun tentennamento. Il 31 dicembre, alla mezzanotte.

E qui mi rivolgo alla maggioranza schiacciante dei giovani di oggi. Che facciamo il 31 dicembre? Che facciamo alla mezzanotte? Sono questi gli interrogativi che ogni anno ci angosciano. Quest’anno, per il Covid, non dovrebbe essere difficile la risposta. Si sta a casa, in attesa che la pandemia finisca. Ma gli anni passati? Facciamo un veglione? A ballare? A ubriacarci? Oppure, se siamo tutti stronzi, a sparare le botte a muro, le bombe di Maradona, i siluri di Careca? Nel 1969, senza ripensamenti, ci mettemmo in cinque in una cinquecento Fiat (ma non quella di oggi, quella piccolissima con il tettuccio apribile). Il sottoscritto alla guida, e poi, in ordine sparso, Giuseppe Tassone, Ciro Cozzo, Gennaro Alfano e Raffaele Intonti. E via! Da Napoli a Peschiera sul Garda! Senza intoppi, senza pioggia, senza neve, senza nebbia. Con le nostre canzoni, con le nostre immancabili discussioni, col nostro entusiasmo.

E i ricordi si affievoliscono, quasi svaniscono. Mi rimangono impresse le mura del Carcere, grigie come il terrore, la folla dei dimostranti, quasi tutti del Nord che ci guardavano sbalorditi, e soprattutto un gruppo compatto di anarchici lombardi con enormi bandiere nere. Ma come, chiesi a loro, le bandiere nere? Sì, mi risposero esaltati, la bandiera nera è la bandiera dell’anarchia. Forse nell’ottocento, ma ora è rossa. E giù discussioni a non finire. E mi ricordo che due o tre anni dopo in un Congresso a Carrara feci approvare che la bandiera anarchica sarebbe dovuta essere rossa e, al massimo, rossa e nera. E mi ricordo il viaggio di ritorno, il giorno dopo, senza aver dormito, sempre in cinque rannicchiati nella cinquecento rossa. E mi ricordo di una votazione, sempre tra noi. Con i pochi soldi che ci erano rimasti ci fermiamo a mangiare “alla distrutta”  in qualche posto o ritorniamo a casa digiuni?

 

Erano anni strabilianti, con la valigia sotto il letto e la futura imminente liberazione della Spagna franchista ad aspettarci. Anni irripetibili che, con la nostalgia del vecchio, ancora mi commuovono.

 

 

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