il 25 Aprile vive!

il «partito-milizia» d’estrema destra, artefice di una «controrivoluzione preventiva», che lascia sul terreno circa 4.000 morti, finalizzata a tacitare la classe operaia e le sue organizzazioni

Scritto da Francesco Soverina

«Chi controlla il passato, controlla il futuro; chi controlla il presente, controlla il passato». In questa celebre, quanto acuta, frase del grande scrittore inglese George Orwell risiede la ragione forse più importante del pluridecennale attacco mosso dall’arcipelago politico-culturale del «revisionismo» nei confronti dell’antifascismo e della Resistenza, delle loro eredità più scomode. Si annida qui il motivo più profondo dell’offensiva scatenata sulla ricostruzione e la rievocazione di una pagina cruciale della nostra storia, quando – nel vivo di un conflitto di proporzioni gigantesche – il dissenso carsico al regime fascista si fonde con il dissenso esplicito, quando tantissimi italiani e italiane, con o senza le armi in pugno, optano dentro e fuori dei confini nazionali «per la libertà e non per la servitù, per la giustizia e non per il privilegio, per l’umanità e non per la ferocia» (Piero Calamandrei).

Un disinvolto quanto inaccettabile revisionismo È dalla metà degli anni Ottanta del Novecento che si cerca con insistenza di screditare la lotta di liberazione dal nazifascismo, svilendone portata e significato. È da allora che l’anniversario del 25 aprile 1945 – data fondamentale del calendario civile – è oggetto di un tentativo demolitorio sul terreno della memoria pubblica e collettiva, di un disinvolto quanto fuorviante «uso pubblico della storia», caratterizzato dalla presentazione del fascismo come blando autoritarismo paternalistico, dalla stigmatizzazione della Resistenza in quanto fucina di veleni ideologici, espressione di un passato da rimuovere e archiviare. Gli appelli alla «pacificazione», alla riconciliazione, che a partire dagli anni Novanta del secolo scorso sono stati lanciati da più parti, si sono sovrapposti e intrecciati con la riprovazione per i difensori della «vulgata resistenziale», per i «gendarmi della memoria», per i custodi di «verità di regime». Attraverso lo sforzo di azzerare il lascito ideale dell’antifascismo si voleva e si vuole disintegrare le basi stesse della Repubblica e della Costituzione, punto d’approdo della Resistenza. Questo è il risvolto politico dell’invito a pervenire ad una sorta di patteggiamento fondato su smemoratezze concordate, sull’inaccettabile equiparazione tra resistenti e repubblichini, tra quanti si sono battuti in nome della libertà e della giustizia sociale e gli adepti del fascismo risorto che, invece, si sono schierati con il totalitarismo nazista, fautore di un aberrante progetto di dominio politico-razziale su scala europea. A smentita delle innumerevoli falsificazioni sui partigiani, che circolano sui social e su molti siti Internet, contribuendo alla formazione di un distorto senso comune, va ricordato che nel tellurico settembre del 1943, in una «nazione allo sbando» (E. Aga Rossi), in seguito agli eventi legati all’annuncio dell’armistizio (la vile fuga del re e di Badoglio, il repentino liquefarsi dell’esercito, la brutale occupazione tedesca), le energie migliori del Paese decidono di riappropriarsi del loro destino.

È in quel frangente, di fronte al drammatico dilemma della «scelta» (Claudio Pavone), del cosa fare, che un’insubordinazione di massa pone le premesse per la saldatura tra l’antifascismo politico, che veniva dalle travagliate esperienze dell’esilio e della clandestinità, e l’«antifascismo esistenziale» di studenti e operai, di uomini e donne comuni, duramente provati dalle vicende di un’apocalittica guerra, in cui erano stati trascinati dalle pulsioni belliciste del regime, dal gioco d’azzardo tentato da Benito Mussolini. È a Napoli che tra il 28 settembre e il 1° ottobre 1943, per la prima volta, i tedeschi vengono contrastati con successo da alcune migliaia di popolani, proletari, studenti e donne, capaci di mettere in fuga i reparti dislocati in città della poderosa macchina bellica nazista, ma pagando un prezzo elevato in termini di vite umane.

Oltre a subire saccheggi e sistematiche devastazioni materiali, il capoluogo partenopeo conterà centinaia di caduti tra i rivoltosi e i civili, ai quali vanno aggiunti gli altri mille e più trucidati in Campania, specialmente in Terra di Lavoro.

Le Quattro Giornate – primo esempio di insurrezione urbana vittoriosa nell’Europa assoggettata al nazismo – costituiscono l’episodio centrale delle non poche, spesso misconosciute, ribellioni del Sud alla Wehrmacht. Siamo all’alba della Resistenza, di un fenomeno articolato che si svilupperà soprattutto nel Centro-Nord, ma a cui parteciperanno tanti meridionali. Basti pensare agli oltre seimila tra siciliani, campani, pugliesi, calabresi e lucani, presenti nel partigianato piemontese, a dimostrazione della valenza e dimensione nazionale del movimento resistenziale.

Un movimento irrobustitosi tra alti e bassi, composto da individui di diversa estrazione sociale e ispirazione ideale, ma che hanno in comune il ripudio dell’oppressione nazifascista e che fanno il loro apprendistato alla democrazia nei microcosmi dei raggruppamenti partigiani, nei laboratori politici e civili delle repubbliche libere della Val d’Ossola, della Valsesia, di Montefiorino, della Carnia.

Uomini, ma anche donne, e tra queste ultime staffette, ma non solo. Ad una di esse, a Lidia Menapace, che sarà poi – nell’Italia repubblicana – tra i fondatori del Manifesto dopo una lunga militanza nella Dc, si deve una antiretorica quanto pregnante definizione di coraggio, inteso come «la capacità di tenere sotto controllo la paura». A quanti si ostinano a raffigurare la Resistenza come protagonista di un conflitto minore, se non addirittura inutile e dannoso, è il caso di rammentare che le bande dei “ribelli” effettuano, tra il 43 e il 45, migliaia di azioni, incursioni e sabotaggi, uccidendo o mettendo fuori combattimento oltre venticinquemila avversari, e registrando quasi 40.000 perdite, a cui vanno sommati i circa 32.000 caduti all’estero, nonché i 40.000 militari italiani morti nei campi d’internamento hitleriani. È bene precisare che la Resistenza, frutto della convergenza tra la lotta armata partigiana, la mobilitazione operaia e popolare e l’iniziativa politica dei partiti antifascisti riuniti nei Comitati di liberazione nazionale (Cln), non avrebbe potuto fronteggiare un nemico spietato e di gran lunga meglio equipaggiato senza il sostegno di larghi strati delle popolazioni locali, bersaglio di una micidiale «guerra ai civili», le cui vittime – secondo le stime di recenti, accurate ricerche – ammontano a più di 24.000 sull’intero territorio nazionale. Il Pci, la classe operaia e la Resistenza Ciò che, in particolare, è finito nel mirino del «sovversivismo storiografico» (Gaetano Arfè), delle infondate rivisitazioni revisionistiche di opinion-maker, storici e giornalisti come Giampaolo Pansa, l’autore del best-seller, Il sangue dei vinti, è stata la presenza, ritenuta ingombrante, dei comunisti nella Resistenza, del Pci, il cui antifascismo è stato bollato come cripto-comunismo. Mi sembra ora opportuno fare qualche breve, ma necessaria puntualizzazione. È indubbio che il Partito comunista italiano abbia svolto un ruolo di primissimo piano nella lotta di liberazione dal nazifascismo, dimostrando – nel contesto di un conflitto totale di enormi dimensioni qual è stata la seconda guerra mondiale – di essere in grado di e organizzare vaste masse operaie e contadine del Nord e del Centro, nonché artigiani, studenti e intellettuali attorno alle parole d’ordine e alle battaglie ingaggiate dai raggruppamenti partigiani e dai Cln. È allora che il Pci pone le basi – nelle città come nelle campagne – dell’ampio consenso di cui beneficerà in maniera crescente nell’età repubblicana.

Fondamentale è il suo apporto allo svilupparsi e articolarsi della lotta resistenziale, che dà luogo a una rottura con il passato dell’Italia fascista, tanto quanto con quello dell’Italia liberale. Per comprendere come il Pci sia riuscito a mettere robuste radici nella società, a diventare il più grande partito comunista dell’Occidente capitalistico, ad avere un percorso ben diverso da quello degli altri partiti comunisti europei, condannati, all’infuori del Pcf, a rimanere formazioni minoritarie, occorre fare qualche passo indietro, riconsiderare il cammino, per certi versi tortuoso, da esso compiuto dalla sua fondazione, dalla scissione di Livorno del 21 gennaio 1921, all’insurrezione del 25 aprile 1945.

Sezione nazionale del partito della rivoluzione mondiale, ossia della Terza Internazionale nata a Mosca nel 1919 per impulso di Lenin, il PCd’I – come si chiamava in quel momento il Pci – sorge sulla scia dell’Ottobre bolscevico, sull’onda delle speranze e aspirazioni racchiuse nello slogan del «fare come in Russia», che attecchisce ovunque nelle file del proletariato. Muove, però, i suoi primi passi a ridosso di una grave sconfitta del movimento operaio, il fallimento dell’occupazione delle fabbriche che nell’autunno del 1920 chiude il ciclo impetuoso di agitazioni e scioperi del «biennio rosso». Concepito per mettersi alla testa di una rivoluzione, fin dal suo esordio sulla scena politica e sociale deve fronteggiare, invece, una forma di reazione inedita: il fascismo, il «partito-milizia» d’estrema destra, artefice di una «controrivoluzione preventiva», che lascia sul terreno circa 4.000 morti, finalizzata a tacitare la classe operaia e le sue organizzazioni.

All’indomani delle «leggi fascistissime» (1925-26), che smantellano lo Stato liberale, sarà il partito che si opporrà con maggiore determinazione al «regime reazionario di massa», costruito dal fascismo tra gli anni Venti e Trenta. Elevatissimo è il sacrificio personale dei suoi militanti. Basti pensare che tra il 1926 e il 1943 sfilano dinanzi al Tribunale per la difesa dello Stato 5.620 imputati, di cui 4.596 sono condannati; di questi tre quarti sono comunisti. Il Partito nel periodo della clandestinità sarà come una navicella in un mare in tempesta, ma è proprio in quella fase grazie al suo attivismo, alla sua caparbia volontà di mantenere in vita gli esili, precari contatti con il corpo della società italiana, che comincia a radicarsi nel Paese. Additato dal fascismo come il maggiore e più pericoloso nemico, il Pci – dopo la defenestrazione di Mussolini nel luglio del ’43 – finirà per capitalizzare a suo favore l’avversione nei confronti del regime sedimentatasi in un numero crescente di italiani durante le vicissitudini della seconda guerra mondiale. Inoltre, quando le armate del Terzo Reich occupano, all’indomani dell’8 settembre `43, metà della Penisola, sono i comunisti ¬– combattivi, disciplinati e temprati dalla clandestinità e in molti casi dalla partecipazione alla guerra civile spagnola – ad affermarsi come i quadri più efficienti nella lotta partigiana, a dare uno sbocco organizzativo alla sua iniziale spontaneità, a guidare la contesa mortale con gli invasori tedeschi e i loro spalleggiatori repubblichini.

Va rammentato che tra l’autunno del 1943 e l’inverno del 1945 soltanto nelle Brigate Garibaldi, prevalentemente composte da comunisti, saranno oltre 50.000 i partigiani inquadrati in montagna, e che di comunisti è fatta l’ossatura dei Gruppi d’azione patriottica (Gap) e delle Squadre d’azione patriottica (Sap) operanti nelle città. I comunisti sono pure l’asse portante della protesta economica e sociale nell’Italia assoggettata al nazifascismo, aspetto quest’ultimo su cui è calato da tempo un assordante silenzio. Già nel marzo ’43 essi incanalano politicamente il malcontento degli operai, protagonisti dei grandi scioperi nel «triangolo industriale» che rivelano il distacco in atto tra gran parte del Paese e il barcollante regime mussoliniano. E soprattutto sono essi a organizzare in prima fila gli scioperi del novembre-dicembre 1943 e a dare un contributo decisivo allo sciopero generale del 1944, a lungo preparato e a cui prendono parte 700-800.000 lavoratori che paralizzano per più giorni la produzione, anche se a decine, se non a centinaia saranno arrestati e rinchiusi nelle prigioni e nei campi di concentramento del Terzo Reich hitleriano.

È il più grande movimento di massa sviluppatosi nei territori sottomessi al nazismo e sopravviene mentre va rafforzandosi, dopo un lungo inverno, la lotta armata. Come ha affermato Paolo Spriano, non c’è stata in Europa – è bene tenerlo a mente – una Resistenza che abbia avuto, come quella italiana, una componente e una partecipazione operaia altrettanto massicce e attive. *** Infine, un’ultima osservazione. Le mistificanti riletture sulla Resistenza, che dopo il crollo del muro di Berlino e l’implosione della cosiddetta prima Repubblica hanno trovato sempre più spazio e ascolto nell’universo mass-mediatico, si inscrivono nell’operazione politico-culturale tesa a delegittimare la lotta di liberazione dal nazifascismo, che nei principi scolpiti nella prima parte della Costituzione ha avuto il suo coronamento e la sua codificazione.

Affermazioni grandi e impegnative innervano, infatti, una delle Carte costituzionali considerata ancora tra le più avanzate al mondo; affermazioni che attestano come il patrimonio di valori dell’antifascismo sia stato posto alla base dell’ampliamento della sfera dei diritti, a fondamento di una nuova idea di cittadinanza, antitetica alla sintesi comunitaria propugnata dai fascismi di ieri e dalle odierne destre populiste, miranti alla discriminazione, all’esclusione dell’altro e del diverso.

Affermazioni che stridono con i propositi di quanti non vogliono che il Paese faccia sino in fondo i conti con il suo passato, con il «cuore di tenebra» dei sogni imperiali e delle avventure coloniali del fascismo che, ben lontano dall’ipocrita mito autoassolutorio degli «italiani brava gente», si è distinto per l’efferatezza dei suoi crimini in Africa e nei Balcani. Affermazioni, e con esse i diritti in quella stessa sede enunciati, che hanno conosciuto negli ultimi tempi una pesante messa in discussione, ma la cui attualità è stata ed è rilanciata dall’esacerbarsi delle disuguaglianze in un mondo prima scosso dalla bufera economica della crisi capitalistica del 2008-2011 e ora sconvolto dall’imperversare della pandemia da corona-virus.

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