I volti senza storia di Tonino Taiuti

Attore tra i più originali del nostro teatro, Taiuti è anche musicista noise e pittore. Negli ultimi anni, l'intensa, poetica ricerca sui volti allude a un nuovo sguardo sul mondo

Scritto da Antonio Grieco

Sono volti senza storia quelli che da alcuni anni dipinge Tonino Taiuti. In questa intensa ricerca sullo sguardo più che sul ritratto, lo aiuta la sua lunga esperienza di attore aperto al dialogo con linguaggi espressivi diversi – dal jazz alla pittura, dal cinema alla poesia contemporanea –  e sempre in cerca di una creatività liberatoria, lontana da tentazioni estetizzanti.

Barbariche, primitive, le sue figure, – come del resto i suoi precedenti Pulcinella sospesi nello spazio come enigmatiche presenze metafisiche – sembrano in ogni caso rinviare a quella complessa tensione tra espressività e coscienza radicata da sempre nel suo modo di praticare e intendere il teatro; una esperienza, la sua, che – a partire da un comportamento attoriale fondato sulla drammaturgia del corpo e sull’improvvisazione – non ha mai separato l’alto e il basso della cultura, le espressioni più vitali della nostra tradizione – Petito, Viviani, Eduardo, Totò, soprattutto – e le più innovative sperimentazioni della scena napoletana ed europea del Novecento (dal Teatro dell’assurdo di Beckett e Pinter alla poetica visionaria di Neiwiller e Moscato).

Una originale contaminazione teatrale che è anche il segno distintivo di “Play Duett 2”, uno dei suoi ultimi spettacoli messo in scena col bravissimo Lino Musella.

Ora, se si osservano con attenzione le infinite, minime variazioni dei suoi volti, ci si accorge che in fondo il suo discorso è più complesso di quel che appare a un primo sguardo, perché allusivo di una mutazione, di una darwiniana trasformazione della specie che interroga il nostro presente.

Da un’angolazione molto laterale, l’artista sceglie in realtà una via di fuga dalla Storia che gli consente di tenere sempre aperto il legame con “il molteplice”, con l’indecifrabile e caotico divenire del mondo che abitiamo; uno spazio artistico molto soggettivo, in cui, come vedremo, affiorano echi di quei movimenti d’avanguardia – come i fauves, l’informale, il futurismo, il dadaismo, il surrealismo – che nello scorso secolo hanno dischiuso nuovi sentieri alla creatività contemporanea.

Nella trasfigurazione dei suoi volti, a colpire comunque è una sensazione di purezza, di innocenza – di qualcosa cioè che ci appartiene ma che è fuori del nostro sguardo – che contribuisce a trasmetterci l’dea di figure aliene, fantasmatiche, che irrompono improvvisamente nella nostra quotidianità da un’altra dimensione dello spazio e del tempo.

Ma poi – in un procedimento che in qualche modo potremmo definire analitico – in seguito alla insistita ripetizione del medesimo soggetto, il vivace cromatismo iniziale (dei rossi, dei verdi, dei gialli, dei blu intensi) tende lentamente a spegnersi dando origine a un radicale processo di denudamento dell’immagine.

Il vivente umano ridotto a un’ombra. Non è improbabile che in questa operazione sottrattiva, si manifesti in Taiuti, anche inconsciamente, una non condivisione dell’esperienza scenica intesa come un continuo mascheramento senza alcun filo, sia pur sotterraneo, che la unisca alla realtà più vera della nostra esistenza.

Da qui, forse, l’impossibilità di scorgere un qualche segno “teatrale” in queste sue perturbanti icone, che invece fanno immediatamente pensare all’arte antifolklorica e misteriosa dei suoi fondamentali maestri, l’indimenticabile Enrico Cajati e Salvatore Vitagliano: due grandi artisti che si sono sempre tenuti lontani dal businness globale dell’arte e dall’ormai  pervasivo conformismo della Società dello spettacolo.

Nell’ostentato rifiuto di replicare il visibile, l’attore artista napoletano crediamo riveli non solo l’intima urgenza di decolonizzare il nostro immaginario, ma la necessità di recuperare quell’originario sentimento dell’umano di cui le nostre comunità sembrano ormai aver perso quasi del tutto la memoria; ed è forse questo il motivo per cui queste opere – che, per dirla con Proust,  “resuscitano l’enorme edificio del ricordo” – ci appaiono come simboli di ciò che di Sacro ancora resiste nei processi di secolarizzazione della vita culturale e sociale.

Molto originali, per creatività e forza comunicativa, sono anche quei volti di donne  e uomini – spesso malinconici e appena sfiorati da lievi macchie di colore – della sua ultima produzione, che hanno sguardi vivissimi e sembrano sul punto di rivelarci un segreto. Sulle tracce di Antonio Neiwiller, suo grande mentore e amico, l‘esperienza multidisciplinare di Taiuti – come abbiamo visto anche nelle sue performances da “musicista noise” o accompagnato dal sassofonista Marco Zurzolo –  si è sempre caratterizzata per lo studio rigoroso di quei maestri che, da prospettive diverse, sono stati decisivi per la sua formazione culturale e artistica.

Non si può sfuggire inoltre, soprattutto considerando la varietà del suo campo d’indagine, alla sensazione di trovarci di fronte a una investigazione estetica che si fonda essenzialmente sull’immaginazione come ineludibile strumento di conoscenza di sé stesso e dell’Altro, e, al tempo stesso, sull’idea di laboratorio come luogo intimo, appartato e mentale, estraneo ad una concezione meramente produttivistica del gesto creativo. Uno degli esempi più emblematici di questa tensione laboratoriale che aspira a superare rigidi confini settoriali, possiamo coglierlo in  “L’anima astratta”, un ritratto di qualche anno fa di Bill Evans, pianista e compositore statunitense, dove la figura – realizzata secondo gli stilemi del dinamismo futurista – appare idealizzata e confusa nella vitalistica esplosione cromatica.

Questo sguardo da artista “irregolare,” da “pittore selvaggio” – per riprendere l’acuta definizione del suo modo di vivere l’arte di Igor Esposito, autore di alcuni suoi lavori teatrali come “La vita dipinta” – lo ritroviamo anche nelle ultime opere, dove quel mosaico di volti primitivi di diversa origine etnica lascia il posto a tenere immagini di animali, soprattutto scimmie, disegnate su spartiti musicali dove – con un linguaggio decostruttivo che rimanda alla “Poesia Visiva” – compaiono lettere di varie dimensioni, testi poetici, fotomontaggi.

Alla fine, però, anche queste ultime, freschissime composizioni surreali sembrano specchio – oltre che di un temperamento anarchico (e ludico) insofferente alle leggi formali – di un rifiuto, di una negazione cioè di un mondo sempre più lontano dalla verità e di un’arte ridotta a mero oggetto di consumo.

Ed è forse proprio per consentirci di ridare un senso al nostro tempo, che abbiamo l’impressione che in queste opere Taiuti ci inviti semplicemente ad osservare i corpi e gli occhi delle sue scimmie, convinto che lì, nei loro sguardi spaesati e innocenti, si celi quella parte più autentica di noi che stiamo tragicamente perdendo

 

Un commento

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  • Maria Luisa Crudele Borgia
    11 febbraio 2020 at 16:39 - Reply

    Antonio Grieco coglie tutti gli aspetti artistico-creativi del poliedrico Taiuti,dimostrando ancora una volta competenza e conoscenza dell’arte in tutte le sue forme e con tutte le sue sfaccettature.