“HEART OF THE SEA-LA LEGGENDA DI MOBY DICK”

Il nuovo kolossal americano firmato Ron Howard, è finalmente uscito nelle sale italiane

Riceviamo e pubblichiamo

di Francesco Capozzi

Inverno 1850, Nantucket: il giovane scrittore Herman Melville intervista un sopravvissuto, allora giovane e inesperto mozzo, al naufragio della Baleniera Essex avvenuto nel 1820, attribuito dalla vox populi ad un leggendario cetaceo di dimensioni mostruose. Già da subito, quando apparve nel 1851, il romanzo “Moby Dick” fu considerato l’Iliade della giovane letteratura nordamericana.

Questo film (USA, 15) è una riflessione sugli avvenimenti reali che portarono alla gestazione del libro. Avvolti in un’aura leggendaria, ben si prestarono alla trasfigurazione possente che ne trasse H.Melville, tra allegoria metafisica ed esistenziale, ma strettamente legata ad una visione della società del tempo, e grande tensione stilistica.

moby dickIl film parte da un  romanzo di Nathaniel Philbrick, che si presenta al lettore come una sorta di incunabolo (testo antico a stampa dato come basico) letterario al capolavoro melvilliano; in cui i materiali testimoniali, ritenuti reali, anche se non documentati in sede di processo fatto dopo il naufragio della nave, sono oggetto di una sorta di “mise en abime”, in cui il lettore è come “se scendesse” a confrontarsi con il doppio percorso dello scrittore contemporaneo. Un narrazione che ha presente un’altra narrazione, il libro “Moby Dick”: un esempio di metanarrazione. E’ un’operazione che può sfociare in una scrittura forte, ispirata: ma non principalmente dai fatti in sé, quanto piuttosto dal libro di partenza. Essa spesso diventa attualizzante di un testo ritenuto un classico. Mi sono dilungato sul “prima” del film per specificare che siamo in presenza di un’operazione culturale complessa, gestita dal regista Ron Howard, anche produttore insieme a Brian Grazer, suo storico socio, con grande capacità. Che non esito a definire autorale.

Chiunque si confronta, a qualunque titolo, in USA col “Moby Dick” non fa semplicemente un’operazione letteraria-culturale: ma con qualcosa che è parte integrante della formazione della stessa mentalità della società americana. Come da noi avviene con la “Divina Comedia” o Leopardi.

Già nel 56 il grande John Huston ne trasse un film, a suo modo un capolavoro, in cui l’aspetto epico fluisce in una visione di forsennata sfida alla natura e al destino; in una cornice di romanzo di formazione. Qui invece, il regista e il suo bravo e abile sceneggiatore Charles Leavitt, hanno scarnificato i dialoghi, concentrandosi sull’azione e sul rapporto col mare. Ma soprattutto l’hanno dinamizzata, fino ad arrivare a guardare in fondo agli occhi di questo mostro di una grandezza innominabile. C’è proprio la sequenza in cui il primo ufficiale, l’attore “di stazza”, non solo fisica, Chris Hemsworth (il Thor della saga Marvel), il vero protagonista, potrebbe uccidere il mostro: ma si fissano negli occhi e lo lascia andar via salvo.

Questo incontro ha una portata narrativa notevole, perché afferma la sostanziale unità psicologica tra cacciatore e preda: quel patto di mutuo rispetto allorché avviene in condizione di parità (si pensi a Hemingway). Da questo scaturisce la riflessione generale sulla funzione della caccia alle balene, vista come una forma di saccheggio sulla natura e di appropriazione del loro olio, considerato allora molto buono nell’illuminazione, e la grande ricchezza che ne veniva agli armatori di Nantucket, allora “l’Arabia Saudita” degli USA.

Il film si scandisce in diverse parti: la più lunga è quella della loro deriva in barche di fortuna dopo il naufragio: ma sempre sotto la costante presenza del balenone, che vuole rendere la pariglia della caccia. Cosa si sente ad essere prede, e non più cacciatori?foto film

Il film rende questa atmosfera di perdizione e annichilamento, e di cambio di soggettività; lo fa con fluidità narrativa e potenza espressiva. Senza appesantire con tirate ecologiche, tra l’altro fuori registro storico, ma facendo parlare i fatti. Ma soprattutto tenendo l’intera narrazione all’interno di un grande respiro visuale. In questo il lavoro del montaggio, della fotografia e degli effetti speciali sono stati di più che ottima qualità. Il direttore delle foto è il danese Anthony Dod Mantle che ha assicurato alla luce una tonalità continuamente sospesa tra documentazione storica e senso della leggenda reificata.

Gli effetti speciali visuali e non solo, sono curati da diverse Companies specializzate: ma tra quelli non visuali è Mark Holt il coordinatore-supervisore dotato di senso artistico più individuato. A lui si deve l’ideazione della Balena Bianca e dei suoi movimenti: apocalittica e impressionante, però di una mobilità agile e imprendibile, esprime una sua singolarità forte, di re assoluto degli sterminati spazi: a cui confronto ogni altro essere si annulla. Il regista l’ha definita un personaggio alla King Kong, consapevole di sé.

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