GOMORRA in TV: le polemiche non finiscono mai

Una considerazione personale sul tema

Riceviamo e volentieri pubblichiamo di Pasquale Marchionne

Tornano le puntate di Gomorra in Tv e riprendono le polemiche sulla eccessiva caratterizzazione etnica in negativo della serie.
Questo punto di vista è, a mio avviso, menzognero e cercherò brevemente di spiegarne le ragioni.
Innanzitutto Napoli, la cui “comedie humaine “ è diventata tragedia dopo gli spari assassini davanti ad una scuola fra piccoli scolari.
Di fatto non c’è differenza tra realtà violenta e rappresentazione narrativa e poi una riflessione sul valore dell’opera in se partendo dal senso della tragedia. Il senso originale del termine nasce da una cultura antica e straordinaria, quella greca classica, che cercava di stabilire una scala di valori per inquadrare in termini di liceità i comportamenti umani reiterabili in quanto paradigmatici.
Ecco, Gomorra è proprio questo:un esperimento letterario in Tv nel quale i personaggi sono archetipici e si muovono in una realtà culturale arcaica e lontana dal senso comune contemporaneo nel rispetto di valori per noi quasi mai condivisibili.
Ogni puntata del serial e’ una pagina di buona letteratura e di analisi sociologica. Null’altro.
Chi finge di non capire il senso del prodotto Sky, credo sia semplicemente invidioso del suo successo e di quello di attori straordinari e quanto mai realistici. E a proposito di personaggi e interpreti, la serie in corso di trasmissione è orfana dì Ciro “l’immortale”, figura di riferimento delle scorse stagioni; un vero eroe tragico come don Pietro e Genny Savastano. Eroi tragici cioè figure costrette a muoversi in un mondo costruito sulle atrocità per mantenere il potere e dal quale è impossibile allontanarsi.
Il massimo della tragicità classica e letteraria è sicuramente nella vicenda della morte della figlioletta di Ciro, ordinata da don Pietro come ri-affermazione del proprio potere e di tale empieta’ da indurre il figlio Gennaro ad armare la mano giustiziera di Ciro per porre fine ad una vita anche per lui scellerata perché capace di ignorare i tabù ossia quei divieti ancestrali innati in quelle forme viventi che sogliono definirsi umane.

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