Gli scrittori del Sud che devono pubblicare al Nord

Francesca Gerla (“La gabbia”): «Napoli città con grande desiderio di cultura dal basso, ma nell’editoria non ci sono investimenti come al nord»

Di Riccardo Bruno

Settembre è arrivato, le ferie sono finite. È ora di tornare al nostro trantran quotidiano. Trantran che per qualcuno è una sorta di prigionia, di gabbia. Ma è solo questione di qualche giorno e poi ritorneremo alla dolce anestesia dell’abitudine che rende le nostre vite piacevoli e, perché no, anche desiderabili.

Ci sono però persone che non escono mai dalle loro gabbie, perché se le sono costruite intorno, fisiche o psicologiche che esse siano.

È di queste persone che Francesca Gerla ci parla nel suo La gabbia uscito per Emersioni (marchio della Lit Edizioni, CE del Lazio): Enea, garagista, che si è autorecluso in un seminterrato da cui esce solo per scorribande clandestine negli appartamenti del condominio dove lavora; Ilaria che si trasferisce nel condominio di Enea per fuggire da una vita squallida e insoddisfacente che si è cucita addosso.

La gabbia è un thriller psicologico, che conduce il lettore nei labirinti dell’anima dei protagonisti, tratteggiandone personalità e drammi. Lo fa con pazienza e abilità, con una prosa accurata e piana che si increspa lì dove c’è la necessità di aderire alla frastagliata e tormentata superficie della realtà.

Ma perché, La gabbia?

Cosa sono gli uomini? In fondo, siamo animali ma ciò che da questi ci differenzia è la ricerca di un senso, di uno scopo nella vita. E per portare avanti questa ricerca tracciamo delle direzioni, dei percorsi per le nostre esistenze.

Ma quando queste direzioni, questi percorsi insistono sempre sugli stessi passi, quando si chiudono in circuiti sempre uguali, ecco che nascono le “gabbie”.

Ma le “gabbie” possono essere dei luoghi fisici? Sì.

Possono essere anche dei “luoghi” mentali, spirituali? Sì, anche.

Ed ecco allora le “gabbie” intese come ruoli, posizioni nell’esistenza.

Ma questi ruoli ce li scegliamo liberamente o li subiamo, impostici dal destino?

È questa una domanda alla quale Francesca Gerla cerca rispondere.

C’è modo di spezzare le catene, infrangere le sbarre e uscire dalle gabbie?

È la speranza che aleggia nel romanzo; è la speranza che sorregge la vita di tutti noi, in qualche modo reclusi nella nostra gabbia personale.

Francesca Gerla ha alle sue spalle una brillante carriera condotta in prestigiose case editrici ed è ora insegnante e scrittrice con al suo attivo quattro romanzi: oltre a La gabbia, ha pubblicato per la casa editrice “Homo Scrivens” di Napoli L’isola di Pietra, La testimone, Sei personaggi in cerca di Totore (quest’ultimo scritto a quattro mani con Pino Imperatore).

Dr.ssa Gerla, le gabbie…? Come vi si può sfuggire?

La gabbia di cui parlo in questo romanzo è sì la piccola abitazione che Enea ha ricavato dal suo garage, ma è anche una condizione esistenziale alla quale nessuno sfugge: vorremmo essere liberi, ma la libertà senza legami è a sua volta una condanna; ci è impossibile vivere da soli, ma anche vivere con gli altri; vorremmo non somigliare al nostro passato, ma senza di esso non abbiamo futuro; e così via. Le gabbie non ce le costruiamo, sono il sistema indispensabile entro cui ci muoviamo per trovare un’identità che sia al tempo stesso una pena e una liberazione. Che ci renda noi stessi nelle nostre contraddizioni, nel bene e nel male.

     – Dr.ssa Gerla, lei non è il primo scrittore del Sud (soprattutto di Napoli) che, dopo un discreto successo in “patria”, deve pubblicare con una CE più a nord per ampliare il suo pubblico… La precedente CE era una “gabbia” per lei?… Il Sud è una “gabbia” per chi si vuole esprimere artisticamente?

Gli editori sono indispensabili e non sono mai una gabbia. Anzi, ringrazio Aldo Putignano e tutta la squadra di Homo Scrivens per avermi supportato! Quanto alla questione della cultura al sud, io distinguerei Napoli dal resto del Meridione. Parlando dunque solo della mia città, sicuramente si tratta di un luogo sui generis portato, per sua natura, a produrre voci artistiche, com’è evidente dalla sua storia letteraria, teatrale, pittorica, architettonica, cinematografica; ma non sempre queste voci trovano un adeguato supporto di tipo economico: ecco che allora i talenti volano altrove. Io percepisco a Napoli un desiderio di cultura e di arte che parte dal basso, ma che vive il grosso limite di non potersi avvantaggiare di grossi investimenti come avviene nelle città del nord.

– La sua nuova CE l’ha lasciata esprimere liberamente col suo romanzo… O è stata una “gabbia”?

Mi ha lasciata esprimere liberamente, fatto salvo il giusto lavoro dell’editor, Andrea Carraro, cui devo un sentito grazie.

– Scrittrice… Donna… Al Sud… Quante “gabbie” ha dovuto infrangere nella sua carriera professionale e artistica?

Per la verità tante. Forse anche per questo stavolta ho scritto una storia così poco femminile, e così poco meridionale. In particolare, temevo di essere mal accolta dalle lettrici, invece ho scoperto che apprezzano molto il personaggio di Enea, benché non sia affatto romantico e non risponda ai classici modelli rassicuranti che caratterizzano molte figure maschili della narrativa italiana contemporanea. Ho capito dunque che il primo pregiudizio, la prima gabbia, la stavo imponendo io alle donne che mi avrebbero letto: al pari degli uomini, anche loro cercano nei romanzi figure simboliche, rappresentative della contemporaneità pure negli aspetti più crudi e animaleschi, e non disdegnano l’immagine di un rapporto tra i sessi che non abbia necessariamente una matrice sentimentale, ma di urgenza sensoriale e comunicativa.

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