GLI ARCAICI E MODERNI CONFLITTI DELLA BUFALIERA

Al Teatro Avanposto Numero Zero è andato in scena “La Bufaliera” di Egidio Carbone Lucifero, crudele sguardo sul mondo contemporaneo

Scritto da Antonio Grieco

Il Teatro Avanposto Numero Zero a Napoli (via Sedile di Porto, 55), fondato e diretto da Egidio Carbone Lucifero, nel corso degli anni è diventato un sicuro punto di riferimento per moltissimi artisti che intendono continuare a sperimentare nuovi linguaggi espressivi.

Qui, infatti, si sono tenuti incontri e laboratori con attrici, registi e attori come Enzo Moscato, Vincenza Modica, Salvatore Cantalupo (solo per citarne qualcuno), probabilmente interessati anche ad indagare la Teoria dell’Attore Costitutivo ideata da Carbone – ingegnere, oltre che autore e attore – che mette in relazione la struttura dinamica della materia e il suo modo di assumere una propria forma con l’esperienza dell’attore che in scena muta dando volto e anima ai suoi personaggi.

Una delle prove più originali di questo singolare approccio drammaturgico è costituito da “La Bufaliera”, un atto unico (che debuttò al Teatro di San Carlo a Napoli alcuni anni fa ed ora ripreso all’Avanposto dall’11 al 20 ottobre) di Carbone in dodici scene (edito da Falco Editore nel 2007), che racconta, ispirandosi al verismo, le relazioni tra gli uomini e la crisi della famiglia in una bufaliera campana; il testo è stato poi  tradotto e pubblicato anche in lingua araba in Egitto.

Lo spazio teatrale di via Sedile di Porto, ubicato in uno scantinato di un antico edificio, è essenziale, povero; ricorda quello degli storici teatri sperimentali napoletani, come  il Teatro Esse, dove operò Gennaro Vitiello con una nuova generazione di attori napoletani.

Quando si scende nella piccola sala sottostante il cortile, siamo già dentro la  finzione; una rappresentazione quasi annunciata da alcune teste di donne che fuoriescono da una struttura verticale composta da assi di legno incrociati, che richiama le scenografie costruttiviste del primo Novecento. Si ha subito la sensazione, come ci fa notare il nostro amico poeta Ciro de Novellis con cui abbiamo assistito allo spettacolo, di trovarci in un luogo chiuso, concentrazionario, da vecchio ospedale psichiatrico: come se di fronte agli spettatori – seduti uno accanto all’altro lungo il perimetro rettangolare del piccolo teatro – quei volti lacerati, quelle bocche spalancate, quei sibili, quelle voci strozzate, non fossero altro che il simbolo di una umanità alla deriva; di una umanità, oppressa sin dalla nascita da un potere violento e assoluto, che ha finito ormai per assumere sembianze animalesche. Ad accentuare questa sensazione di spaesamento e di selvaggia animalità, dal lato opposto, dinanzi a un velario trasparente, per terra, scorgiamo un uomo disteso, mezzo nudo, di imponente corporatura.

Il testo e la messa in scena rimandano a un mondo tradizionale – per certi versi ancora arcaico, primordiale – dove, soprattutto nelle relazioni familiari, domina l’ipocrisia e il nuovo stenta a farsi strada per la prevalenza del male: come ad esempio l’eterno dominio dell’uomo sulla donna costretta a subire ogni sorta di umiliazione. Ciò che colpisce di più nelle sottili trame psicologiche dei personaggi costruite da Carbone, tuttavia, è appunto l’allusione a conflitti lontani nel tempo che, pur assumendo forme diverse, ritornano con tutta la loro disumanità non solo nel Sud del Paese dove è ambientata “La Bufaliera”, ma in gran parte delle società postmoderne.

Ci troviamo insomma al cospetto di una lacerazione – la deflagrazione dell’istituto familiare attraverso la crisi di una coppia – che è il riflesso di una più generale e drammatica crisi delle nostre coscienze e delle nostre comunità. Cosicchè la Vecchia nonna claudicante – che oltre al mondo rurale di Verga ci ricorda certi inquietanti personaggi di Annibale Ruccello – che spinge suo figlio a portare via alla nuora la nipote (“meglio il morso di una bufala che una vipera nel letto”), è l’emblema non solo di un potere dispotico, ma di una violenza universale che rifiuta, respinge e distrugge ogni forma di alterità.

Da questa angolazione, i riferimenti ai migranti – che lavorano da schiavi, disprezzati, sfruttati e umiliati, nell’azienda familiare – danno bene l’idea di quanto nuove forme di schiavitù e di razzismo siano ormai lo stigma della globalizzazione neoliberista senza speranza d’inizio millennio. Come pure, drammaturgicamente e psicologicamente ben costruiti ci sono apparsi gli inquietanti dialoghi tra la intrigante comare e la vecchia padrona, lo stesso monologo della nuora che prova a liberarsi dalle catene per riconquistare  la propria libertà e dignità, in un contesto umano e sociale dove il femminicidio sembra il naturale epilogo di un mondo precipitato nella barbarie. In definitiva, crediamo che la messinscena di Carbone,  regista e anche attore della pièce, abbia il merito di alludere, attraverso il sottile scavo interiore dei personaggi, con crudeltà ai disvalori del nostro tempo, spingendoci a riflettere sulle nostre vite e sulla tragica violenza della Storia che nel corso dei secoli non si è mai interrotta.

Originale la scenografia; interessante l’idea di uno spazio scenico dove gli spettatori, vicinissimi agli attori e alle azioni, sentono di essere parte attiva della messa in scena. Le musiche originali sono di Eugenio Bennato. Intensa la prova di tutti gli interpreti:Tina Femiano, Amelia Longobardi, Claudio Coraggio, Egidio Carbone, Federica Castellano, Emilio Massa, Francesco Luogo, Fortuna De Crescenzo; il disegno luci è di Rosario Esposito; assistente alla regia Giusy Farella.

Prolungati applausi del pubblico in sala

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