Evviva le “nostre” quattro giornate

Ma cosa avvenne pochi giorni prima della 4Giornate? un racconto di un esaltante momento che avvenne poche ore prima della rivoluzione. Le manifestazioni in città

Festeggiamo le nostre quattro giornate con un esaltante racconto di Vittorio De Asmundis, tra i leader dell’antimilitarismo storico  nella nostra città che ci svela un retroscena quasi inedito perché tratto esclusivamente dalla sua formidabile memoria.

Con questo racconto abbiamo un quadro di quanto avvenne nei giorni e le ore prima momenti  che sconvolsero non solo Napoli ma tutta l’Europa, umiliando il più grande esercito del mondo. Vittorio ci ha mandato un racconto straordinario e di tanto lo ringraziamo, con una frase che viene in mente dopo avere letto questo ricordo: Nessun esercito potrà mai sconfiggere un popolo   (Ho Chi Min)

 

Le “nostre” Quattro Giornate”

Scritto da Vittorio De Asmundis

Un palazzo in esplosione

 26 settembre 1943. Due giorni prima dell’insurrezione. Anche a soli due anni le ferite inferte dai nazisti e dai fascisti produssero cicatrici indelebili.

 Via Roberto Savarese numero 37. E’un palazzo che si trova a Napoli, fa angolo con Via Materdei, e,  per capirci, è quello che sta di fronte alla famosa Pizzeria Starita, già esistente 77 anni fa con annessa una cantina vineria con enormi botti di legno che, in tempo di pace, erano piene di vino rosso che si vendeva sfuso.

Quei giorni di fine settembre del 1943 erano giorni terribili. Il film di Nanni Loy sulle Quattro Giornate di Napoli, nonostante la sua ottima musica incalzante, alla resa dei conti diventa una caricatura.

Dopo anni di guerra, dopo centinaia di bombardamenti, dopo venticinquemila morti civili, c’erano macerie quasi dappertutto, muri sbrecciati, pericolanti, saracinesche sfondate, balconi crollati, vetri rotti, buche, tubi dell’acqua aridi e penzolanti, tombini saltati, portoni incastrati, e tutto attorno un’umanità affamata, lacera, stracciata, mezzo allucinata.

Dai primi giorni di settembre un nemico spaventoso si aggirava per Napoli, per i suoi vicoli, per le sue strade in frantumi. Era un nemico aggressivo, arrogante, assassino, vestito con le uniformi dei militari tedeschi, accompagnato da luridi omuncoli, ma altrettanto assassini, vigliacchi spioni italiani fascisti. Un nemico che cercava uomini abili per trascinarli al lavoro forzato in Germania.

Quel palazzo di Via Roberto Savarese era diventato uno dei rifugi, un nascondiglio per ben ventidue possibili vittime delle retate tedesche. Dopo il quinto piano c’era un’ultima rampa delle scale che portava alle soffitte sottotetto, ed era proprio lì che ventidue ragazzi speravano di non essere scovati dal mostro nazista e fascista. Il 26 settembre, sin dalle prime ore della mattina, un grido straziante cominciò a circolare per Materdei. “Stanno arrivanne, stanno arrivanne ‘e fetiente… annascunniteve!” In quel palazzo, al quarto piano, abitavo io, Vittorio, con la mia famiglia, mio padre Roberto e mia madre Emma Gervasio, e le mie sorelline Clara, Fernanda e Angelina. Lo so, avevo solo due anni, ma ero vivo, cosciente, non mi ricordo ovviamente niente, ma dai racconti successivi ho scoperto nella mia memoria le cicatrici profonde che quel giorno mi ha lasciato. Mia madre Emma, con altre donne del palazzo, la signora Frizzi, la signora Pelella, la signora Ferolla, e altre che nessuno più ricorda, si dettero da fare.

Convinsero mio padre Roberto a collaborare. Lo fasciarono con le bende ricavate da un lenzuolo bianco e lo misero su un letto trasportato proprio sul pianerottolo del quarto piano. E tutto intorno al letto noi bambini con altri del palazzo e altre donne a piangere e a lamentarsi.

E arrivarono i militari, gli assassini, i mostri, gli esseri disumani, Entrarono nel palazzo con gran rumore, urla, bestemmie, scoppi di minacce, lanci di invettive, tragiche esplosioni di morte. I loro passi pesanti rintronarono su per le scale, le porte sfondate al primo piano, poi al secondo, l’esaltazione crescente che saliva, le suppellettili che cadevano, le grida sgraziate, i richiami, il terrore. E poi sempre più vicini, al terzo piano, con i vetri in frantumi e i loro enormi scarponi che bombardavano l’esistente. Si presentarono all’improvviso, altissimi, giganteschi, coperti di polvere nera, cosparsi di ferocia nel loro tanfo cadaverico, nauseabondo, inumano.

Ci trovarono inermi, attoniti, sbalorditi. Mio padre immobile, nel suo letto al centro del pianerottolo, tutto fasciato nelle sue bende bianche, le donne che cominciarono a lamentarsi e poi ad urlare con gli occhi sbarrati, e noi bambini, piccoli testimoni di vita, feriti, maltrattati, miseri birilli in bilico, punzecchiati, minacciati, pronti ad essere abbattuti, pronti a diventare carneficina.Mi hanno detto che i nazisti hanno urlato alla spia fascista che stesse succedendo, e il fascista tradusse a mia madre Emma la richiesta. “Ha la lebbra”, fu la risposta.

Ci fu silenzio, tutti smisero di lamentarsi, anche noi bambini smettemmo di piangere, nessuno respirava più. Ha la lebbra, tradusse il fascista ai tedeschi. E con le mitragliatrici puntate addosso, con le bombe a mano                                                                      pronte a sommergerci, con la morte che ci avvolgeva e ci sovrastava, avvenne l’impossibile.

I mastodontici assassini nazisti e il loro piccolissimo topo di fogna fascista, come se avessero obbedito a  un ordine, tutti insieme, all’improvviso, si dimenticarono di ucciderci, e, dietrofront, pensarono unicamente a scappare, ad allontanarsi da quel luogo infetto, e in gran fretta, anzi, in un battibaleno, si scapicollarono per tutte  le scale fino a fuori al portone, con  le loro orribili masserizie e i loro propositi di bellicosità estrema.

 

E ancora oggi, dopo 77 anni mi porto appresso nella memoria le mie cicatrici indelebili. Un disprezzo profondo contro tutte le divise di guerra, contro le armi e, quindi, contro il militarismo. Una vita spesa per la pace, per la lotta contro la sopraffazione e le ingiustizie.

 

Con la soddisfazione che atti terribilmente eroici, pericolosi e perfino incoscienti, come quelli di Emma Gervasio e di mio padre Roberto, raggiungono vette impensabili di solidarietà e di amore. 22 giovani nascosti furono sottratti alla deportazione e, dopo appena due giorni, il 28 settembre 1943, si aggiunsero ai partigiani napoletani, che primi nel mondo occidentale, riuscirono da soli a liberarsi dai nazisti e dai fascisti. Viva le Quattro Giornate di Napoli! Viva la Resistenza!

 

 

 

28 Settembre, deposizione delle corone d’alloro 

  • Ore 10:15 Mausoleo di Posillipo
  • Ore 10:40 Piazza Bovio, lapide ingresso Camera di Commercio
  • Ore 10:50 Piazza Carità, stele Salvo d’Acquisto
  • Ore 11:15 Ponte Maddalena Cerasuolo (già Ponte della Sanità)

Manifestazioni Quatto Giornate 

  • La Resilienza dei lavoratori ore 09:30 con la proiezione nella sala della Whirlpool di Napoli del film Le Quattro Giornate di Napoli di Nanni Loy
  • 28 Settembre La scuola per le Quattro Giornate ore 17:00 Salone C.G.I.L
  • 30 Settembre Pane, pace e lavoro. La Napoli del dopoguerra, la Napoli di oggi ore 17:00 salone CGIL
  • 2 Ottobre Presentazione del fascicolo 2018-2019 della rivista Resistoria ore 17:00 Salone CGIL
  • 22 Ottobre Presentazione del libro Noi Partigiani. Memoriale della Resistenza italiana ore 17:00 Sala Dei Baroni, Maschio Angioino

Contatti: prenotazione obbligatoria all’indirizzo: [email protected]

Informazioni su Quattro Giornate di Napoli

Quando: dal 26 all’1 Ottobre 2020

Dove: diversi luoghi di Napoli

Prezzi e contatti: consultare il programma, sito ufficiale Comune di Napoli 

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