Europa: non solo Destra

In una Europa costruita male e che funziona ancora peggio, se in Germania e in Austria dilaga l’insofferenza, in Inghilterra si riaffaccia la speranza

Tutti scandalizzati dai risultati in Germania e in Austria, fiumi di inchiostro e di parole nei talk in TV per analisi politiche e sociologiche tendenti unicamente a terrorizzare e mettere in guardia dal pericolo rappresentato dall’avanzata delle destre. Ma nessuno che si sofferma a sottolineare una verità che appare ormai chiarissima.
L’avanzata in Europa delle destre reazionarie, razziste e populiste sono nient’altro che la logica conseguenza di una Europa che non funziona, incapace di rispondere ai bisogni concreti delle persone, costruita su istituzioni verticistiche senza alcuna rappresentanza democratica di espressione popolare. Nient’altro che uno strumento per la prosecuzione di una lotta di classe portata avanti da un’elitè, espressione prima della industria, oggi della finanza, attraverso una istituzione plasmata sulle loro esigenze, e non certo su quelle della gente. Un parlamento che non ha alcun potere di fatto, tutto o quasi è delegato a tecnostrutture completamente autonome e prive di un serio controllo democratico, che considerano la democrazia e il consenso solo un intralcio. Allora ecco che assistiamo a quello che appare come una logica consecutio: larghe fasce di società europee che premiano quelle forze politiche percepite come le più attente agli interessi “concreti” dei cittadini, che promettono scelte riguardanti le singole vite, più che le scelte dettate dai grandi ideali tesi a rappresentare per intere le società.
Dopo le fallimentari politiche delle grandi coalizioni con in prima fila i partiti socialdemocratici convertiti al credo neo liberista, gestendo malissimo questa crisi, esagerando con le politiche di austerity e di deregolamentazioni del lavoro, dopo aver smantellato buona parte dello stato sociale, ora come è sempre accaduto nella storia durante i periodi di grandi crisi, è la Destra estrema lo strumento più efficace a disposizione delle classi dominanti per spostare il conflitto sociale dal piano verticale a quello orizzontale, dirottando la rabbia di chi patisce i colpi della crisi non sui responsabili, ma su coloro che stanno ancora peggio.

L’unica anomalia che spiazza questo schema è rappresentata dalla vicenda politica di  Jeremy Corbyn, diventato la pietra di inciampo nella narrazione dei media e sull’incessante de profundis dei grandi partiti socialisti in particolare.
Corbyn è la dimostrazione che si può rispondere all’insofferenza senza fomentare l’odio tra poveri, ma alimentando la speranza, consapevole che la socialdemocrazia si è legata agli interessi della grande finanza, e quindi della necessità di proporre programmi sociali più radicali, unico modo per far tornare la gente a sostenere la sinistra e bloccare l’attuale deriva sciovinista. Corbyn è riuscito forse a trovare la chiave per tenere insieme le scelte di fondo e gli interessi “egoistici”, soprattutto di quell’elettorato che non percepisce più la sinistra come il partito della classe lavoratrice, riportando a casa quei voti di alcuni laburisti delusi, e che negli anni scorsi avevano votato la destra reazionaria di UKIP. Quello di Corbyn è un fenomeno politico interessante perché in netta controtendenza con il resto dei partiti socialisti in Europa, meritevole di un approfondimento più attento, soprattutto perché avviene in Inghilterra, e non in una marginale provincia dell’impero, ma in uno dei paesi che da sempre ha influenzato la storia e l’evoluzione della cultura politica in Europa. Invece finisce sulle prime pagine dei giornali solo quando si mette a cantare Bandiera Rossa in chiusura del recente congresso del Labour, derubricandolo ad operazione nostalgia, fino ad assistere al paradosso che ad evidenziare la realtà politica vincente del vecchio Jeremy ci pensa solo il “conservatore” GUARDIAN, definendolo un leader dalla visione coerente, stimolante e piena di speranza.
Corbyn non è un politico-macchina, è empatico e suscita affetto, senza essere ruffiano anzi, non vuole piacere a tutti, è antipatico quanto basta, ma leale, e la gente lo ha percepito e quindi premiato. Con le sue scelte nette ispirate ad un Socialismo moderno, ha messo in crisi tutti gli stereotipi creati in questi anni per legittimare la presunta realpolitik di una sinistra riformista, dilaniata nel dilemma tra ideali e interessi elettoralistici. E’ vero, tutto questo non è bastato per vincere le recenti elezioni in GB, ma ha realizzato il più grande incremento di voti mai registrato nella storia del Labour, conquistando quasi gli stessi voti del primo Tony Blair.
Un risultato reso ancora più prezioso perché arrivato a valle di scelte non facili, a cominciare dal tenace contrasto alla politica del “New Labour” di Tony Blair, e senza il “fuoco amico” aperto contro di lui dall’intero establishment del Labour. forse sarebbe riuscito nell’impresa di battere Teresa May. Ma hanno provato a metterlo in difficoltà in ogni modo, anche cambiando le regole delle primarie in corso d’opera, nel tentativo di attenuare il peso del voto della base del partito, interamente dalla parte di Corbyn, e con una campagna di mobbing mediatico spietato. Corbyn ha archiviato il dogma “Blairiano”di una sinistra perennemente alla ricerca del voto moderato, ridefinendo lo stesso concetto di “centro” politico. Secondo Corbyn infatti,  il centro politico di una nazione non è inamovibile e certamente non rimane per sempre dove vorrebbe l’establishment. Si muove con i bisogni e le aspettative della gente. Di sicuro non è nello stesso punto in cui era 20 o 30 anni fa. Il grande crollo finanziario del 2008 e il decennio di austerità che vi ha fatto seguito lo hanno spostato. Oggi il centro è rappresentato dalla speranza di qualcosa di meglio e qualcosa di diverso”.
Del resto il suo programma politico non lascia dubbi, parla della necessità della ripresa degli investimenti pubblici, aumento dei salari, nazionalizzazione di imprese vitali come acqua, energie, trasporti, istruzione universitaria gratuita. Fitti bloccati, ripresa di un piano di edilizia popolare, dando la possibilità di comprare o affittare una casa senza dover fare il pendolare a 80 chilometri di distanza. Maggiore attenzione alle famiglie mononucleari e alla condizione femminile, in primo luogo cancellando la disparità di trattamento economico uomo-donna, fenomeno per la prima volta inquadrato anche come danno all’economia complessiva del paese, oltre che una sacrosanta battaglia di giustizia sociale in se. In politica estera ha condannato a più riprese gli interventi in Iraq e Libia, ha parlato della necessità di rivedere il rapporto privilegiato di partnership con gli USA, non più come meccanismo automatico, soprattutto oggi con un presidente come Trump. Vicinanza al popolo palestinese e alla minoranza Birmana, attenzione ai problemi del clima e alla necessità di una diversa e più solidale gestione dei flussi migratori.
Corbyn si afferma perché non fa finta di essere un altro come invece fanno la maggior parte degli altri leader in Europa, con i suoi 67 anni suonati, Corbyn ha frantumato anche il tabù del giovanilismo imperante in politica, viene accolto come una rock star dai giovani che affollano le sue conventions e che lo premiano con il loro voto. Il suo 40% di voti e i 10 seggi strappati ai conservatori nelle recenti elezioni, fanno di lui un leader credibile, capace di parlare non solo ai diseredati della globalizzazione, ma anche a chi non se la passa così male,  pur restando saldamente ancorato alla sua storia politica ed ai suoi valori. Apprezzato anche per aver saputo combattere le sue battaglie politiche restando tenacemente all’interno del suo partito, anche quando le distanze dal segretario sembravano siderali e lui considrato un terrorista. L’insieme di questi comportamenti hanno rappresentato la garanzia contro ogni possibile cedimento e soprattutto di subalternità.
Una lezione e forse una speranza per la sinistra in tutta Europa.

 

Umberto Laperuta

LabManager Dipartimento di Biologia della Federico II. Presidente ODV "Noi&Piscinola", compagni di viaggio del Teatro Area Nord. Tutta la mia passione a sostegno del TAN, terzo teatro comunale di Napoli, unico centro culturale in tutta l'Area Nord della città. Aspettando i tempi della politica, intendiamo contribuire ad unire la città ed i suoi quartieri attraverso la promozione culturale ed artistica, pur consapevoli che: "Ad ogni problema complesso corrisponde una soluzione semplice..... ma è quasi sempre quella sbagliata!!
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