ELEZIONI REGIONALI IN CAMPANIA: Relazione PRC

SUPERARE TATTICISMO E POLITICISMO, DISCUTIAMO DEI PROGRAMMI.- IL CASO DELLA CRISI/DESERTIFICAZIONE DELL’APPARATO PRODUTTIVO

di Rosario Marra del Comitato Politico Regionale del PRC

 Premessa: contro l’attendismo

De Magistris si candida/non si candida? Verrà esportato in Campaniail modello emiliano-romagnolo? De Luca verrà ricandidato? I Cinque Stelle si presenteranno da soli, con liste civiche o, all’ultimo momento, ci sarà l’alleanza col PD? La sinistra d’alternativa darà prova di maturità o si presenterà ancorauna volta divisa come in Umbria ed Emilia-Romagna?Come influiranno le suppletive napoletane del 23 febbraio sulle alleanze regionali?

Si potrebbe continuare con altri interrogativi ma la sostanza non cambierebbe.- Il problema è che mentre viene dato in pastoai cittadini campani questa sequela di interrogativi dietro le quinte ci sono contatti, riunioni, segnali finchè in “zona cesarini” i soliti noti non estrarranno il famoso coniglio dal cilindro, di conseguenza ciò che viene sacrificato è un processo realmente partecipativo per non parlare dei programmi che vengono del tutto (o quasi) oscurati.

Elemento fondamentale per portareavanti il descritto teatrino è la strategia dell’attesa: dapprima bisognava aspettare il 26 gennaio (voto in Emilia Romagna) ora le suppletive del 23 febbraio (se vince Ruotolo o meno) poi ci si inventerà qualche altra cosa.

In questo quadro desolante c’è un’eccezione costituita da un’aggregazione costituita da attivisti comunisti, del sindacalimo conflittuale, del meridionalismo progressista: da vari mesi, infatti, è in atto una discussione tra  forze collocabili nella frastagliata area della sinistra d’alternativa che ha fatto unaprimaassemblearegionale all’HotelRamadadi Napoliil 25 gennaio, quindi, non a caso, prima delle fatidiche elezioni emiliano-romagnole, ha lanciato un appello ormai vicino alle 100 sottoscrizioni dal significativo titolo “A chi non vuolerassegnarsi. – Diciamo basta ad una Campania ingiusta e degradata”.–Si tratta di un percorso che nasce da militanti di forze che da tempo hanno un percorso comune su tematiche di grande rilievo come la lotta al regionalismo differenziato, intervento coordinato in alcuni territori, che condividono una posizione di opposizione al governo regionale e a quello nazionale e che continueranno a lavorare insieme anche dopo la scadenza elettorale regionale.

E’ un percorso che rifiuta sia logiche da ammucchiata frontista che l’arroccamento identitario per giungere a liste di mera testimonianza buone soltanto a produrre delusione e demoralizzazione.

Fondamentale per sviluppare questo percorso – che prevede anche assemblee provinciali –è lo spostare l’attenzione dal teatrino delle interviste e dichiarazioni alla discussione politico-programmatica, in questo senso qui si vuoleaffrontare la spinosa questione della crisi/desertificazione dell’apparato produttivo campano.

  1. La politica economica liberista nella crisi della “vecchia” industrializzazione attraverso il contesto regionale e meridionale.

La politica economica liberista ha dei riflessi particolarmente devastantiper i  Paesi deboli e per le Regioni deboli di Paesi intermedi come il nostro.

Ad es., dalla sintesi del Rapporto SVIMEZ 2019, apprendiamo che le crisi aziendali non sono più numerose al Sud, ma la loro gestione incontra ostacoli molto più complessi; sui tavoli aperti “le imprese meridionali rappresentano poco meno del 40% del totale, percentuale che riflette la reale distribuzione territoriale delle imprese medio-grandi nel Paese solo che nella gestione di queste imprese i tempi di soluzione sono più alti, in media si raddoppiano, per due motivi: la scarsa attrattività del territorio meridionale per i nuovi investitori e le maggiori difficoltà nella ricollocazione dei lavoratori in eccesso”.

Insomma quelle che normativamente sono definite “aree di crisi industriale complessa”….sono ancora più complesse.

Questi dati vanno integrati con le specificità dell’apparato produttivo meridionale che ha una dimensione media degli addetti alle imprese che è esattamente la metà di quello delle imprese del Centro -Nord (11 al Sud e 22 al Centro-nord);

il caso campano non fa eccezione avendo un tessuto manifatturiero che vede una presenza di piccole  imprese particolarmente elevato, tanto che le unità locali con meno di 10 addetti sono l’87,19% del totale e in questo campo la crisi non è meno drammatica.

Nell’area napoletana sono concentrate circa il 50% delle imprese attive della Regione ed ancora più forte la presenza di microimprese che raggiungono il 96% del totale.

Nella nostra Regione, sono state individuate con decreto del MISE tre aree dove gli effetti della recessione economica, con le relative ricadute occupazionali, sono particolarmente gravi e riguardano il polo di Acerra-Marcianise-Airola con 17 Comuni, il polo di Castellammare-Torre Annunziata completamente ricadente nell’area napoletana con tre Comuni e quello di Battipaglia-Solofra con 4 Comuni, complessivamente si tratta di 24 Comuni e la maggior parte (14) sono del napoletano perché è qui che c’era la maggior industrializzazione e ora i più numerosi punti di crisi.

Per citare i casi più noti che ricadono in queste aree basti ricordare la Whirlpool di Napoli, la Jabil di Marcianise o la Treofan di Battipaglia.

Il quadro è completato da 384 Comuni facenti parte delle “aree di crisi industriale non complessa” che, normativamente sono definite quelle aree dove c’è, comunque, un impatto significativo sullo sviluppo dei territori interessati e sull’occupazione.[1]

In realtà, la gravità della situazione fa sì che le  aree di crisi “non complessa” si avvicinino sempre più a quelle complesse.

Questo è quanto, ad es., emerge dalla gravissima situazione della Novolegno di Montefredane (AV) Comune all’interno di un’area di crisi non complessa la cui classificazione va sicuramente aggiornata.

 

Insomma su 551 Comuni campani ben 408 (384+24) equivalenti al 74% si trovano in aree di crisi industriale(tutti i Comuni dell’ ex-provincia di Napoli, 108 su 118 per quelli della provincia di Avellino, 63 su 78 per la provincia di Benevento, 54 su 158 per la Provincia di Salerno).

Ciò determina una situazione dove nella nostra Regione i posti di lavoro a rischio sono non meno di 30.000 di cui la metà riferiti a vertenze nazionali, gli altri ai tavoli regionali.

La drammaticità esce confermata anche da una recente indagine dell’IRES-CGIL della Campania che, pur non avendo un carattere esaustivo come evidenziato dall’istituto di ricerche, individua 120 aziende sparse nelle varie province dove nel 2019 su 20.900 occupati censiti ci sono stati 1.648 licenziamenti e 4.758 esuberi.[2]

I “progetti di riconversione e riqualificazione industriale” (PRRI) non decollano perché l’attuale modello di sviluppo impone, all’interno della gabbia europea, una vera e propria desertificazione industriale delle zone più deboli e le misure messe in atto dai vari Governi succeditisi negli anni sono del tutto ininfluenti  basandosi  essenzialmente su incentivi che o sono poco usati o servono a dare soldi alle imprese senza reali e duraturi ritorni in termini di maggior reddito e occupazione per il territorio.

Nello specifico della nostra Regione, i tempi per i PRRI sono biblici e dalla Nota di aggiornamento al DEFR 2020-22 si prevede che l’attuazione dell’accordo di programma tra Regione e MISE per le aree di crisi complessa avvenga nel 2022 così come per l’attuazione dell’avviso pubblico per le aree di crisi non complessa e ciò se viene rispettato il cronoprogramma previsto, cosa nient’affatto scontata.

A conferma della inefficacia di un aspetto fondante  della politica nazionale c’è da notare che il 75% delle domande di agevolazione della “Nuova Sabatini” riguardano imprese del Nord e solo l’ 11% il Sud, non cambia la situazione se si guarda all’insieme degli investimenti agevolati che, ad es., nel 2017 e sempre per la quota meridionale sono stati di appena il 14,3%;

anche misure come il rafforzamento della clausola della riserva del 34% degli investimenti, prevista nel ddl di bilancio 2020, è destinata a scarsa efficacia se continua a riguardare prevalentemente la P.A. in senso stretto con il solo recente ampliamento ad ANAS e Ferrovie mentre il grosso delle imprese pubbliche- a differenza del passato – ne resta ancora fuori.

Qui emerge il problema delle imprese pubbliche “italiane” che negli ultimi decenni sono diventate anch’esse delle multinazionali attratte dalla logica competitiva della globalizzazione con una forte propensione agli investimenti esteri.

In particolare, “le multinazionali italiane con governance pubblica sono 28 e controllano sul territorio nazionale 610 imprese che impiegano 265.286 addetti con una dimensione media di 434,9 addetti per impresa”[3].

La politica dell’attrazione degli investimenti dall’esterofavorisce in tutti i modi l’intervento delle multinazionali nell’economia e le delocalizzazioni non sono che una conseguenza di questo tipo di politica: i dati provenienti dall’Eurofond segnalano che dal 2002 a oggi i casi che in Italia hanno visto riduzione di forza lavoro per delocalizzazioni sono 50 e i dipendenti colpiti sono stati 11.517 e si tratta di dati per difetto perché la fonte UE esclude le perdite occupazionali  inferiori alle 100 unità e quelle che colpiscono meno del 10% dell’occupazione in aziende con almeno 250 unità.

A Napoli, di recente, abbiamo avuto agli onori della cronaca la vertenza Whirpool in essa si condensano elementi comuni a molte altre crisi: multinazionali pronte a delocalizzare sia per avere maggiori profitti in territori con più alte agevolazioni fiscali e minor costo del lavoro e sia per valutazioni geopolitiche.

Qui subentra ancora una volta il problema delle regole europee perché se è vero che la nostra Costituzione (art. 43) ci permette di ricorrere alla nazionalizzazione o a forme di socializzazione degli stabilimenti (art. 46) è altrettanto vero che il Trattato europeo (art. 63) prevede la completa libertà di movimento dei capitali e se non viene limitata quest’ultima sarà difficile contrastare i giganti multinazionali.

Su questi aspetti dovremmo avere un maggior attivismo anche nei nostri collegamenti internazionali per giungere a forme di specifico coordinamento politico anche perché molto scarsa è l’attività della C.E.S..

Le politiche liberiste basate sul modello dell’ “export oriented” hanno accentuato gli squilibri territoriali e la differenza del peso economico delle Regioni, basti pensare che al Settentrione è concentrato il 73% delle merci esportate nel 2018 e le prime tre Regioni sono proprio Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto – quelle più avanti nella richiesta del regionalismo differenziato – che da sole rappresentano quasi il 55% delle esportazioni nazionali, al contrario al Sud si va dallo 0,1% della  Calabria al 2,3 della Campania e l’insieme delle otto Regioni meridionali raggiunge il 9,7 delle esportazioni nazionali ossia un terzo di quelle della Lombardia che nel 2018 ha raggiunto il 27,4%.[4]

Non a caso nel documento di economia e finanze regionale 2020-22 si osserva: “il rallentamento della domanda estera ha interessato sia le esportazioni di beni, in tutti i settori di specializzazione regionale, sia la spesa dei turisti stranieri in Campania”.[5]

È già previsto che per l’anno in corso, anche in seguito all’ulteriore crisi innescata dal coronavirus, vi sarà un più marcato rallentamento del commercio internazionale.

Pertanto non meraviglia quanto affermato nel pluricitato Rapporto Svimez in merito al credito agevolato all’esportazione la cui “distribuzione territoriale è a esclusivo vantaggio delle imprese centro-settentrionali che dal 2013 in poi hanno assorbito la totalità dei finanziamenti concessi”.[6]

Ormai, di fronte alle crescenti spinte protezionistiche che mettono in crisi il modello liberoscambista dello sviluppo trainato dalle esportazioni,  anche sul fronte padronale inizia a delinearsi una tendenza a rivalutare l’importanza del mercato interno per gli sbocchi produttivi (significative, in proposito, le affermazioni del Centro Studi della Confindustria).[7]

In questo senso, le richieste di regionalismo differenziato non fanno che aggravare la situazione sia perchè si richiedono trasferimenti di competenze in materia di mercato del lavoro che un’accentuazione della trazione mittleuropea delle Regioni più ricche che avrà inevitabili conseguenze sull’insieme del sistema Paese e, in particolare, sulle Regioni meridionali puntando su un modello di sviluppo che, oggettivamente e anche da un punto di vista capitalistico, ha forti elementi di inadeguatezza.

                                            Organizzare la risposta: cambiare il modello di sviluppo, per un’alternativa antiliberista.

Occorre una riflessione sia sul modello di sviluppo che sulle forme organizzative perché le nuove tecnologie producono l’economia digitale che, a sua volta, genera nuove figure di lavoratori come quelli della “gig economy”.

Per il modello di sviluppo occorre che l’attuale baricentro, tutto spostato verso l’Europa centrale e soprattutto la Germania, venga riequilibrato da una politica mediterranea, quasi del tutto inesistente;

non a caso anche in documenti ufficiali della Regione Campania si nota che le esportazioni campane verso i Paesi dell’area mediterranea sono “molto modesti” attestandosi a 797 milioni nel 2016.

Per dare un dato di raffronto basti pensare che la media delle esportazioni del Mezzogiorno verso Paesi come la Germania o la Francia ha superato nel periodo 2007-2018 i 25 miliardi.

Ancora sul  modello di sviluppo va precisato che per concretizzare un’alternativa antiliberista occorre una critica anche al “liberismo temperato” perché, soprattutto per il Meridione, non cambia in maniera significativa la situazione e, fatto più negativo, indirizza la conflittualità su obiettivi molto moderati.

A questo tipo di liberismo, per certi aspetti, possono ascriversi  le posizioni della SVIMEZ – parzialmente presenti nell’attuale esecutivo attraverso il Ministro Provenzano- che influenzano parte del fronte di lotta meridionalista quantunque dati, tabelle e statistiche contenute nei Rapporti annuali di questa storica Associazione siano di grande rilievo per l’intervento politico-sociale e vengano adoperati anche in questo contributo.

In particolare, non si può pensare che il rilancio del Mezzogiorno possa passare attraverso una ripresa del liberismo classico di ricardiana memoria con la teoria dei vantaggi comparati per cui il Sud dovrebbe specializzarsi nell’industria alimentare e in alcuni comparti a forti economie di scala ed elevata intensità di ricerca[8], infatti, in tempi di “Industria 4.0” appare importante non tanto il “lavoro risparmiato” nella produzione dei beni che si otterrebbe col citato modello ricardiano ma, con l’elevata disoccupazione meridionale, come si impiegherebbe la forza lavoro che si libererebbe per la maggior produttività[9].

Qui, evidentemente, ritorna, tra l’altro, il ruolo dell’intervento pubblico anche attraverso una presenza diretta aspetto quest’ ultimo che non compare nelle posizioni SVIMEZ perché in qualche modo compatibiliste con l’attuale modello di sviluppo come, del resto, testimonia anche un appoggio acritico alle ZES.

Per le forme organizzative, vanno facilitate nuove   alleanze sociali tra i settori tradizionali della classe e il vasto mondo del precariato che difficilmente si riconosce nelle organizzazioni classiche, non a caso le lotte dei riders di alcune città o contro il lavoro nero in un settore come quello del turismo hanno conosciuto momenti di appoggio in Centri Sociali come la Cavallerizza di Torino o Ritmo Lento di Bologna o, qui a Napoli, nella Camera Popolare del Lavoro anche se, in qualche caso, c’è stato un certo attivismo pure di categorie della CGIL come per la vertenza contro la Deliveroo (una delle piattaforme del cibo a domicilio) dove, tra l’altro, è stato depositato di recente un ricorso al Tribunale di Bologna contro la logica che sta dietro all’algoritmo che valuta i rider favorendo chi accetta più ordini e penalizzando, a prescindere dalla motivazione, chi ne può rifiutare alcuni.

Quella della mancanza di motivazione è stata una problematica comparsa anche nel settore pubblico a proposito dell’algoritmo che ha presieduto alle assegnazioni di docenti previste dalla “Buona Scuola” e, in tal senso, è interessante una sentenza del Consiglio di Stato[10] dell’aprile di quest’anno che ha accolto in appello il ricorso di docenti in quanto la legge 107 del 2015 prevedeva l’assegnazione dei posti attraverso lo scorrimento in graduatoria secondo le preferenze indicate da ciascun aspirante, invece, secondo i giudici amministrativi,  nel caso concreto s’è verificato che “l’impossibilità di comprendere le modalità con le quali, attraverso il citato algoritmo, siano stati assegnati i posti disponibili, costituisce di per sé un vizio tale da inficiare la procedura”.

 Altro aspetto da non sottovalutare, è quello di una diversa politica creditizia, anche qui il Governo PD-Cinque Stelle si muove in perfetta continuità con i precedenti esecutivi perché, pur affermando nella relazione tecnica al ddl del bilancio 2020 che i tassi d’interesse bancari al Sud sono più elevati rispetto a quelli rilevati al Centro-Nord, non interviene sui meccanismi speculativi ma ricorre ad ulteriori incentivi per le imprese che investono nelle Regioni meridionali per il programma industria 4.0, in altri termini altri soldi pubblici alle imprese mentre sarebbe decisamente migliore la soluzione di una vera banca pubblica per il Mezzogiornoe questa funzione non può essere certamente assolta  dal Gruppo Intesa San Paolo, nonostante le dichiarazioni in proposito di Carlo Messina, in quanto questo gruppo bancario risponde anch’esso a criteri privatistici o attraverso la ricapitalizzazione della Popolare di Bari che, comunque, seguirà le disposizioni europee.

Su questi aspetti torneremo a breve una volta convertito in legge il d-l 142/2019 recante “misure urgenti per il sostegno al sistema creditizio del Mezzogiorno e per la realizzazione di una banca di investimento”.

Nel nostro specifico, dobbiamo meglio mettere a punto aspetti di una piattaforma politico-programmatica al cui interno sia meglio focalizzato il ruolo della Regione che, attraverso l’Assessore al Lavoro Palmeri, è presente nei Tavoli di crisi del MISE.

Uno dei problemi che occorre affrontarecon urgenza è quello che la SVIMEZ segnala come mancanza di “protagonismo progettuale” da parte degli amministratori locali[11].

Infatti le politiche della Giunta De Luca sono state una mera fotocopia di quelle nazionali mentre la drammaticità della situazione richiede interventi diretti e non prevalentemente attraverso il ceto imprenditoriale, interno o multinazionale che sia.

In questo senso, va proposta un’ Agenzia Regionale per la salvaguardia del patrimonio produttivo che abbia un ruolo che superi i limiti di intervento di INVITALIA e ciò per forzare le strettoie delle normative nazionali ed europee in materia di intervento pubblico nell’economia.

In particolare, è necessario che la Regione Campania in alcuni casi – come quello della Whirlpool- si coordini anche con altre Regioni per evitare sul nascere logiche competitive tra stabilimenti del medesimo gruppo impegnandosi maggiormente sull’utilizzo del contratto di sviluppo multiregionale che, pur essendo interno alla strumentazione liberista, evita di cadere nella logica del singolo stabilimento che altro non sarebbe che una versione della “politica del carciofo”.

Sempre per quanto riguarda la Regione, va incalzata sull’attuazione degli accordi di programma per le aree di crisi industriale non complessa di cui alla delibera di giunta n. 560/2017.

 

Inoltre dovremmo valutare come lanciare parole d’ordine per la sperimentazione della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario a partire dalle aree di crisi anche per contrastare il principio della “neutralità tecnologica” – parte delle linee guida di Impresa 4.0 – una delle tante mistificazioni capitalistiche.

Naturalmente la battaglia per la riduzione d’orario va affiancata a quella per il salario minimo orario importante per porre un freno al “lavoro povero” costruendo  le condizioni per una ripresa delle lotte salariali rivendicando anche il ricorso ad una legge che fissi un minimo salariale di 9 euro, per quanto ci riguarda non riteniamo valide le obiezioni sulle invasioni di campo sul  terreno della contrattazione sia per l’esistenza del fenomeno dei “contratti-pirata” sia perché in un periodo di rapporti di forza sfavorevoli e di Sindacati confederali a dir poco accondiscendenti è utile ricorrere anche a strumenti normativi.

Del resto anche dirigenti sindacali del calibro di Giuseppe Di Vittorio, nel periodo buio degli anni cinquanta, una volta giunti in  Parlamento hanno firmato proposte di legge per la “fissazione di un minimo garantito di retribuzione per tutti i lavoratori[12].

PER CONCLUDERE:

va  ripreso il lavoro di inchiesta operaio a livello regionale;

le parole d’ordine cui si è fatto cenno cercano di costituire una prima piattaforma politico-programmatica declinata in chiave meridionalista e classista che viene messa a disposizione di tutte le forze antiliberiste campane per momenti di verifica e confronto.

 

[1] L’elenco aggiornato dei Comuni campani facenti parte delle aree di crisi industriale non complessa si trova in allegato all’accordo di programma tra MISE, Regione Campania e INVITALIA del 21 dicembre 2017.

[2] I dati sono da intendersi per difetto in quanto l’indagine ha riguardato imprese aldisopra dei 15 dipendenti escludendo, quindi, la platea delle imprese al disotto di tale soglia che, come abbiamo visto dai dati riportati in precedenza, è particolarmente nel tessuto industriale campano.

[3] Dal Rapporto SVIMEZ 2019 pag. 350

[4] Cfr. Osservatorio economico Ministero dello Sviluppo su dati Istat.

[5] DEFRC 2020-22 pag. 36.

[6] Rapporto SVIMEZ 2019 pag. 370

[7] Il riferimento è al Rapporto 2019 su: “Dove va l’industria italiana”. – Infatti vi si può leggere: “Il rallentamento del commercio internazionale, impone ai diversi sistemi economici un mutamento di prospettiva….in particolare la letteratura economica sottolinea i limiti stringenti di uno sviluppo esclusivamente export led. Sotto questo profilo…nella prospettiva dei prossimi anni si pone un problema non più eludibile sul piano empirico: chi vorrà crescere dovrà fare di tutto per far ripartire la componente interna della domanda”. (op. cit. pag. 36).

[8] Cfr. Rapporto SVIMEZ pag. 354

[9] Si veda, in proposito, l’appropriata critica di Emiliano Brancaccio che negli “Appunti di economia politica” in relazione alla tesi liberista e liberoscambista di Ricardo osserva che se è vero che “il teorema dei vantaggi comparati dimostra che l’apertura internazionale conviene poichè implica un guadagno in termini di “lavoro risparmiato” è altrettanto vero che “quando un paese è afflitto dalla crisi e dalla disoccupazione il problema principale diventa impiegare e non certo risparmiare lavoro. – E’ chiaro allora che il teorema dei vantaggi comparati ha senso solo se si assume che non vi siano problemi di disoccupazione” (op. cit. pag. 26).

[10] Sentenza VI Sezione Consiglio di Stato n. 22270 dell’8 aprile 2019.

[11]Cfr. Rapporto Svimez 2019, pag . 407: “La solidarietà è utile e necessaria , ma il compito delle istituzioni non può ridursi a questo esercizio: – Senza un protagonismo progettuale degli amministratori locali, lagestione delle crisi d’impresa diventa oggettivamente più difficile e purtroppo ai tavoli di confronto raramente si avverte          questo tipo di protagonismo”

[12] Cfr. Atto Camera n. 895 annunziata il 14 maggio 1954.

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