Elezioni: A proposito di piccoli equivoci

Se non avete mai letto niente di uno scrittore italiano, tanto innamorato di Lisbona da volerci essere seppellito sul finire del marzo 2012, è altamente probabile che vi siate persi qualcosa.

Tuttavia sentirselo sbattere in faccia così , altrettanto probabilmente, non  produrrà nessuna curiosità e nessun  rammarico.

Nelle pieghe di una piccola  nota ad un suo  libro del 1985, Antonio Tabucchi scriveva: “I barocchi amano gli equivoci. Calderon e altri con lui elevarono l’equivoco a metafora del mondo…. Anch’io parlo di equivoci, ma non credo di amarli, sono piuttosto portato a reperirli…Le cose fuori luogo esercitano su di me un’attrazione irresistibile, quasi fosse una vocazione, una sorta di povera stimmate priva di sublime. Sapere che si tratta di un’attrazione ricambiata non è esattamente una consolazione” 

Il titolo del libro è :”Piccoli equivoci senza importanza” e raccoglie undici deliziosi  racconti brevi.

Perché parlarne sul finire del più equivoco mese elettorale della nostra storia recente?      

Forse, perché è un modo come un altro per provare a difendersi dagli equivoci della politica italiana.

Le ormai imminenti elezioni regionali, come tutte quelle che le hanno precedute,  hanno portato in dote lo strascico molesto dei sondaggi.

Così, un mio giovane  e stravagante amico, indifferente alle sorti dei Caldoro e dei  De Luca, alle prime avvisaglie di molestia, ha deciso di svolgere un suo surreale e personalissimo sondaggio, in quei luoghi di sofferenza urbana che coincidono con le attese e le speranze del popolo pendolare.

Devo dire che la sua giornata principia sempre in un vagone affollato, dopo un’ attesa non sempre premiata  lungo la pensilina di una stazione periferica e prosegue  in un bus arrancante,  preso a volo quando c’è, che lo   consegna puntualmente in ritardo ad un lavoro che quasi certamente non gli darà pensione.

Per noia o forse  per migliorare la qualità delle sue relazioni pendolari, dai primi di questo maggio piovoso, ha incominciato a rivolgere la seguente domanda a chiunque gli capitasse a tiro: mi scusi, ma lei ricorda l’istante esatto in cui da bambino ha smesso di gattonare e si è alzato in piedi per la prima volta?

ELETTORI VACCINATIHa raccolto un campione di 750 risposte in cui solo due, con evidente faccia tosta, hanno affermato che si, rammentavano perfettamente quell’istante, arrivando ad aggiungere particolari assolutamente incongrui a sostegno della propria bugia.             Quando mi ha mostrato i dati del suo artigianale sondaggio,  gli ho chiesto  perché si fosse sobbarcato una simile fatica per verificare un esito del tutto scontato e lui per tutta risposta mi ha detto “Dalla prima volta in cui un ominide ha abbozzato quel gesto così gravido di implicazioni per l’evoluzione futura della nostra specie, pare siano trascorsi circa due milioni di anni. Da allora non mi riesce agevole provare a quantificare quante volte quel gesto sia stato ripetuto”.

Per limitarci unicamente  ai contemporanei viventi ritengo si possa  sostenere che solo ultimamente dev’essersi  ripetuto all’incirca  settemiliardi di volte.

Eppure, ogni volta, quale che sia l’epoca in cui  un cucciolo umano si è levato in piedi per la prima volta, con quel semplice e complicato gesto ha ribadito, prima ancora di qualsiasi altra abilità o attitudine precocemente acquisita, la propria appartenenza alla specie.

Peccato sia una specie imperfetta che dimentica le cose importanti.”                                                   Le sue parole hanno lasciato un’eco ed ho pensato, senza un  perché, che anche  le prossime elezioni amministrative saranno un piccolo equivoco senza importanza.

Gli elettori come gli intervistati del mio amico  non ricordano più  che si diventa umani compiendo il più naturale e faticoso dei gesti: Alzarsi In Piedi.

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