“DOBBIAMO PARLARE” il nuovo film di Sergio Rubini

Sergio Rubini, qui autore, regista e interprete: "Due coppie di intellettuali per raccontare l'Europa del centro-sud"

Riceviamo e pubblichiamo

di Francesco Capozzi

Alfredo, detto il Prof, sessantenne, chirurgo sempre impegnato, e Costanza, quarantacinquenne, sua moglie piombano nella casa dei loro amici, Vanni, cinquantenne, scrittore di successo ora in crisi d’identità, e Linda, trentenne, sua ghostwriter. Costanza ha scoperto che il marito l’ha tradita. Immediatamente si pensa all’atmosfera narrativa del film di Polanski “Carnage” (11): due coppie che si confrontano in uno spazio chiuso, facendo affiorare conflitti e verità reciproche tenute nascoste. Ma Sergio Rubini, regista e sceneggiatore, insieme a Carla Cavalluzzi (sua abituale collaboratrice) e il bravo Diego de Silva, è autore provvisto di personalità e di talento, perché lo si possa incasellare a riporto di chicchessia.locandina-dobbiamo-parlare


In questo film (ITA, 15) la scelta di mettere a confronto le quattro persone obbedisce a logiche di ricerca che, così sembra all’inizio, privilegia la riflessione sulla dimensione sociale e l’analisi di taluni comportamenti ad essa inerenti; ma su questo scenario mobile definisce con accuratezza dinamiche psicologiche di gruppo e singolari molto precise e frastagliate. dobbiamo-parlare-il-trailer-dell-ultimo-film-di-sergio-rubiniL’intelligenza narrativa esplicata nel corso del film, fa in modo che le premesse poste in partenza (l’analisi dei maturi  e sgradevoli Prof e Costanza), diventino occasione di mettere sotto osservazione  e in chiaro la crisi ben più profonda tra Vanni e Linda,  che sembravano un quadretto di due innamoratini alla Peynet, quali s’illudevano di essere. Solo che questi due, abituati a lavorare con le parole, e attraverso queste di razionalizzare e autogiustificare i loro comportamenti, credevano di avere costruito un altarino perfetto alla loro unione. In realtà le cose stanno ben diversamente; e, in particolare, è lui che si voleva ingannare di più rispetto alla “vera” verità. Per cui Linda, pur tra le sue molte fobie e insicurezze, sembrava aver delegato a lui, l’intellettuale di successo, suo ex docente, attraverso il riconoscimento, nel tempo sempre più affievolito, di superiorità intellettuale, la costruzione di quel quadro di sicurezza psicologica, materiale e spirituale, entro cui costruire la propria esistenza. Una specie di guscio protettivo, privo di responsabilità. Che diventava una prigione: pur durando da 15 anni, stava compromettendola sua maturazione e schiacciando la sua personalità; processo su cui stava incamminandosi, invece, in maniera autonoma. A Vanni invece sembrava che tutto fosse immobile, rischiarato da quelle reciproche manifestazioni di esteriore carineria verbale che sembrava amore eterno.Il film costruisce questi doppi percorsi “rovesciati”, per cui gli sbrodoloni di volgarità alla fine sono più umanie sinceri, e in fondo più simpatici, di questi due mostri di insincerità e ipocrisia, mascherati da raffinatezza esteriore, cultura e compiaciuto parolaismo. Però la verità che s’impone ai due intellettuali della casa assediata, probabilmente creerà condizioni e speranze di crescita reale, cosa che non avverrà per i due più maturi e che continueranno a  sopravvivere a loro stessi.

Questo bel film è costruito, all’apparenza, tenendo conto soprattutto dei tempi teatrali: difatti è nato come pièce teatrale07_dobbiamo_parlare_foto_di_pietrococcia_pcoc6981 portata in giro per l’Italia. Ma il lavoro svolto da Rubini già in sede di sceneggiatura è statodi pregio. Egli ha reso nervosi e veloci gli scambi: non c’è alcun momento di stanca. Inoltre il montaggio (curato dal bravissimo Giogiò Franchini) non solo sveltizza gli spostamenti, rendendo gli scambi verbali serrati e ben marcati, ma li rende, nel suo gestire gli spazi di ognuno di essi, molto chiaramente funzionali ai cambiamenti dei personaggi. Gli attori sono splendidi: la Ragonese è di una sensibilità e varietà incredibile. Maria Pia Calzone riesce ad essere contemporaneamente violenta, ma anche indifesa; la sua eleganza griffata nasconde ferocia e isteria. Bentivoglio finalmente è passato alla commedia: il suo romanesco è volgare, isterico; ma anche umano. Rubini fa quasi tenerezza nel suo essere un “sonnambulo” della vita e ad affannarsi ad essere solo in parte ciò che presumeva di essere.

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