Disarmato

Anni di paure e preoccupazioni, il timore di finire sull'agenda sbagliata

 

scritto da Giuseppe detto Geppino Aragno

Com’era già accaduto col manganello della celere, anche la spranga e il coltello mi sorpresero disarmato. La violenza subìta scatenò i mostri che ci coviamo dentro dalla notte dei tempi, ma la tempesta improvvisa mi colse ancora una volta impreparato.

Come accade per mare, anche nella vita la prima volta che incontri una burrasca vera non sai cosa sia e non la riconosci; ti pare un curioso gioco di luci ed ombre, un movimento anomalo sulla curva dell’orizzonte.

A poco a poco, però, un gregge numeroso e compatto irrompe tra cielo e mare e ti corre incontro. E’ un momento: squarci di cielo livido si fanno velocemente strada nell’azzurro rassicurante e un vento salato, forte e tagliente ti prende d’infilata. Quando la luce diventa elettrica e il mare, nero come l’inchiostro, ti si alza davanti minaccioso, sputando schiuma dalla cresta delle onde, capisci che sei dentro la bufera e non hai scelta: se non governi, la barca cola a picco.

Quel giorno, aggrappato al timone, governai nel vento del mare in burrasca senza sapere quale rotta seguire. D’istinto salii più volte in cielo e superai montagne d’acqua con un grido di gioia; più volte vidi la prua puntare giù verso l’abisso tra pareti d’acqua ribollente. Senza respirare, quando il mare sembrò passarmi sulla testa, trovai un passaggio e lesto m’infilai.

Luigi Capone lo conoscevo da anni, ma sapevamo poco l’uno dell’altro. Il viso spigoloso sotto i lunghi capelli lisci e corvini, gli occhi neri accesi talora da lampi di passione e la sagoma ossuta, che esprimeva una forza raccolta e soffocata, mi erano comunque da tempo familiari. Avevamo frequentato insieme, tra topi e scafisti, le riunioni semiclandestine di un collettivo di studenti e lavoratori al Borgo Marinaro. A Salerno, in un’assurda villa Umbertina, ci eravamo più volte incontrati con un torinese che arruolava brigatisti. A un certo punto ci eravamo persi di vista.

– La rivoluzione non si fa senza la gente – avevo ripetuto ostinatamente nel nostro ultimo incontro col torinese. Poi via.

– Ognuno per la sua strada, mi ero detto.

La strada di Luigi s’era fermata tre mesi dopo. Un colpo di pistola d’un carabiniere poco fuori Roma. Quando il telefono squillò, mia madre se ne andava avanti e indietro nel buio della camera da letto con l’eterna sigaretta in bocca, trascinando i piedi nelle pantofole di stoffa consumata. Da molti mesi il suo mondo era lì, in quella stanza perennemente scura e affumicata, e tutto quello che potevo fare per lei l’avevo già fatto.

Mentre lasciavo Nolte e i suoi «volti del fascismo», per rispondere al telefono, la guardai di sott’occhi e sentii come sempre una stretta dolorosa al diaframma..

– Sì?
– Sei quello del collettivo al Borgo Marinaro? sentii sibilare dall’altro lato del telefono. La voce mi colpì: l’avevo già sentita.

– Sì, sono io, risposi, ma sono tre mesi che non ci vado più. Ed aggrottai la fronte.

– Ascoltami bene, e non fare domande – cominciò lo sconosciuto parlando velocemente – non c’è molto tempo…

E’ il torinese, pensai mentre ascoltavo.

– Ricordi la villa di Capone a Cava dei Tirreni?

– Certo, che mi ricordo, ma…

– Niente ma – m’interruppe – sta zitto e ascolta. Sei in un casino. Poco fa, proseguì, il tuo amico è morto. Gli hanno sparato… i carabinieri…

– Ma che dici, chi sei? – lo interruppi con la voce spezzata.

Proseguì, come non avessi parlato.

– Nella villa c’è un’agenda. Lui prendeva appunti e dentro ci sei anche tu…

Mentre la linea cadeva, la tensione che stringeva il diaframma si fece intollerabile. Le ultime parole sembravano un incubo:

– Prima di domani non ci arriva nessuno. Devi distruggere l’agenda.

Come stessi sognando, accesi la piccola radiolina che avevo sulla scrivania. Mia madre non camminava più nella sua stanza buia e mi guardava, piccola, nella camicia da notte diventata enorme per il suo corpo smagrito. La conferma giunse come uno schiaffo:

– Come abbiamo annunciato nel precedente servizio, un giovane non ancora identificato, è rimasto ucciso in uno scontro a fuoco con i carabinieri. Guidava un’alfetta e non era solo. Un compagno, che lo seguiva in motocicletta, è riuscito a far perdere le sue tracce. Nessuna dichiarazione ufficiale, ma tutto lascia credere che si tratti di terroristi.

Scagliai la radiolina contro il muro, mandandola in frantumi e mi trovai di fronte mia madre, uscita d’improvviso dalla stanza in cui da mesi aveva confinato se stessa e i fantasmi che le facevano guerra. Dritta, per quanto potesse drizzarsi con quella sua figurina smilza e nervosa, ferma, senza quel tremito feroce che da mesi non le dava più requie, mi si parò davanti e tutto ciò che aveva di vivo si concentrò negli occhi azzurri ch’erano stati d’una bellezza struggente. Era uno sguardo tagliente che faceva paura.

– Hai visto se sono pazza? – domandò con la voce insinuante del suo eterno delirio – Hai visto? Io ti ho avvertito, te l’ho detto che è gente pericolosa – insistette sillabando – Pericolosa! Tutta colpa di tuo padre. Ora può essere contento – concluse – e mi dispiace per te che non mi hai voluto ascoltare. Lo vedi che il pazzo vero è tuo padre?

Conoscevo a memoria il filo di quel ragionamento che riconduceva ogni avvenimento a una banda di delinquenti messa su da mio padre per farle del male. Banda pericolosa, che tutto sapeva e di tutto reggeva i fili ingarbugliati. Una banda sterminata, che cresceva di giorno in giorno e reclutava ancora, ovunque e sempre: per lei ci faceva parte tutto il nostro mondo e però non bastava.

Sentii un tremito di febbre. Le carezzai il viso pallido e sconvolto e le sussurrai dolcemente:

Hai ragione, mamma. Ma ora la facciamo finita.

– No! – urlò disperata – non uscire! Sono troppo forti e pericolosi, figlio mio! Non uscire!

Urlava ancora, quando mi tirai la porta alle spalle senza girarmi. Rabbrividii, mi strinsi nel giaccone per il freddo umido e scesi le scale con passo incerto. Capodimonte affondava in una nebbiolina notturna che rendeva spettrali le poche luci del castello di San Martino, mentre la mia vecchia Fiat 850, grigia e malandata, si avviava a malincuore sulla via di Salerno. Quell’auto mi conosceva ormai bene, giravamo il mondo insieme da una vita ed era diventata insofferente alle mie scorribande notturne: le riteneva inconciliabili con la miopia che nessuna lente aveva mai corretto bene.

La vecchia autostrada mi accolse senza particolare attenzione. Misi quanta benzina potei con i soldi che avevo, lasciandomi in tasca gli spiccioli, e pregai che bastasse, poi la lunghissima e scura curva della zona industriale mi colse impreparato, assorto in pensieri tumultuosi. Frenai nel peggior modo, immaginai preoccupato l’affanno doloroso dell’auto e le urlai esasperato: – tu cammina stasera! Poi la strada sparì pericolosamente dalla mia testa.

– Gli credo o non gli credo, pensavo, conta poco. Devo andare…

Se la storia dell’agenda era vera, bisognava farla sparire. A Luigi non volevo pensare. Cosa sia la morte, quando coglie così improvvisa, non è facile sentire fino in fondo, soprattutto se chi muore lascia dietro di sé qualcosa che ti minaccia. D’altra parte, tra il tormento per mia madre e la vita che mi aveva posto davanti a un bivio, non sapevo più se vivevo o sognavo, se dovevo aver paura o essere sereno. Da tempo non sapevo cosa fare e non capivo che senso avesse quello che facevo.

La vita se ne va via così, pensavo spesso: cogli tardi il valore delle cose immense e sciupi la tua attenzione sui particolari. Non te ne accorgi, forse non puoi, ma c’è sempre una lente deformante attraverso la quale passano le tue sensazioni immediate.

Di ciò che avvenne davvero a Waterloo oggi sappiamo in fondo molto meglio noi, che i disgraziati impegnati nella grigia giornata. Questo non vuol dire che chi fece la battaglia non la visse. Ognuno a suo modo, come ognuno a suo modo, tra chi sopravvisse, di certo raccontò la sua giornata, sicché ci furono migliaia di Waterloo e forse nessuna.

Un altro lo racconterebbe diversamente, io racconto quella sera come l’ho vissuta. Mentre correvo nel buio, la strada si fece finalmente chiara ai miei occhi affaticati, ma forse fu la vecchia 850 che, come un cavalli riconobbe la via. Di mio ci misi un’attenzione improvvisamente serena e la testa provò a stare assieme alle ruote: in qualche modo bisognava ritrovarla la villa, di cui ricordavo gli orribili fronzoli, la curva non segnalata che si apriva sul viale d’ingresso non appena si entrava a Salerno e l’inspiegabile scritta latina – «parva sed apta mihi» – che salutava gli ospiti e, date le dimensioni, celebrava il trionfo della relatività.

Più andavo avanti, più mi abituavo al buio della notte, più netta si faceva la sensazione di estraneità: non ero io a correre, non ero io a rischiare un pericoloso processo, a lottare per evitare un naufragio, a pormi mille domande sul destino degli uomini e sul corso della storia.

Ora lo so. Accade tutto dopo. Dopo sai di te. Dopo trovi risposte. Dopo giungi alla riva. Buona parte di te, tuttavia, si perde nella tempesta e sparisce per sempre.

 

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