Dieta e salute, anche del pianeta!

Ancora qualcosa è possibile fare, ad esempio a tavola

La mia prima manifestazione per la Terra risale al 22 Aprile 1990, ero a Washington DC.

La mobilitazione dei cittadini per il clima, in questo Marzo 2019, è di portata storica e mi ricorda quel giorno.

Dal 1990 ho assistito a contrasti furiosi sull’argomento clima, dentro e fuori i luoghi accademici, e perdura la contrapposizione forte tra cambiare i nostri stili di vita o lasciare tutto uguale, il cosiddetto “business as usual”.

L’argomento è purtroppo divisivo perché se da una parte il consenso degli scienziati sul riscaldamento globale è pressochè unanime non lo è l’ipotesi che l’uomo stia dando il maggiore contributo o lo stia solo accelerando. Inoltre la discussione sull’innalzamento delle temperature spinge in secondo piano il problema “inquinamento” che altrettanto unanimemente è considerato fonte di rischio per la salute.

Ascoltando i non addetti ai lavori resto colpito dal fatto che c’è poca informazione non solo sulle cause ma anche sui possibili rimedi. I cambiamenti climatici e l’inquinamento ci sembrano problemi così giganteschi da ridurci a piccoli lilliputziani e restiamo sgomenti e fermi. Ma sarà davvero così difficile fare qualcosa, nelle nostre vite quotidiane, per combattere il degrado dell’ambiente e della salute pubblica?

Io ritengo che qualcosa sia possibile fare, ad esempio a tavola.

Possiamo iniziare dalla consapevolezza sulla provenienza del cibo e dove lo acquistiamo. Pere dal Cile, carciofi dall’Egitto, fagiolini del Burkina Faso. Avere le informazioni ci permette di fare le scelte meno pesanti per l’ambiente. Più chilometri hanno percorso le merci e maggiore è l’inquinamento prodotto. Valorizzare le produzioni locali può aiutare molto. Essere consapevoli ci aiuta anche ad evitare situazioni paradossali come spendere un litro di benzina per andare a comprare un litro di latte.

Ho già evidenziato in precedenti articoli i rischi legati al cibo altamente processato. Esso si presenta accattivante e dal buon sapore, di solito va solo tolto dalla confezione e consumato, talvolta nemmeno riscaldato.  Ebbene, il costo ambientale di questi cibi è molto superiore alla preparazione domestica dei pasti. Sui cibi industriali grava un peso per l’ambiente dovuto ai trasporti, alla produzione degli imballaggi, alla catena del freddo in particolare se confrontato con le produzioni locali. Inoltre gli imballaggi finiscono inceneriti, o in discariche o in mare per lo più.
I cibi fuori stagione sono un altro esempio di scelta inopportuna. Gli ortaggi tipicamente estivi, venduti in inverno, non provengono da campi aperti, bensì da serre riscaldate, nelle quali lo spreco energetico è tra i più alti.

Lo spreco di cibo è un’altra fonte terribile di inquinamento. Il cibo, segue tutto il suo percorso, dal campo alla nostra dispensa e poi finisce in discarica. Un danno considerevole all’ambiente e alla nostra salute secondo gli esperti.

L’utilizzo di acqua imbottigliata contribuisce significativamente all’inquinamento. Spesso l’acqua del rubinetto è percepita come di peggiore qualità, ma i dati ufficiali non
concordano con questa percezione. L’eccessivo consumo di carne è un’altra fonte di forte inquinamento. La produzione di un chilo di carne bovina richiede quasi sette chili di sfarinati e diecimila litri di acqua. In Italia il consumo medio di carni ha raggiunto gli 80 kg per persona, secondo la Coldiretti, ed è in crescita. Tuttavia le Istituzioni Sanitarie suggeriscono che non sia salubre un consumo così esteso e suggeriscono di limitare il consumo di carne a circa 500 grammi a settimana per le persone adulte. Con consumi di carne ridotti, la salute e l’ambiente ringraziano.

Antonio Ramaglia

Divulgatore scientifico
No commento

Lascia risposta

*

*