Dalla pandemia da coronavirus alla «spagnola»

Le pandemie nella nostra storia, tra peste, spagnola e covid. La spagnola fu portata in Europa dall'esercito americano e fu chiamata così per punire la Spagna che era un Paese "neutrale"

scritto da Francesco Soverina

Con l’esplosione dell’attuale pandemia da Corona-virus e la conseguente, devastante crisi socio-economica ci stiamo inoltrando su un terreno inesplorato, sconosciuto, in una situazione di estrema fluidità, di cui è molto difficile prevedere esiti e sbocchi. Come sempre avviene quando si delineano dei passaggi cruciali, dei turning point, ci troviamo di fronte a un bivio, o meglio a un campo di possibilità che si aprono di fronte noi, così come è accaduto all’indomani della Grande guerra, allorché si è vissuta una fase intensa di sperimentazioni sul piano sociale, politico ed economico, con l’emergere di forme inedite di organizzazione politico-sociale: affermazione del bolscevismo nell’«anello più debole della catena imperialistica», in contrapposizione  soprattutto all’«Olocausto proletario» consumatosi nel primo conflitto mondiale; eclissi delle liberal-democrazie e tentativi di rifondazione dell’Europa borghese; avvento del fascismo in Italia e ascesa del nazismo in Germania, nuove, radicali forme di reazione borghese. La terribile epidemia influenzale della «spagnola», sviluppatasi tra il 1918 e il 1920, viene a coincidere temporalmente con il biennio rosso, con l’esplodere della crisi economica postbellica, con il divampare dello scontro tra rivoluzione e reazione.

Un’inspiegabile rimozione

Come studioso di storia debbo fare autocritica. In più occasioni ho riflettuto e scritto sul rovente primo dopoguerra, ma non ho mai preso in seria considerazione la connessione della «spagnola» con tutti gli altri aspetti di un periodo caratterizzato da una fortissima instabilità, che schiuderà la porta a scenari senza precedenti. Non ho mai indagato – e per farlo ora occorrerebbe effettuare puntuali e approfondite ricerche – il suo impatto sulla società, sull’economia e sulla politica uscite dalla Grande guerra, percepita dai contemporanei come un’immane carneficina, come «la fine del mondo di ieri», come un dirompente spartiacque. In verità, sono in ‘buona’ compagnia. Ho fatto una ricognizione tra i miei – non pochi – manuali per l’università e per le superiori, tra numerosi saggi che affrontano temi di storia economica, sociale e demografica, ma ho trovato pochissimo, quasi nulla. Un po’ meglio, ma solo un po’ meglio, è andata nella navigazione su Internet.

Si sa molto, ma molto di più, della peste del XIV secolo, della peste del Seicento, che della «spagnola». Eppure è l’unica pandemia globale paragonabile a quella di peste che nel VI secolo d. C., durante l’età di Giustiniano, elimina milioni di persone; alla «Peste nera» del 1347-50, che falcidia la popolazione europea. Se Tucidide ci dà un quadro fosco della peste che sconvolge l’Atene di Pericle nel 430 a. C.; se Boccaccio ci parla di quella del 1348 a Firenze; se Daniel Defoe narra di quella che flagella Londra nel Seicento e Manzoni racconta gli effetti della peste a Milano nel 1630, nessun romanziere, nessun letterato si occupa della «spagnola». Ad onta dell’altissimo numero di morti nell’arco di un biennio – 21 milioni di vittime accertate, ma c’è chi fornisce cifre ben più alte: 50 o addirittura 100 milioni – la pandemia influenzale della «spagnola» è di fatto cancellata, senza lasciare tracce nella memoria collettiva e pubblica. Tra le probabili ragioni di questa rimozione: in primo luogo, la censura politica e militare – lo stato maggiore germanico non vuole far conoscere la diffusione della malattia fra le sue truppe, che accelera nell’autunno 1918 la resa tedesca -, l’incapacità della scienza medica ufficiale ad ammettere la propria impotenza nei confronti del virus, che sarà identificato soltanto nel 1997.

Una pandemia globale come quella odierna

Val la pena ricordare che la prima globalizzazione, coincidente con la stagione dell’espansione imperialistica e della Belle Époque, tocca il suo apogeo nel 1913, proprio alla vigilia della Grande guerra. Straordinaria risulta l’integrazione economica, intensissimi gli spostamenti di merci, capitali e popolazioni. Basti pensare che in quell’anno all’incirca 900.000 italiani lasciano il proprio Paese diretti verso le Americhe. Un po’ più tardi, tra il 1918 e il 1920, infurierà un vero e proprio flagello, dando luogo a tre ondate in meno di 12 mesi, mentre si combatte ancora e mietendo molte più vittime della Grande guerra. Mezzo milione in Messico, 180.000 in Brasile, 450.000 in Russia, 225.000 in Inghilterra, 170.000 in Spagna, 166.000 in Francia, 12 milioni in India, tra i 370.000 e i 600.000 morti in Italia (si pensi che i caduti italiani durante il primo conflitto mondiale sono stati 650.000). Complessivamente sono contagiate circa un miliardo di persone, più della metà della popolazione globale.

Ai morti sui vari teatri di guerra si sommano – è opportuno precisarlo – le vittime non solo della «spagnola», ma di tutte le altre epidemie che si diffondono vertiginosamente in seguito al deterioramento della situazione alimentare e igienica. Tra il 1918 e il 1919 oltre 6 milioni di decessi sono provocati dalla «spagnola», mentre la tubercolosi, il tifo e il colera si propagano ovunque, specialmente in Europa centrale. Il micidiale morbo colpisce soprattutto le generazioni comprese fra i 20 e i 40 anni, già decimate dal tritacarne della guerra.

La denominazione di quella che è passata alla storia come l’epidemia della «spagnola» risale alla credenza, erronea, che i primi casi si siano verificati nella penisola iberica. È certo che siano stati i giornali spagnoli a parlarne per primi, in quanto non sottoposti alla censura, dato che il loro Paese non era in guerra. In realtà, i primi focolai si manifestano in Cina all’inizio del 1918, nella marina nipponica e nel Nord America. Nonostante il nome, il morbo quindi non è originario della Spagna. È invece probabile che la prima manifestazione del virus si sia avuta in Kansas, all’interno di un sovraffollato campo dell’esercito, dove nel marzo 1918 sono ospitati 107 militari che presentano i sintomi di una grave influenza. In poco tempo, il virus contagia il campo; i sopravvissuti sono inviati in Europa, divenendo i vettori della circolazione della malattia.

Durante il 1918 sono trasferiti in Europa soldati da ogni parte del mondo, nonché molti lavoratori, soprattutto cinesi. Questi ultimi vivono ammassati spesso in condizioni d’indigenza. Ciò agevola la propagazione del morbo, che sul Vecchio Continente fa la sua prima apparizione in Francia, portatovi dalle truppe statunitensi. La malattia, poi, funesterà la penisola iberica, mettendo a letto 8 milioni di spagnoli, fra cui re Alfonso XIII. A Madrid diversi uffici governativi devono chiudere e i tram non possono circolare. Il virus si diffonderà progressivamente in Europa, negli Usa, in India, Nuova Zelanda, Africa del Sud e Australia, non risparmiando neppure gli eskimesi in Alaska.

L’altissima letalità, soprattutto in diverse aree dell’Asia e dell’Africa, dove mancavano regolari registri dei decessi ed è questa la ragione della sottostima del numero dei morti, è riconducibile a cause diverse: la virulenza del virus, la malnutrizione, che tormenta da anni la popolazione dei Paesi belligeranti, la mancanza di antibiotici per le complicazioni polmonari, le precarie condizioni igienico-sanitarie.

 Pregiudizi e false credenze

Come sempre in occasione di gravi epidemie, presto intorno alla «spagnola» prendono corpo pregiudizi e false credenze di varia natura. Ad esempio, nel New Jersey, negli Usa, sono passati per le armi medici e infermieri, accusati – come agenti dei tedeschi – di veicolare il contagio fra i soldati statunitensi. E ciò fa pensare immediatamente alle invettive di Donald Trump contro la Cina, rea di aver perso il controllo di uno strumento di morte coltivato in laboratorio o quantomeno di aver falsificato i propri dati.

Alla micidiale influenza, peraltro, si danno allora i nomi più singolari: «tracanzo» a Cuba e nelle Filippine, «sferza nera» in Ungheria, «catarro-lampo» in Germania, «malattia bolscevica» in Polonia. E forse non è un caso che venga chiamato «cordone sanitario» il dispositivo congegnato per contenere l’espansione del virus – guarda un po’ – bolscevico. In Argentina gli spagnoli sono ritenuti responsabili a tal punto del flagello che la paella, il loro piatto nazionale, è messo al bando da tutti i menu.

Non mancano esplicite manifestazioni di razzismo. A Varsavia le misure igieniche vengono circoscritte al ghetto, perché – come si legge in un decreto ufficiale – la razza ebraica è «particolarmente nemica dell’ordine e della pulizia».

Il timore del contagio, inoltre, acuisce la carenza di personale, per non parlare dei raccolti abbandonati nei campi, del venir meno dei collegamenti ferroviari tra Berlino e la Svezia, tra la Spagna e il Portogallo. La frontiera olandese viene chiusa ai profughi. Per numerose industrie è un colpo durissimo.

Le contromisure

 Le contromisure suggerite dai medici in quel periodo si rivelano per lo più inefficaci, se non fantasiose: gargarismi con chinino, camere di nebulizzazione dove 20 persone alla volta inalano formalina o solfato di zinco. Sui manifesti pubblicitari campeggiano i seguenti slogan: «Evitate il sovraffollamento», «Tenete i piedi asciutti e caldi», «Andate immediatamente a letto se non vi sentite bene», «Coricatevi tra lenzuola ben calde». Vengono chiusi i teatri, le sale da concerto, gli ippodromi, i grandi magazzini. È proibito ogni pubblico assembramento; imposta la chiusura dei negozi entro le quattro del pomeriggio e sconsigliato l’utilizzo dei tram. Il provvedimento più diffuso è l’obbligo di indossare una mascherina per coprire la bocca e il naso.

Al di là di alcune, impressionanti analogie, è evidente che si è aperta con la pandemia attualmente in corso una fase di fibrillazione dell’intero sistema capitalistico, che prelude a molteplici sbocchi, anche tra i più inquietanti e pericolosi. Nelle crisi del Trecento e del Seicento il cogente nesso carestie-epidemie sfociò in uno stato pressoché generale di guerra, con il mutamento, particolarmente significativo in taluni casi, degli equilibri politico-sociali e dei rapporti di potere. È azzardato, o quanto meno problematico, avventurarsi nel campo delle previsioni di una pandemia globale, preceduta recentemente da altre che hanno avuto manifestazioni meno gravi, come la Sars, la Mers e la febbre suina. È certo, però, che essa si viene a saldare con gli strascichi della crisi del 2007-2008, la prima da e della globalizzazione neoliberista, rischiando di farci piombare in una gigantesca depressione globale, dagli esiti imprevedibili ma ambivalenti sul piano economico, politico e sociale.

 

 

 

 

 

 

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