Da questo letto senza cuore. Morte da Covid

Una lettera di un condannato dal Covid nella disumanità delle Case di Riposo e degli Ospedali. "le strutture di riposo per anziani non dovrebbero esistere, si alla famiglia"

Scritto di Vittorio de Asmundis

con oggi comincia la collaborazione tra CantoLibre e Vittorio de Asmundis, una delle figure storiche in città per quanto riguarda le lotte antimilitariste. Di tanto lo ringraziamo

Una lettera affidata a Suor Chiara di una Casa di Riposo, come in una bottiglia nel mare dell’indifferenza. A scriverla, un mese fa, è stato un uomo di 85 anni, uno delle decine di migliaia di vittime dell’abbandono dorato, dell’isolamento forzato, della tortura mortuaria, della sepoltura anonima. Uno tra migliaia che ha avuto l’ultimo appiglio di forza per scriverci “da questo letto senza cuore” un messaggio di amore, di aiuto, di perdono.

La sua lettera, pubblicata integralmente dal “giornale degli ultimi” interris, m’induce a continuare le mie riflessioni in questo tempo di Covid. L’uomo scrive di avere figli e moltissimi nipoti, ma ne nomina solo una, Elisa, che ha la stessa età di una infermiera “che gli ha regalato qualche sorriso e la penna per scrivere”, in contrasto con tutti gli altri assistenti che lo trattano come un numero e nemmeno lo salutano.

Da alcuni mesi gli era morta la compagna di tutta una vita e lui, “che non ha mai voluto essere di peso a nessuno”, un po’ per un comprensibile orgoglio, un po’ perché era diventato scarsamente autonomo, ha lottato contro il parere opposto di figli e di nipoti per farsi ricoverare nella Casa di Riposo. Ma “non poteva mai immaginare di finire in un luogo del genere”, in una prigione dorata, dove tutti sono nervosi, scorbutici e cattivi. Ora, scrive, “mi sono pentito”, “per me non dovrebbero esistere le case di riposo”. E ci lascia un monito che condivido in pieno. Un vecchietto o una vecchietta non va estromessa dalla famiglia di appartenenza. Ognuno ha bisogno “di sentire l’odore delle propria casa”, di rimanere in famiglia, di farsi coccolare dalle apprensioni dei figli e dei nipoti, che piangono per lui, che mischiano le proprie lacrime con quelle sue.

Quell’uomo di 85 anni è cosciente fino alla fine. Ascolta il suo respiro che si fa pesante  e gli predice la sua fine imminente. Attorno a lui solo sguardi ostili e qualche parola di nessun conforto. “Ora ti intuberemo, o forse no”. E la sua dignità di uomo, di persona perbene e sempre gentile è stata uccisa. E i ricordi che si affollano, quelli non buoni, “la barba me la facevano solo nei giorni dei colloqui e in quelli stessi giorni mi facevano il cambio della biancheria”, e quelli belli, della sua infanzia da poveri ma intrisa di speranza, della sua maestra come seconda mamma, del bel voto preso che rendeva felice anche le mura della sua casa, del giorno della laurea, della sua prima “arringa”, della sua dolce compagna. L’ultimo grido: “In questo tempo del coronavirus c’è una cosa più grave che uccide, l’assenza del più minimo rispetto per l’altro”.

Cosa scrivere ancora per concludere? Una poesia d’amore? Una poesia per riconciliarci e per volerci bene. “Quei due”: Amarsi da vecchi / è un’eccezione, un abuso del tempo, / un’indecenza… Ma quei due / si guardano / negli occhi semichiusi, coperti / di vesciche, si toccano / sulla pelle rigata, sulle labbra / scolorite, si stringono / senza più forze / delicatamente. Sono quei due,  / vecchissimi, proprio quei due, / quei vecchi, / ad irritare la gente… Ma lui, / senza denti / le sorride contento, lei / senza denti / gli sorride contenta

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