Da Majakovskij a Pessoa, l’amore per la vita che può salvare il mondo

I fazzoletti di tutti gli addii di Antonello Cossia ispirata a Majakovskij e Pessoa, alla Sala Assoli ai Quartieri Spagnoli per la Rassegna di danza “quello che non ho detto”

Scritto da Antonio Grieco

“L’amore è la vita, è la cosa principale, dall’amore si dispiegano i versi, e le azioni, e tutto il resto, l’amore è il cuore di tutte le cose…

” Questi famosi versi di Vladimir Majakovskij costituiscono il tema di fondo de “I fazzoletti di tutti gli addii”, una coreografia, per la regia e l’ideazione di Antonello Cossia, che ha debuttato alla Alla Sala Assoli (il 15 e il 16 dicembre) ai Quartieri Spagnoli, nell’ambito della Rassegna di danza “quello che non ho detto”, promossa dall’associazione culturale Korper e a cura di Gennaro Cimmino.

Ma sia il titolo che altre liriche che accompagnano lo spettacolo rimandano anche all’opera di Fernando Pessoa, a quell’universo parallelo e visionario che si riflette nei suoi eteronimi e che sembra esprimere un  sentimento di estraneità e di solitudine comune a molti artisti e scrittori del Novecento.

Cossia sceglie un modo molto particolare per mostrare, attraverso il movimento coreografico, l’inquietudine esistenziale sia dello scrittore russo che del poeta portoghese: l’amore o la sua assenza; tema per molti versi di grande attualità, perché mai come in questo contraddittorio passaggio d’epoca si avverte al tempo stesso un doloroso senso di smarrimento e un insopprimibile bisogno di amore.

L’ amore cui allude il regista e attore napoletano sembra però anche trascendere quello che nasce dai nostri rapporti umani, per riferirsi a tutto ciò che vive al di fuori di noi, nel mistero stesso della creazione, nell’incantesimo di quelle notti stellate che “vengono silenziose a cullarti in punta di piedi”. E in tal senso sembra giusto ricordare che Pessoa cercò disperatamente la Molteplicità (“per sentirmi, ho dovuto sentire tutto”), per capire tutto ciò che di misterioso vive nell’universo, e forse anche per trovare le ragioni della sua profonda angoscia esistenziale.

La tensione spirituale e umana dei due poeti, nello spazio nudo del teatro, Cossia la evoca, come si è accennato, sia riprendendo i loro versi, sia attraverso la musica e il movimento ritmico e spaziale dei corpi in scena (di lui stesso e di due giovanissimi danzatori). Si ha così la sensazione che sin dall’inizio lo spettacolo si svolga nel segno di una costante tensione dialettica tra pensiero e azione, e che i corpi danzanti rinviino a un più universale processo di liberazione da condizionamenti che ci impediscono di dare autenticità alla nostra esperienza umana.

L’azione si apre con i due ragazzi che in silenzio, lentamente, si avvicinano, si scrutano, si abbracciano, si stringono l’uno all’altro e si baciano lungamente; qualche attimo dopo, dal buio li raggiunge l’attore regista quasi gridando che “l’amore è il cuore di tutte le cose”; sono le parole che, come è noto, Majakovskij dedicò nei suoi diari a Lili Brik, il suo grande amore; un amore – fondato innanzitutto sull’amicizia – che egli associava al centro motore del nostro organismo (“se il cuore interrompe il suo lavoro, anche tutto il resto  si atrofizza, diventa superfluo, inutile”) e alla tensione rivoluzionaria. Il frammentario movimento scenico si sviluppa intorno a una corporeità intesa come veicolo di conoscenza  dell’Altro; esemplare di questa  scelta registica è la scena in cui, dopo un lungo rincorrersi, i due performer, un uomo e una donna, si stringono a terra fondendo i loro corpi e simulando un delicato rapporto intimo. In definitiva, ciò che si dischiude dalla musica, dai gesti e dalle figurazioni coreografiche – soprattutto da quell’improvviso incrociarsi danzando in diagonale o lungo il perimetro della sala, quasi una citazione di “Quad”, “la follia televisiva” di Samuel Beckett – è una drammaturgia dei corpi che ricorda uno spettacolo di Antonio Neiwiller di molti anni fa, che vide la partecipazione dello stesso Cossia.

Il titolo, “Una sola Moltitudine”, era anch’esso ispirato a Fernando Pessoa e alla sua più nota raccolta di eteromini; qui, attraverso la reiterazione dei gesti e dei movimenti spaziali degli attori, lo spettacolo subiva un graduale processo d’interiorizzazione che destrutturava radicalmente lo spazio scenico coinvolgendo emotivamente gli spettatori presenti in sala. In fondo, anche in “I fazzoletti di tutti gli addii” si scorge la stessa tensione antirappresentativa e poetica che ci spinge a sognare un altrove ancora possibile: un mondo che per il tramite di quell’amore “semplice, diretto, immediato, non scontato” di cui parla Cossia nella nota di regia, generi nuove emozioni e finalmente ci consenta di scoprire il sentimento più universale, intimo e vero della nostra esistenza. Intensa la prova dei due giovani danzatori, Sibilia Celesia e Nello Giglio. Rigorosa, neiwilleriana, la regia e l’interpretazione di Cossia; le musiche sono di Riccardo Veno; i costumi di Concetta Iannelli.

 

 

Un commento

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  • Marisa Crudele
    2 gennaio 2019 at 17:50 - Reply

    Antonio Grieco ama l’arte in tutte le
    sue possibili forme. In questo caso apprezza la danza, entrando nel significato più profondo del suo significato.