Crisi democratica e nuovi modelli di partecipazione

Una testa un voto oppure una mano un voto? Costruire la sinistra su temi fondamentali
Scritto da Mario Imbimbo
Se dobbiamo inverare il concetto di una testa un voto ed evitare il rischio che anche Peppe De Cristoforo sottolinea che questo principio diventi una prova muscolare fra più o meno grandi signorotti di tessere ormai sbrindellate é necessaria una pratica. Leggerci, ascoltarci, capirci, rispettarci. É per questo che insieme all’articolo di Peppe ho letto tutti i commenti da questo scaturiti provando con alcuni ad interloquire. Il principio una testa (se non é anche un pensiero e una parola) conta davvero poco. Dopo questa mia di premessa voglio ora risondere alla premessa che Peppe rivolge a me prima di iniziare il suo ragionamento. Ovvero quella di non alimentare un linguaggio “populista“.
Vero. Touché. Ammetto il cedimento. Ma mi domando una cosa. Da dove scaturisce questa rabbia? Cosa alimenta la rabbia di un quarantenne di sinistra come me, di un ventenne più o meno scolasticamente e digitalmente alfabetizzato affabulato da Di Maio, o di un vecchio comunista oggi sostenitore del razzismo in salsa salviniana? Prima della rabbia che è seconda nella genesi, la prima sensazione che ci accomuna tutti è l’abbandono.
Siamo stati tutti abbandonati. Sarei tentato di dire traditi. Abbiamo delegato. Ci siamo affidati attraverso i modi classici della democrazia rappresentativa e dei modelli gerarchici di partito. Ci siamo affidati tutti e tutti siamo stati a diverso titolo traditi. Di questa rabbia è figlia il lessico forte che prorompe ovunque nell’attuale linguaggio politico. E solo andando al fondo di questa rabbia, alle sue ragioni scatenanti e immaginando soluzioni che possiamo uscirne. Insieme.
Hai ragione anche su un altro punto Peppe. Aveva ragione il Moretti di Palombella rossa che citi (e io amo) “le parole sono importanti”. Ma ancora di più sono importanti il rispetto dei pensieri (i pensieri di tutti) da cui le parole germogliano se non vogliono essere ripetizione formale di comandi imposti da altri. È vero che “lunga è la strada e non esistono mosse del cavallo”. Proprio per questo serve la pazienza dell’archeologo nel ricostruire il passato e la lungimiranza dell’astronomo che osserva gli astri per immaginare il futuro.
Hai ricordato il disastro delle parlamentarie di SEL nel 2013. L’inizio della fine. Le citi come esempio dell’applicazione del principio “una testa, un voto”. Su questo punto permettimi di dissentire,  ma a mio giudizio non é stato affatto così.
Al massimo possono essere citate come esempio del motto “una mano, un voto“. Perché in quell’esercizio di obbedienza al dirigente di turno tutto vi fu tranne l’uso della testa. Fu mero esercizio (non sempre legittimo) del principio di autoritá. L’esatto contrario di quello che dovrebbe essere il principio “una testa, un voto” da me citato come fondamento di una nuova forma partito basata su democrazia radicale nelle scelte e partecipazione. Cosa fa dunque la differenza fra la deleteria prospettiva delle primarie 2013 di SEL (per non pensare ad esempi ben peggiori nel panorama della sinistra) e invece la costruzione di un nuovo moderno principe fondato su democrazia radicale e partecipazione? La libertà e il pensiero. Le idee e il rispetto che ognuna di esse (se davvero idea germogliata da mente autonoma) merita. Solo questo. Non dobbiamo scomodare la mia professione per ricordarci del motto “Cogito ergo sum”. Su questa pietra fondamentale Cartesio ci ha costruito una metafisica. Potremmo noi provare a costruire un modello di partito?
Cosa intendo nel dettaglio. Possiamo immaginare un confronto sui temi fondato di volta in volta su una scelta libera e sovrana degli aderenti senza far discendere da questa capi, mozioni, linee gerarchiche di comando? Scelta libera su opzioni senza la camicia di forza delle correnti? Provo a fare un esempio. Tu hai toccato temi dirimenti. Possiamo immaginare su 3 4 5 temi di chiamare un popolo a scegliere ogni volta liberamente in libere e frequenti consultazioni immaginando che di volta in volta si formino maggioranze diverse ed emergano posizioni diverse senza immaginare che il compagno X e il compagno Y siano legati da un vincolo tardo-feudale di dipendenza/sudditanza/obbedienza? Senza che l’opinione diversa sia vista come tradimento? Possiamo inoltre immaginare che non debba necessariamente da questo discendere un meccanismo di rappresentanza dei gruppi dirigenti? “Bisognerebbe invece sperimentare nuove formule, meccanismi inediti di partecipazione” dici. Ed hai ragione. Facciamolo. Immaginiamolo e sperimentiamolo. Non limitiamoci solo a declamarlo.
Hai citato Porto Alegre. Partiamo da esperimenti simili. Allarghiamo alla partecipazione non di una regione ma di una nazione. Dalla nostra capacità oggi di far fare un passo avanti alla democrazia dipende la sua esistenza in vita. Il punto vero a me sembra essere la ormai conclamata crisi del modello liberale della democrazia rappresentativa e della relativa delega in bianco data al parlamentare. I 5 stelle e Salvini sono (o almeno sembrano essere) una risposta. Accorciano la distanza. Ma per accorciare questa distanza fanno della parola un uso distorto, come di un martello.
Un martello utile a poter distruggere casta e privilegi in un caso o l’ultimo fra gli ultimi (Il migrante) additato come causa di problemi che noi sappiamo avere radice nel sistema economico. E poco importa (almeno per ora) se mantengo o meno queste promesse.
Almeno hanno dato nelle mani dei molti una clava da poter agitare per sfogare la rabbia. A noi spetta un compito molto più complesso e difficile. Riprenderci cura delle parole e soprattutto dei pensieri da cui le parole germogliano e costruire in ogni modo e forma possibile uno spazio comune di riflessione. Costruire una democrazia e una partecipazione per i cittadini più avanzate. Coinvolgerli nelle scelte di fondo della direzione di marcia di un partito e di un paese. Costruire un discorso nuovo e collettivo sulle strade da intraprendere. Tu dici che vuoi conoscere i temi e stabilire e/o capire se esiste il minimo comune denominatore. Io rilancio.
Noi dobbiamo verificare prima se esiste e fra chi,  (e solo poi capire qual é)  il minimo comune denominatore. E non possiamo deciderlo in una stanza dove la discussione é sequestrata, asfittica e troppo spesso piegata a, più o meno legittimi interessi personali. Dobbiamo attuare una cessione di sovranità. Provare a sollecitare un corpo che sicuramente oggi non gode di ottima salute ma che è ancora vivo. Sono milioni gli elettori di quello che era il centro-sinistra (con tutti i suoi giganteschi limiti che non mi sfuggono) che oggi sono persi fra astensionismo o l’espressione di un voto in cui non credono più. Noi a loro dobbiamo offrire una speranza. Ma dobbiamo dir loro che contano. E non che li contiamo. Dobbiamo dir loro che abbiamo bisogno del loro pensiero, della loro parola e della loro partecipazione. Prima che del loro voto. Se è in crisi il modello novecentesco di partito come lo abbiamo conosciuto (e la crisi delle attuali dirigenze politiche ne è la plastica dimostrazione) forse la risposta sta in un nuovo modello davvero orizzontale che ponga al centro il diritto e la partecipazione dei suoi aderenti, sostenitori, simpatizzanti. Io non ho risposte. Ma credo che la domanda e il nodo principale attengano innanzitutto al modello di democrazia che sapremo o non sapremo far avanzare superando il modello meramente rappresentativo e avvicinandoci (sperimentando pratiche che vadano verso) ad un modello di partecipazione diretto.
Questa mi sembra una direzione (non l’unica ma la principale) su cui confrontarci in relazione ad una posta in gioco di non poco conto. La tenuta della nostra democrazia.
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