CONTRO MOBBING E REPRESSIONE DEI DOCENTI “CONTRASTIVI”

Cobas scuola Napoli: difendere scuola, Costituzione e storia. documento del Coordinamento Precari Scuola Napoli Docenti in lotta contro la L. 107

Riceviamo e volentieri pubblichiamo: di Cobas Scuola Napoli

Approfittiamo di questo spazio per ricordare a i nostri amici che Sabato 25 Novembre, presso la Domus Ars, VIa Santa Chiara ci sarà la presentazione del calendario di “CantoLibre“. alla manifestazione saranno presenti personaggi della cultura e spettacolo.

Vi invitiamo a clikkare su partecipo alla pagina

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dove ci sono contini aggiornamenti sull’evento. Vi aspettiamo

su questo link troverete parte del programma

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e ora restituiamo lo spazio Cabas Scuola Napoli

 

Chi non conosce la Storia, è condannato a riviverla, si dice. Chi non riconosce la Costituzione, condanna altri a vivere come se non esistesse, e perciò vincola tutti a proclamarne l’esistenza e la vigenza ogni giorno in tutti i luoghi in cui essa viene violata o negletta, ma soprattutto nella scuola pubblica, forzatamente e illegittimamente rimodellata sulle pretese di un mercato selvaggio e insofferente di regole, perché è anzitutto nella scuola che i diritti umani, politici, civili e personali vengono teoreticamente e contestualmente giustificati e consolidati. Alla presenza e a beneficio di tutte e tutti. 

L’inaccettabile, anomalo e “anomico” sbilanciamento della rappresentanza parlamentare, la legiferazione a colpi di fiducia, la trasformazione del Parlamento in un organo di mera ratifica di decisioni dell’Esecutivo, il colpo di mano tentato il 4 dicembre scorso per stravolgere il sistema istituzionale, lo sdoganamento e, ora, la legittimazione di forze di estrema destra in nome di un malinteso principio “democratico”, l’incentivata disaffezione e disabitudine al voto, l’allineamento di tutta la stampa all’ideologia sottesa alle politiche governative, l’assenso entusiastico dato a soluzioni inumane e inaccettabili di drammi come quello dell’immigrazione, e a provvedimenti che, come il decreto Minniti, possono documentatamente essere ricondotti, finanche nel lessico adoperato, ad analoghi atti normativi del ventennio fascista, stanno precipitando il paese in un buco nero di spaventosa regressione culturale e pedagogica.

L’ordine ricevuto dai presidi-manager è, di fatto, quello di riportare all’ordine e alla disciplina i consci o ignari pronipoti del demonizzato ’68, che continua a popolare gli incubi degli esecutori della riconversione neoliberista della società, e che, fatto oggetto di mistificazioni plateali, continua a fungere da grottesco spauracchio per una popolazione a cui volgari seminatori d’odio ed evocatori di paure irrazionali devono far digerire le ricette “lacrime e sangue” della crisi speculativa. Di questo imperativo si ha chiara percezione in moltissime scuole, fatte oggetto di una normalizzazione violenta che si concretizza in minacce di ritorsioni, aggressioni verbali, pressioni psicologiche, ricatti e pratiche di umiliazione e vessazione disarmanti e vergognose, a danno di quegli insegnanti che osino “fare politica” in classe.

“QUI NON SI FA POLITICA” è infatti diventato il motto analfabeta delle scuole aderenti al programma di rieducazione al pensiero unico, dove per “politica” si intende l’attitudine a porre le questioni e i temi culturali in modo tale da far balenare l’esistenza e plausibilità di una posizione diversa o divergente da quella di chi comanda e del suo establishment, la quale ultima è riassunta in quel monstruum giuridico che è la Legge 107, un raffazzonato articolo unico declinato in 212 commi e varato con la fiducia che si presenta estremamente ambiguo in molti punti, ma il cui spirito è stato tuttavia ben colto dai “guardiani” del nuovo ordine. Costoro, infatti, si richiamano di continuo al principio di legalità per procedere indisturbati alla stroncatura della dialettica democratica negli istituti, all’irreggimentazione degli studenti, trattati da minus habentes (e intanto utilizzati come forza-lavoro gratuita), e alla soppressione, di fatto, della libertà di insegnamento sancita dall’art. 33.

Decine di colleghi e colleghe chiedono ogni giorno supporto e soccorso, legale e psicologico/professionale, ai sindacati di base come alle formazioni sociali che resistono all’omologazione coatta del pensiero e della didattica, contro comportamenti che spesso degenerano in vera e propria persecuzione. E’ il caso di F., docente del Sud migrato a Milano, accolto, manco a dirlo, con un roboante e programmatico: QUI NON SI FA POLITICA al suo ingresso nel nuovo istituto (si sa come sono i meridionali: teste “calde”: meglio far capire subito che aria tira!), ed è il caso, più drammatico, di N., precaria del Sud emigrata nella provincia di una città, Ferrara, che ha evidentemente dimenticato l’oltraggio arrecatole dal fascismo.
N., che, tra la altre cose, è riuscita, grazie al dialogo e alla passione per il suo lavoro, a riportare all’interesse per la conoscenza, alla socialità e al sorriso un alunno cui avrebbero voluto assegnare il sostegno, “patologizzando” quello che era un semplice disagio comunicativo, ha dovuto far ricorso alle cure dei medici per alterazioni del suo stato fisico provocate da aspri confronti con colleghi che hanno contestato la liceità del suo metodo, bollando significativamente come “comunista” l’approccio amorevolmente dialogico e critico alle conoscenze e ai saperi da lei adottato naturaliter, in quanto intimamente legato al suo abito mentale democratico e pluriverso.

La violenza di quelli che l’hanno mortificata e tormentata, arrivando anche a pretenderne, col ricatto, l’isolamento da parte degli studenti, parimenti minacciati e compulsati, è pari all’ignoranza che hanno manifestato interpretando il termine “politica” come parola-tabù legata al divieto di appropriazione “sacrilega” delle prerogative esclusive del supremo capo abilitato a dettare le linee-guida della condotta comune, mostrandosi dunque incapaci di comprendere che la scuola pubblica, al pari di qualsivoglia altra istituzione e fenomeno, a partire dalla sua stessa esistenza e fino all’opzione apparentemente più banale, è un fatto assolutamente e strutturalmente “politico”, e che non è possibile trasmettere in modo anodino e “neutro” alcuna conoscenza o idea.
In tutto e per tutto politico, del resto, è l’accanimento con cui si sta cercando di espellere la dialettica ideologica dalle scuole, perché la soppressione del pluralismo è un atto ideologico e, segnatamente, un atto fascista.

Quanto è grande la paura della libertà, se si ricorre ad atti spregevoli e ad espedienti ignobili per ridurre al silenzio anche un’unica voce contraria a un nutrito coro di signorsí? Decine di servi ubbidienti che entrano in classe non sono dunque buoni, didatticamente, a controbilanciare una sola voce libera, quella che, nella loro becera generalizzazione è etichettata come “comunista”?

E non è forse questa la prova più lampante dell’intrinseca debolezza e inconsistenza di un sistema d’istruzione basato sull’attribuzione della ragione a chi detiene il potere e non alla ragionevolezza di una dimostrazione logico-scientifica?

Vogliono dunque creare una generazione prona all’ipse dixit, additando come fonte unica della scienza e del diritto qualunque asino che scippi occasionalmente il potere di autoproclamarsi tale?

A portare all’ospedale i colleghi indisponibili a farsi inquadrare negli schemi produttivi e di disciplinamento della Scuola-azienda, è più che altro la dolorosa sorpresa di trovarsi in un ambiente, peraltro devoluto alla costruzione e al radicamento dei meccanismi democratici, che nega recisamente quei principi a lungo considerati pacificamente acquisiti, e interiorizzati anche dalla parte meno colta e avveduta della popolazione. E’ uno sconcerto assai simile a quello che hanno provato i docenti manganellati il 10 novembre scorso a Roma dalle forze dell’ordine (appunto!) per essersi rifiutati di dismettere le bandiere rosse e di nascondere i contrassegni della loro appartenenza politica – che è quanto è stato loro incredibilmente richiesto come condizione per avanzare in corteo! -, cioè per aver proclamato alla luce del sole la propria ascendenza, responsabilmente e democraticamente, rivendicando il proprio diritto a manifestare e a prospettare un’alternativa alle politiche economiche che penalizzano da anni l’istruzione.

Anche la scelta di scioperare viene sempre più spesso contestata e ricondotta ad uno spirito di “ribellione” provocatorio e disfattista, da punire severamente. Addirittura, alla summenzionata precaria che svolge il suo incarico nella provincia di Ferrara è stato ingiunto di esimersi perfino dal pronunciare la parola “sindacato”, perché il preside-totem ne ritiene controproducente e fastidiosa la persistenza anacronistica.

E forse non è insensato né inopportuno segnalare che proprio nella stessa provincia operano attivamente i gruppi di integralisti cattolici inventori della fantomatica “teoria del gender” recentemente proscritta da tutta l’Italia civile in occasione del tour che hanno fatto per le principali città del paese, viaggiando in un bus blindato ed espugnando le piazze loro negate dalle amministrazioni comunali per fare comizi carichi d’odio contro l’omosessualità e le libertà personali delle donne, che essi aspirano a riportare nel recinto domestico della sottomissione e della passività sessuale e sociale.

Che siano dei docenti a negare i principi-base della democrazia è un segno tragico di inversione e perversione della democrazia. E’ segno che la genesi della Carta Costituzionale è stata obliata. E’ segno che non è più unanime la condanna ufficiale, morale e collettiva, del fascismo militante, operante e dominante. Non possiamo arrenderci né fermarci a questa constatazione.

Il presente documento vuole fare qualcosa di più che attestare la solidarietà e la vicinanza morale dei firmatari ai colleghi che denunciano atti di ordinario fascismo scolastico: vuole scongiurare la generalizzazione e la naturalizzazione di questa revanche inconcepibile e incompatibile con l’essenza stessa della Scuola, promuovendo una pubblica riflessione che non potrà non essere profondamente politica. Quando comincia a circolare e ad essere imposta l’idea che fare politica è in sé e per sé riprovevole, è vicino il momento in cui diventerà reato fare politica nella direzione vietata da un padrone.

Chiediamo a quanti concordano con i contenuti e condividono le preoccupazioni espresse dai redattori di questo documento, di aderire e di pronunciarsi in merito all’innegabile deriva autocratica e liberticida della scuola, prodromo della deriva fascista dello Stato.

Chiediamo ai pochi giornalisti ancora degni di questo nome di divulgare il presente scritto, non solo per la sua rilevanza intrinseca, che per chi scrive è massima, ma anche perché possa agire da deterrente rispetto ai comportamenti indegni posti in essere contro le tante vittime della furba e ingannevole “depoliticizzazione unilaterale” della Scuola.

Chiediamo, infine, all’intelligencjia di questo paese, di pronunciarsi nel merito, e di schierarsi, con o contro chi sta combattendo, scuola per scuola, questa cruciale battaglia di civiltà. Senza indugi e senza ammainare le bandiere. Più tardi, sarà troppo tardi.

Cobas Scuola Napoli
Coordinamento Precari Scuola Napoli
Docenti in lotta contro la L. 107

Aderiscono:
Prof. Giuseppe Aragno, storico della Resistenza
Prof. Federico Sanguineti (Università Salerno)

“CantoLibre” aderisce al documento e invita i suoi collaboratori e amici a fare altrettanto

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