Conferenza Programmatica Metropolitana per l’unità e il rilancio dei conflitti

dall'8 al 10 Settembre, Conferenza programmatica di Rifondazione a Pomigliano. Grande attenzione alla Città Metropolitana

Riceviamo e volentieri pubblichiamo di: Rosario Marra della Segreteria Provinciale della Federazione P.R.C. di Napoli

Siamo alla ripresa settembrina  – anche se i fatti di P.zza Indipendenza a Roma o la strategia dei roghi che ha colpito e sta colpendo pure il napoletano non ha permesso certo distrazioni estive – sia a livello nazionale che locale stanno per partire iniziative:

Prossima la riunione del Coordinamento Nazionale di EUROSTOP per mettere a punto le campagne autunnali, la Festa Nazionale di Rifondazione a Firenze, o a livello locale, a giorni, ci sarà il festival dei compagni dell’ex-OPG, nella seconda metà del mese l’assemblea di STOP BIOCIDIO e ancora altre iniziative di riflessione o di lotta a seconda dei casi.

In questo quadro, molto sommariamente delineato, s’inserisce la Conferenza Programmatica Metropolitana di Rifondazione Comunista che si svolgerà l’8,9 e 10 settembre alla Villa Comunale di Pomigliano.

Purtroppo da anni delle questioni programmatiche ci si ricorda soltanto in prossimità di scadenze elettorali e ciò finisce inevitabilmente per svilirne in buona parte l’importanza.

Per quanto riguarda più specificamente la nostra Conferenza, essa per noi è lo strumento programmatico per l’unità e il rilancio dei conflitti.

L’ambito metropolitano della Conferenza ci spinge a fare una precisazione preliminare:

noi, come tutte le forze della sinistra di classe, quando nel 2014 è uscita la “legge Delrio” istitutiva, tra l’altro, delle Città Metropolitane ne abbiamo dato un giudizio fortemente critico in quanto s’inseriva nella retorica demagogica dei tagli ai costi della politica che già individuavamo, come poi effettivamente è stato, come paravento per tagliare i servizi di livello provinciale e come punta d’ariete per una riforma costituzionale centralistico-autoritaria successivamente bocciata dal referendum del 4 dicembre.

Tuttavia, nonostante i dubbi di costituzionalità della citata legge sopraggiunti in seguito al tipo di esito referendario, l’Ente in questione esiste e, quindi, occorre attrezzarsi per capire quali orientamenti assumere nell’iniziativa di Movimento e politico-istituzionale.

Rispetto all’iniziativa di Movimento, cui abbiamo cercato di partecipare sempre attivamente, l’individuazione del livello metropolitano è stata visto come un primo stadio su cui affrontare i problemi cittadini in un’ottica di  pianificazione urbana e territoriale  di tipo partecipativo che sarebbe dovuta servire anche ad una prima rottura dell’isolamento/accerchiamento politico-finanziario dell’esperienza napoletana, a tale proposito la campagna per lo sblocco dell’avanzo libero di oltre 400 milioni della Città Metropolitana, per noi ancora valida, ha sicuramente avuto anche questo significato più complessivo oltre a quello para vertenziale.

Allo stato, occorre prendere atto che quest’obiettivo non è stato raggiunto dalle forze di Movimento, del sindacalismo conflittuale e della sinistra d’alternativa e ciò  ha rappresentato uno degli aspetti che ha influito sulle notevoli difficoltà a portare le lotte “al piano di sopra”, com’è stato detto da qualche compagno napoletano, anzi le concrete pratiche politico-istituzionali della Città Metropolitana hanno finito per influire negativamente sull‘esperienza comunale.

La Conferenza, essendo la prima che affrontiamo con un simile “taglio” non potrà che avere, come primo punto, uno sforzo definitorio della nostra visione di metropoli.

Sotto quest’aspetto, si sconta il ritardo della Città Metropolitana sull’approvazione del Piano Strategico e lo stesso Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, approvato con anni di ritardo per il voluto immobilismo pianificatorio delle giunte di centro-destra, è bloccato.

Ciò influisce sulla possibilità di un confronto/scontro ampio e trasparente dove possano verificarsi le diverse visoni della metropoli.

Tuttavia, per quanto ci riguarda, qualche primo orientamento si può e si deve esprimere.

Sotto questo profilo, se è vero che occorra procedere ad un decongestionamento del Comune capoluogo è altrettanto vero che noi non condividiamo l’ottica della “metropoli frammentata” in quanto sappiamo bene che il decentramento non è un valore in sé ma è in funzione del blocco sociale dominante.

In altri termini, il sistema liberista adopera sia l’accentramento che il decentramento a seconda di quale delle due politiche sia più funzionale agli interessi di classe del proprio blocco sociale: ad es., abbiamo già ricordato l’impostazione centralistica della deforma costituzionale, invece la “legge Delrio”, oltre a burocratizzare la politica provinciale creando un Ente di secondo livello, per ripristinare un minimo di democrazia rappresentativa con il ritorno al suffragio universale, impone come pre-condizione l’articolazione del Comune capoluogo in più Comuni.

Un riflesso di quest’ultima impostazione si trova nell’attuale PTCP dove in più punti si fa riferimento alla “riarticolazione del sistema urbano in forme policentriche”, ciò, se viene estremizzato, diventa l’attuazione a livello metropolitano di ciò che forze di destra e liberiste come la Lega propongono su una scala più ampia col “regionalismo differenziato” sfruttando i contenuti peggiori dell’attuale titolo V della Costituzione e amplificando, così, la legge dello sviluppo ineguale tipica del capitalismo.

Insomma, su questo punto siamo con Harvey, quando nel suo “Città Ribelli” afferma che “la governance policentrica, riproducendo privilegi e poteri di classe, si inserisce perfettamente nelle strategie di riproduzione sociale neoliberiste”.[1]

 Punti e spunti politico-programmatici.

 Allora, più specificamente, quali saranno i temi che affronteremo nella nostra Conferenza?

Qui, per motivi di brevità, ne affronteremo soltanto alcuni rinviando, per gli attivisti interessati, alla “scheda illustrativa” della Conferenza che si può richiedere ai compagni di Rifondazione di Napoli.

Un primo filone di confronto evidenzierà le problematiche di attuazione statutaria rappresentate oltre che dalla stesura del citato Piano Strategico Metropolitano anche dalla formalizzazione delle “zone omogenee”, entrambe rinviano a concezione e ruolo della pianificazione.

Pertanto un prossimo banco di prova per la Città Metropolitana sarà quello della capacità di “governo del territorio” nozione che, ormai, dopo la riforma del titolo V della Costituzione, ingloba quelle di urbanistica ed edilizia in una visione complessiva degli interessi.

Proprio nelle modalità di governo territoriale, di recente, abbiamo avuto forti perplessità sulla deliberazione dello scorso maggio del Consiglio metropolitano – contenente indirizzi e linee-guida per le Amministrazioni comunali in materia di edilizia residenziale sociale – presa in una fase in cui, come già accennato, è sospeso anche il PCTP, inoltre c’è il pericolo che nella deliberazione n. 81/2017 si possano aprire varchi per nuovo consumo di suolo attraverso varianti agli attuali strumenti urbanistici.

Ciò è ancora più grave in una Regione dove, come dimostra la recente decisione di impugnativa governativa della L.R. n. 19/2017, l’attuale Giunta ha una visione del governo del territorio a dir poco discutibile.

Non a caso, uno dei motivi dell’impugnativa è che con la legge dello scorso giugno la Regione permette ampliamenti di edifici pur in assenza del Piano Urbanistico Comunale (PUC).

Quindi anche l’individuazione di “zone omogenee” all’interno del territorio metropolitano va fatto in raccordo con un preciso quadro pianificatorio evitando una visione meramente burocratica delle stesse che, invece, possono essere uAnteprimano stimolo alla pianificazione partecipata e individuando nelle Assemblee di zona, previste dall’art. 5 dello statuto metropolitano, forme d’intreccio con elementi di democrazia diretta.

Questo potrebbe essere uno dei modi per capire come declinare su scala metropolitana la visione del territorio come bene comune ampliando l’esperienza dei commonsristretti sostanzialmente al solo Comune capoluogo.

La costituzione delle zone, inoltre, non va disgiunta dalla creazione di economie di scala nella gestione dei servizi attraverso il previsto “esercizio congiunto di funzioni da parte dei Comuni”(art. 4, co.5, statuto metropolitano) in modo da bloccare la crescente privatizzazione e mantenere la gestione pubblica dei servizi.

Quest’ultimo è un punto particolarmente dolente perché, sinora, la Città Metropolitana di Napoli non ha affatto assolto a quella che è una delle sue “funzioni fondamentali” normativamente prevista dalla Delrio ossia la “strutturazione di sistemi coordinati di gestione dei servizi pubblici, organizzazione dei servizi pubblici di interesse generale di ambito metropolitano”.

Infatti,  per fare un esempio specifico, particolarmente deludente ci sembra sia stata l’attività nel campo del TPL dove, pur avendo previsto nelle linee programmatiche di mandato del Sindaco Metropolitano la costruzione di un’Azienda Unica a gestione pubblica, non s’è minimamente proceduto in tale direzione, anzi, nei fatti, s’è appoggiato il disegno regionale di preparazione delle gare e s’è addirittura concordata la scissione del lotto comunale da quello della restante ex-Provincia in modo da stroncare sul nascere qualsiasi visione metropolitana.

Qui sta uno degli elementi che spiega, seppur in parte, la boccheggiante situazione sia della CTP che dell’ANM.

E’ sicuramente vero il fatto che ci siano stati tagli ai trasferimenti[2], così come è altrettanto vero che il TPL su gomma deve cedere progressivamente il passo a quello su ferro[3] , o che la Regione Campania faccia un uso politico dei fondi (come  dimostra, da ultimo, la destinazione prioritaria dei fondi per l’esodo dei lavoratori in esubero ai lavoratori delle Aziende regionali e soltanto residualmente a quelli delle altre Aziende) o, ancora, che il quadro regionale ha visto già la privatizzazione della CAREMAR per il settore marittimo e il fallimento di alcune società provinciali di trasporto come avvenuto a Caserta e Salerno, tuttavia l’aver rinunciato quasi subito ad una prospettiva diversa da quella dettata dalle politiche liberista ci sembra particolarmente grave per un’Amministrazione che nel proprio programma ha sempre avuto l’obiettivo della difesa dei servizi pubblici.

A completare il quadro di una mancata riarticolazione su scala metropolitana dei servizi, la riorganizzazione delle partecipate del Comune capoluogo, anch’essa pensata in una maniera tale da escludere qualsiasi operazione di fusione con Aziende dell’ex-Provincia non soltanto nel campo del trasporto, eppure ci sono casi di Province e Comuni capoluogo che stanno seguendo strade diverse pur non essendo “ribelli” o “anomale”.

In proposito, significativo è l’esempio di alcuni Comuni della Provincia di Ancona ad iniziare proprio dal Comune capoluogo dove, pur con difficoltà e contraddizioni, nel campo dei rifiuti all’interno dell’ATO hanno deciso a maggioranza di seguire la strada del gestore pubblico unico evitando la gara e ricorrendo all’affidamento in house ad una nuova società consortile appositamente costituita.

Per concludere, nel fare un primo bilancio dell’esperienza dell’Ente di P.zza Matteotti, non si può non tornare a fare un cenno al convitato di pietra: la Regione Campania che con la sua legge di riordino delle funzioni provinciali “non fondamentali” ha optato per un’impostazione centralistica, così come nel delimitare gli ATO ha fatto del tutto per boicottare qualsiasi riorganizzazione metropolitana dei servizi evitando la dimensione provinciale proprio nel caso di Napoli (si vedano, ad es., le delimitazioni fatte per l’acqua o, ancora, per i rifiuti dove s’è giunti addirittura ad una tripartizione del territorio metropolitano).

 

[1] Cfr. David Harvey: “Città Ribelli” Ediz. Il Saggiatore pag. 106

[2] Ad es., dall’ultima Relazione dell’Autorità di Regolazione dei Trasporti si conferma ciò che già si sapeva: negli ultimi anni il Fondo Nazionale per il TPL è stato costantemente inferiore nelle varie Regioni ai corrispettivi effettivamente pagati. – Per la Campania, di fronte a 648.400.000 di corrispettivi alle aziende il fondo TPL è stato di 544.521.870, nel 2015 i corrispettivi sono stati di 666.710.755 e il fondo di 545.030.000.

[3] Sempre dalla citata Relazione di cui alla nota precedente si evince che dal 2006 al 2015 il peso del TPL su gomma è diminuito dell’8% a livello nazionale e corrispondentemente è aumentato della medesima percentuale quello del trasporto su ferro. – Infatti nel 2006 il peso del TPL su gomma era del 65%, nel 2015 è sceso al 57%, parallelamente il peso del TPL su ferro nello stesso periodo è passato dal 35% al 43%.

 

 

 

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