Condannati gli ultimi due leader dei Khmer Rossi

A distanza di quarant’anni dal genocidio che vide oltre due milioni di Cambogiani cadere sotto la dittatura dei Khmer Rossi, il tribunale speciale ha finalmente emesso la sentenza e condannato Nuon Chea e Khieu Samphan, gli ultimi due leader ancora sotto processo.

Lo scorso 7 Agosto Nuon Chea e Khieu Samphan, due dei leader del regime dei Khmer Rossi, sono stati condannati dal Tribunale Speciale della Cambogia (ECCC) con l’accusa di crimini contro l’umanità.

In quel lasso di tempo, nei quattro anni che vanno dall’Aprile 1974 al Settembre del ‘79, oltre due milioni di Cambogiani hanno perso la vita. Parliamo di un quarto della popolazione. Uno dei più atroci crimini commessi verso l’umanità, soprattutto in considerazione del fatto che assieme a quei due milioni di vite, se n’è andata anche un’enorme parte della cultura Khmer. Distrutta, sepolta, bruciata, è stata dimenticata, per volontà o per necessità.

Guidati da Pol Pot, Nuon Chea, Ieng Sary e sua moglie Thirith, Son Sen e Khieu Samphan, i Khmer Rossi costrinsero tutta la popolazione ad abbandonare le città e a migrare nelle comunità di campagna – comunità nelle quali furono sottoposti ad una vita di lavori forzati e torture.

Molti furono giustiziati, tanti morirono per fame e stenti. Pochi ne videro la fine.

Gli effetti di quei quattro anni sono tutt’oggi ancora tangibili. Aldilà delle strutture, dei campi di sterminio o delle prigioni – che si innalzano come monumenti per ricordare le atrocità di cui il genere umano è capace – c’è un segno ben più profondo. E’ quello lasciato nelle anime dei Cambogiani, nella distruzione della loro cultura e nella memoria dei pochi sopravvissuti. Camminando per le strade di Phnom Penh si respira ancora la paura di quel passato. Un passato troppo presente e troppo vivo per essere dimenticato così facilmente.

pol potLa dittatura di Pol Pot, ufficialmente terminata nel 1979 con l’invasione da parte del Vietnam, ha continuato ad avere una rappresentazione politica grazie alle autorità occidentali che, pur di sostenere l’America nella sua lotta al comunismo, le hanno garantito un posto alle Nazioni Unite fino al 1992.

Poi, la presa di coscienza. E la richiesta, nel 1996, di portare in tribunale i colpevoli. Dopo anni di negoziazioni, nel 2003 finalmente l’accordo. Eppure, ci vogliono ancora altri tre anni, nel 2006, prima che il tribunale possa realmente iniziare il suo lavoro. Anni macchiati da scandali di corruzione, pressioni politiche e nepotismo. Siamo nel 2011 quando inizia finalmente il processo.

Dei cinque capi, soltanto due – Khieu Samphan e Nuon Chea – ne sono arrivati alla fine. Pol Pot morì nel 1989, Ieng Sary nel 2013 e sua moglie Thirith fu giudicata inadatta – a causa dell’alzheimer – nel 2011.

Aldilà del valore simbolico del verdetto, ci sono un paio di elementi che vanno considerati.

Bisogna innanzitutto ricordare che la spesa necessaria per permettere al tribunale speciale di funzionare è stata esorbitante (intorno ai 200 milioni di dollari) finanziati in gran parte dalle Nazioni Unite.

cambogiaE’ chiaro che ci si interroghi sull’utilizzo di una tale somma – un aiuto del genere avrebbe un impatto enorme su un paese come la Cambogia, dove l’aspettativa di vita non supera i 65 anni. E poi, vista l’età dei due condannati – 83 e 88 – e vista la volontà della difesa a ricorrere in appello, è piuttosto probabile che i due non ne vedranno l’esito.

Il risultato è una vittoria piuttosto effimera. E che lascia di certo l’amaro in bocca.

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