Con amore e con dolore

Assenza di sonno....un pensiero diventa così infinito e non serve mandarlo via. Torna di nuovo. Semplicemente, automaticamente, ossessivamente. Se la luce dell’alba non lo respingesse altrove, quel pensiero ostinato, non ci darebbe più scampo

Scritto da Giuseppe detto Geppino Aragno

Ci sono notti in cui è impossibile dormire. Notti in cui al corpo stanco che chiede riposo si oppone un’attività incontrollata della mente: un andirivieni frenetico d’elettricità che percorre nervi e volute celebrali, si materializza sotto le palpebre, negli occhi riluttanti che illuminano il buio profondo dell’inconscio.

Il percorso d’un pensiero diventa così infinito e non serve mandarlo via. Torna di nuovo. Semplicemente, automaticamente, ossessivamente. Se la luce dell’alba non lo respingesse altrove, quel pensiero ostinato, non ci darebbe più scampo.

Per Anna, la notte destinata a non finire giunse d’un tratto e non trovò più l’alba. Fu legittima difesa. Attrice di talento, costretta a rinunciare al teatro e a chiudersi nella gabbia della “normalità”, la donna evase, scegliendosi un nuovo ruolo per l’ultima recita consentita.

Fu una recita a luci spente – e perciò sembrò a molti pazzia – ma Anna mostrò incredibile maestria: ridusse l’intreccio complesso dei dialoghi a una successione logica di monologhi e indossò costumi semplici: per ogni abito bianco, ce n’era uno nero e sul viso le maschere si succedevano in modo che l’una raccontasse il contrario dell’altra. Ogni verità solidissima partoriva il suo opposto e si disponeva alla lotta, ma sul palcoscenico terribilmente buio c’era sempre e solo lei. Bianca e nera, vera e falsa, felice o dolente, raccolta su stessa in un crescendo di amore e odio, di dolci confessioni e furiose auto sconfessioni.

Nelle rare pause in cui se ne stava affannata, muta, quasi invisibile al centro del palcoscenico buio, con un’accorta regia, Anna trasformava in coro le mille verità sconfessate e nel buio si intravedeva il suo viso o, per dir meglio, la maschera che portava sul volto irriconoscibile. Un attimo, poi tornava a recitare e aveva toni sempre più concitati: si disperava per l’immensa fatica, ma recitava con mille voci contemporaneamente i suoi infiniti personaggi e non accettava di metterne a tacere qualcuno.

Il coro finale era cupo, mentre di solito le luci della ribalta si accendono. Probabilmente c’era stato un corto circuito; sarebbe bastato allungare la mano, premere un pulsante e la luce sarebbe tornata. Dal rifugio disperato in cui si era andata a cacciare, però, da quel ruolo impossibile, dalle sue mille voci, Anna e la luce non tornarono più: l’ultima maschera aveva qualcosa di tutte le altre, ma non riconoscevi nessuno.

Con la forza delle loro discutibili certezze, al primo policlinico i medici, che pretendevano di curare la vita come fosse una malattia, avevano attrezzato perfettamente un reparto per la repressione dei dubbi che la “normalità sociale” non può consentire. Un reparto separato dal resto del mondo da un cancello bruno, dal torpore annichilente dei barbiturici e dalla violenza d’una scienza incontrollata, che non distingue tra cura e tortura. Tutto era anonimo e innaturale e quando il figlio giovanissimo ne violò per caso il segreto ne fu segnato a vita: ci aveva portato la madre su consiglio di un amico rivoluzionario che prometteva miracoli.

L’attrice lo odiò con la furia incontenibile che giunge all’anatema: “che tu sia maledetto”, gli urlò e il giovane divenne così una voce nuova nel copione dell’ultima recita di Anna. Per quanti sforzi facesse, il ragazzo non trovò mai l’interruttore che avrebbe acceso le luci del palcoscenico. Sostenne come poté, con immensa fatica, il peso della disperazione, sentì la lama rovente del rimorso precoce e duraturo e in un angolo inesplorato dell’anima e del corpo gli rimase nascosto, come un animale raggomitolato su stesso, un ricordo sfocato. Con l’animale si nascose anche l’eco di parole recitate su un palcoscenico buio. Un animale e un’eco che periodicamente si mostravano, diventavano visibile e irrimediabile consapevolezza di un gesto tragico che continuava a far male.

“Che tu sia maledetto!” gli pareva di sentire.

Quelle parole aprirono brecce incolmabili nel cuore del ragazzo e quando tornavano a farsi sentire lo riconducevano inevitabilmente a un cancello tenuto chiuso per tre mesi – così a lungo durò la separazione – alle lacrime mai piante su e giù per Caponapoli, all’andirivieni ansioso per la biancheria e alle piccole cose per la detenuta, cui però non aveva mai affidato messaggi: “le faresti del male”, gli avevano intimato gli scienziati carcerieri.

La rivide tre mesi dopo. Non ricordava, ma non aveva più maschere. Il liquido estratto dal midollo della colonna vertebrale e la paralisi dolorosissima di giorni atroci, i fili che l’avevano trapassata con l’elettricità (un’algerina della Resistenza ne ho fatto, pensava il ragazzo), la segregazione, il silenzio terrorizzato e la tortura dei sedativi ne avevano spezzato la legittima difesa, che era stata in fondo la sua ribellione.

Madre e figlio si fecero poi di nuovo compagnia e a chi non la conosceva, Anna poteva sembrare “normale”. Il figlio, invece, la vide persa. Negli occhi non c’erano più le luci della ribalta, non cercava il palcoscenico e le finzioni della scena. Attrice ancora indubbiamente, ma ormai senza ruolo, sarebbe stata periodicamente scossa da ribellioni furenti, sussulti d’odio e lampi di dolcezza, ma le sole maschere capaci di farla sentir viva erano state definitivamente uccise.

 

No commento

Lascia risposta

*

*