COMUNISMO, FASCISMO E…MACHIAVELLI

Da Mussolini e Hitler a Gramsci e Benedetto Croce, l’eredità della politica di Machiavelli

Durante il Novecento l’opera di Machiavelli, spesso ancora oggi citata con la formula superficiale “il fine giustifica i mezzi”, fu strumentalizzata, con le dovute differenze, dalla dittatura fascista, nazista e sovietica: l’esigenza avvertita da molti intellettuali tra le due guerre di ripensare al classico del Cinquecento mostrava ancora una volta, come già ad esempio durante il periodo rivoluzionario tra Settecento e Ottocento, che nelle sue parole si cercavano chiarimenti per leggere le crisi europee; e proprio il diverso utilizzo e spessore di Machiavelli attestato nei tre totalitarismi del secolo scorso contribuisce ad evidenziare la loro difformità.

In Italia nei primi decenni del XX secolo si era costituita l’interpretazione di un Machiavelli vagamente nichilistico di cui fece tesoro lo stesso Mussolini.

Secondo questa chiave di lettura, basata sulla manipolazione del pensiero di Nietzsche, la relazione tra il principe e le masse doveva essere risolta da una politica autoritaria e senza scrupoli volta esclusivamente all’esercizio e al rafforzamento del potere di un capo o di un’élite, considerati unici garanti dell’ordine; è l’apologia della politica del più forte, lontana da ogni etica, che non ripudia l’uso della violenza.

Mussolini sostanziò la propria avversione per ogni ordinamento democratico e liberale proprio su questa interpretazione, attribuendo a Machiavelli l’onore di essere stato il primo a scardinare le teorie illusorie della libertà e del governo popolare.

Così il Principe viene con semplicità identificato con un capo spregiudicato e carismatico che, avvalendosi della forza o dell’illusione ideologica, è in grado di risolvere i problemi della società di massa e della crisi del primo dopoguerra. Il mito di Roma antica elaborato dall’autore fiorentino, inoltre, si prestava ulteriormente alla propaganda fascista.

Il fascino di questa prospettiva, fatta propria dal fascismo italiano, non poteva non investire personalmente Hitler, il quale arrivò a definirsi allievo ideale di Machiavelli. In realtà il nazismo non recepì in maniera cospicua questa eredità machiavelliana, non trovandovi alcun appiglio ideologico per l’esaltazione della razza ariana.

Dalla peculiare rilettura di Machiavelli in chiave fascista ha preso le distanze uno dei maggiori pensatori del liberalismo italiano, il napoletano Benedetto Croce, il quale però erroneamente legò il concetto machiavelliano di autonomia della politica alla dissociazione fra agire pubblico e regole morali. In realtà essa significava propriamente un riconoscimento della drammaticità della politicacausata dal perenne contatto con una realtà spesso avversa, che è pronta ad esigere sacrifici e rinunce per il raggiungimento del  bene comune.

Un secondo filone esegetico del Novecento, sotto l’influenza del marxismo, fece di Machiavelli un profeta di miti rivoluzionari. Nel totalitarismo sovietico, da Lenin a Stalin, tuttavia la presenza machiavelliana non è particolarmente registrata. L’unico protagonista della tradizione marxista che guardò alla lezione del pensatore fiorentino fu Gramsci, anche se attraverso la mediazione giacobina e leninista. Il Principe da Gramsci è assunto come modello per il partito comunista che avrebbe dovuto farsene interprete da una prospettiva popolare per imprimere nella storia nazionale un drastica trasformazione etica e culturale.

Si può dire che le esperienze politiche totalitarie, specialmente quella italiana, elevarono Machiavelli a campione e precursore delle dittature, anche a scapito del suo reale repubblicanesimo ispirato in gran parte alla Roma antica; quella fatta dai totalitarismi è una identificazione indebita, svuotata di ogni credibilità se immergiamo l’uomo e l’opera nel suo tempo, un tempo di crisi per le città italiane travolte, alle porte del Cinquecento, dalle guerre delle potenze straniere.

Nelle pagine machiavelliane non c’è alcun riferimento a un orizzonte politico votato all’annientamento delle coscienze e della libertà da parte di regimi totalitari. Non si può parlare di concordanza fra questi ultimi e Machiavelli, neanche quando lo scrittore constata che, a causa della contraddittorietà della realtà politica, a volte è necessario entrare nel male, ma sempre in vista del raggiungimento del bene comune.

La politica è conflitto, ma è da esso che scaturisce l’ordine. Dalla positiva tensione ossimorica che pervade il mondo, dalla lotta che non conduce a risultati faziosi e degradanti, si può muovere per fondare una società giusta ed equilibrata. In questi momenti altamente delicati di fondazione o rifondazione di uno Stato occorre un “eccellentissimo” uomo, adeguato alla gravità dell’azione, il principe.

Una volta consolidatolo Stato, però, il regime repubblicano appare come la forma di governo migliore, dove i contrasti delle diverse componenti sociali hanno modo di risolversi in esiti favorevoli per l’intera collettività.

La potenza della novità della speculazione politica di Machiavelliè stata subito recepita, a partire dell’amico Francesco Guicciardini che in uno scambio epistolare lo chiama “inventore di cose nuove e insolite”. È sintomatico quindi che le sue parole, controverse e tremendamente attuali, siano state richiamate, con deformazioni postume, nella storia dell’Europa soprattutto nei suoi momenti di peggiore crisi politica

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