COMUNICATO DELL’OSSERVATORIO DEL COMUNE DI NAPOLI SULLA SALUTE MENTALE

Si è tornati in questo SPDC per le notizie riguardanti il suicidio di un ragazzo rumeno, di appena 22 anni, ennesima tragedia annunciata dalla ormai sempre più ingravescente condizione di degrado delle strutture assistenziali psichiatriche dell'ASL NA1

Riceviamo e pubblichiamo:  Osservatorio comunale sulla salute mentale  

Lunedì 2 maggio 2016 una delegazione dell’Osservatorio sulla salute mentale del comune di Napoli, composta da M.Rosaria Cozzi, Giovanni  Montesano, Adriano Coluccia, Enrico de Notaris, Raffaele Di Francia, Francesco Maranta si è recata presso l’SPDC San Giovanni Bosco.

Si è tornati in questo SPDC per le notizie riguardanti il suicidio di un ragazzo rumeno, di appena 22 anni, ennesima tragedia annunciata dalla ormai sempre più ingravescente condizione di degrado delle strutture assistenziali psichiatriche dell’ASL NA1.

Il grave gesto è stato compiuto domenica sera 18 aprile 2016.

Il nostro ingresso presso l’SPDC è stato ben accolto dal personale sanitario di turno, gli operatori tutti si sono dimostrati disposti a parlare non solo delle circostanze specifiche nelle quali il ragazzo ha posto fine alla sua vita; ma soprattutto delle dinamiche immediatamente precedenti alla sua scelta estrema.

Il giovane non aveva una storia clinica rilevante di per sé, nel senso che, a dire della madre e come riportato in cartella, non risultava in carico presso alcuna UOSM nonostante alcune generiche, come riferito, crisi d’ansia per le quali qualche volta era stato portato in p.s. presso gli ospedali della zona in cui risiedeva (Nola).

Il ricovero presso l’SPDC S. Giovanni Bosco era volontario, nonostante alcune resistenze del ragazzo, e presumibilmente relativo agli effetti di sostanze d’abuso: il quadro clinico iniziale evidenziava infatti la presenza di uno stato dissociativo.

osservatorio 1La terapia somministratagli nel corso del ricovero era a basse dosi di un tranquillante maggiore (aloperidolo) ed un sedativo (delorazepam).

La degenza era stata, come concordemente riferisce tutto il personale sanitario, tranquilla: il giovane era apparentemente in un buono stato d’umore, aperto nelle relazioni, non destava insomma, sempre a dire del personale, alcuna preoccupazione o segnali sospetti a riguardo del gesto che meditava di mettere in atto.

Sabato 17 però aveva manifestato il desiderio di tornare a casa, avrebbe potuto farlo, in quanto in regime di ricovero volontario, anche contro il parere dei sanitari, come gli fu detto; ma per negoziare la sua permanenza in reparto si concordò con lui di ridiscuterne anche in presenza dei suoi genitori, peraltro molto vicini al loro figlio nel corso del ricovero.

Al termine della negoziazione il ragazzo accettò di rimanere qualche altro giorno per mettere a posto la terapia e per osservare il decorso della situazione clinica.

Domenica 18 sera offrì delle caramelle al personale medico e paramedico ed agli altri pazienti presenti in reparto, in tale circostanza sembrava di umore normale, poi verso le ore 23 il ragazzo andò in bagno, estrasse la guarnizione di gomma dalla finestra del bagno e la appese ad un tubo dell’acqua.

(Lo stato delle finestre e degli infissi in generale del reparto, che naturalmente sarà oggetto di altri e più approfonditi accertamenti, anche ad una superficiale osservazione fatta da non esperti in materia, e come ripetutamente segnalato dagli stessi operatori presenti, ci è sembrato estremamente precario, perfino per gli scopi reclusivi delle intenzioni istituzionali.)

Fu ritrovato ancora vivo dal personale insospettito dalla sua permanenza in bagno; ma purtroppo le manovre rianimatorie sollecitamente agìte in primis dagli operatori dell’SPDC e quindi dal personale della rianimazione, prontamente allertato, non furono sufficienti a salvargli la vita.

Questo è stato il racconto “corale” degli operatori presenti al momento della nostra visita, nessuno di loro era però nel turno di servizio al momento dei fatti riportati.

osservatorio 4Restano una corposa cartella clinica, sulla quale la diagnosi recita: “stato dissociativo, episodio delirante acuto”; il dolore dei familiari che non riescono a spiegarsi come tutto ciò possa esser potuto accadere; l’amarezza e lo sconcerto degli operatori; un’inchiesta in corso.

Per l’Osservatorio la valutazione unanimamente condivisa riguarda l’impossibile risposta ad una domanda precisa: come può avvenire che un ragazzo, senza una storia di disagio psichico evidente o significativo, decida di togliersi la vita?

Naturalmente l’Osservatorio non è in grado di ricostruire il percorso che lo ha spinto all’estremo gesto: non c’è alcuna conoscenza del caso specifico e pertanto ci si astiene da ogni commento.

Tuttavia si impone l’attenzione sui dati generali che pur emergono.

Certamente l’ambiente del ricovero, come già segnalato dalla precedente osservazione, in generale non favorisce l’affrontamento della crisi, anzi la relega a fenomeno da medicalizzare, una malattia come una qualunque affezione organica, un fenomeno avverso il quale si combatte con gocce e pillole, se non peggio, e per di più in un ambiente grigio, con spazi angusti e senza aree esterne, ma soprattutto chiusi da porte ben serrate e custodite da personale ausiliario e vigilanza.

Poche sono le possibilità che in un tale ambiente, segnato anche dalla affannosa sequenza di turni dovuta ad insufficienza di personale, possa costruirsi una qualche parvenza di relazione di cura: non ci sono ambienti per colloqui privati; anche un’uscita nel deserto circostante, che presenta nei paraggi solo un bar ed un fruttivendolo, potrebbe risultare deprimente; i parenti hanno 2 ore di visita dalle 13 alle 15, e nel corso di queste visite tra il chiedere notizie al dottore e l’affaccendarsi all’accudimento del congiunto non c’è spazio per altro; nel reparto non c’è che una televisione in una stanza comune psicoticamente sempre accesa; il quadro che ne consegue è quello dell’abbandono.

Ma anzi questo caso, proprio in virtù della sua inspiegabilità e della totale assenza di ruolo della UOSM di appartenenza, offre la possibilità di riflessioni ulteriori e drammatiche.

E’ indubbio che nella genesi della scelta del ragazzo risulti quanto abbia giocato l’assenza del servizio di salute mentale, tanto che la famiglia nei momenti critici si rivolgeva al p.s. ospedaliero dal quale evidentemente non riceveva un’opera di indirizzamento convincente ed efficace verso il servizio, e quindi non è stato mai realmente tentato un approccio di conoscenza e di presa in carico.

rumeniE’ chiaro che nel caso in questione hanno giocato magari tanti altri fattori negativi, forse di timore, di stigma, di non sufficiente integrazione culturale (il ragazzo era figlio di genitori rumeni); non è certamente compito dell’Osservatorio valutare le tragedie da un punto di vista di indagine giudiziaria, ma è suo preciso compito rilevare quale sia lo stato di abbandono totale dei sofferenti psichici da parte del servizio pubblico.

Una psichiatria, e già con questo termine si vuol definire un ambito comunque costretto e limitato, appena sufficiente dovrebbe garantire accoglienza e attenzione al disagio psichico, raccoglierne il dolore, operare per trasformare il dolore in cambiamento personale, essere sempre disponibile a rispondere alle richieste del territorio.

Dovrebbe operare in senso ancor più profondo poi per conoscere le contraddizioni sociali della zona in cui opera, delle famiglie che vi abitano, dai fenomeni strutturali e culturali che ivi accadono, essere portatrice di aperture di orizzonti e di prospettive alle realtà che vivono nel quartiere.

Essere presente nelle scuole, nelle parrocchie, vicino alle associazioni che operano nei quartieri, ai fermenti culturali presenti, cogliere il disagio non per fare diagnosi e terapie dettate dalla necessità di difendersi, vivere insomma.

Invece ciò che accade è, in una sola parola, abbandono, che genera paura negli operatori e nei sofferenti, tanto da ispirare solo risposte difensive, orientate all’osservazione pedissequa di rituali patogeni e frustranti per tutti.

blocco farmacologicoPer le persone tutto ciò si traduce in paura di essere catturati da un meccanismo perverso che stritola, da risposte che invece di stimolare le capacità delle persone, costringono tanto spesso a vite relegate nel blocco farmacologico, quando va bene, nelle contenzioni o nelle percosse o addirittura nelle scelte aggressive, dirette verso di sé o gli altri, quando va peggio.

Comunque qualcosa da evitare.

E alla fine questo dispositivo, questa modalità di funzionamento, rischia con tutta evidenza, di creare più danni di quanti ne voglia evitare.

L’Osservatorio comunale sulla salute mentale stigmatizza fortemente lo stato dei servizi di salute mentale, ne denuncia la loro totale inadeguatezza rispetto alle vigenti leggi nazionali e regionali, e soprattutto denuncia lo stato di abbandono nel quale versano i sofferenti psichici.

Le morti, di qualunque apparente natura e dinamica esse siano, sono le tragiche testimonianze anche di tutto ciò che non funziona nell’assistenza pubblica, nessuno se ne può impunemente lavare le mani, in primis le istituzioni pubbliche preposte al benessere dei cittadini.

L’Osservatorio ritiene che tutto l’impianto e le prassi nella salute mentale, così come disposti dall‘ASL NA1, siano estremamente pericolosi per i cittadini in quanto impianto e prassi caratterizzati da dinamiche di abbandono e di tortura perpetrata con uso di contenzione (fisica e mentale), sommersione farmacologica, ricoveri in ambienti altamente patogeni.

I servizi erogati dall‘ASL per le così dette prevenzione e riabilitazione sopravvivono in stato di precarietà se non peggio, molti sono affidati all’opera di cooperative sociali costrette ad operare al di fuori di ogni possibilità di costruire interventi, che non siano continuo ed affannoso rincorrersi da un’emergenza all’altra, volti invece alla reale loro finalità: reintegrazione, inclusione dei migranti accoglienza del disagio etc.

Un’altra grande istituzione pubblica, i medici di base, come risulta dai dati precisi da loro raccolti e messi a disposizione dell‘Osservatorio, denuncia un’impennata dell’uso di psicofarmaci nell’ultimo periodo.

In dettaglio i i dati forniti da una loro associazione di base, la Sinmed Coop, operante nelle zone del centro cittadino (Toledo, Dante, Materdei, S.S Cosmo e Damiano) segnala che dal 2011 al 2015 la quantità di pazienti cui prescrivono farmaci psicolettici (antipsicotici ed ansiolitici) e psicoanalettici (antidepressivi) è cresciuta da 4,63% al 6,15% sul totale dei loro assistiti.

E che inoltre, nello stesso periodo, il numero assoluto di prescrizione di tali farmaci è lievitato da una media di 383 circa a 540 circa, su base annua.

Sono dati che allarmerebbero qualunque epidemiologo e che li indurrebbero a riflettere profondamente sulla validità di un sistema.

osservatorio 3I numeri, finanche i numeri parlano chiaro!

Si susseguono i morti all’inondazione sempre più tracimante degli psicofarmaci.

Può mai essere questo il risultato di un’istituzione preposta alla salute e alla tutela dei diritti del cittadino?

Possiamo mai costringerci a produrre soltanto qualche migliorìa ad un provvedimento per l’attuazione dei TSO nato solo da ispirazioni di arroccamento giudiziario e sul quale esiste già un nostro specifico parere negativo?

Sappiamo fino alla nausea cosa è realmente il TSO, non ha conto ripeterlo, ma occorre sottolineare con forza che appare evidente la connessione tra il loro vergognoso impennarsi, nella nostra ASL, con le morti e con l’uso di farmaci.

È proprio per questo che l’Osservatorio comunale sulla salute mentale chiede un urgentissimo incontro con l’ASL NA1, con il dipartimento di salute mentale ad essa afferente, con le altre autorità competenti.

In vista dell’organizzazione da parte del Comune di Napoli di un’assemblea pubblica sul gravissimo stato dei servizi di salute mentale nella nostra città.

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