Come si guarda un ladro

Aragno: quando decisi di non aderire al Partito della lotta Armata, la prima carica della polizia fascista, La passione per la "questione algerina"

scritto da Giuseppe, detto Geppino, Aragno

Il Comitato Anticolonialista si riuniva a Vico Zuroli, a Forcella, cuore della città malavitosa, nel reticolo stretto e buio dei cardini e dei decumani, in un palazzo nuovissimo, figlio della guerra che cambia tutto per non cambiare nulla.

Da piccolo l’avevo odiato quel palazzo perché, in una città da affollamento arabo – e araba è assai spesso la mia gente – che non ha spazi per i bambini, nel reticolo stretto e buio dei cardini e dei decumani, era venuto a cancellare un mondo. Prima che nascesse coi suoi pilastri di cemento armato, i suoi balconcini affiancati e gli ascensori silenziosi all’ingresso delle due scale, c’erano cumuli di macerie – i monti fantastici dei miei giochi infantili – pareti pericolanti e brandelli di scale d’un vecchio palazzo seicentesco sventrato pochi anni prima da una bomba dei “liberatori” angloamericani.

Su quella disperazione dimenticata correvano i miei sogni nei lunghi pomeriggi della mia prima infanzia.

Corse, capriole, battaglie tra improvvisate trincee, gare spericolate e rischiose tra gradini incerti e muri pericolanti erano il palcoscenico sul quale io e i miei compagni ci sentivamo padroni del mondo.

Ci venivano talvolta disastrate compagnie di attori e per qualche sera regalavano sogni fatti di luci e colori. Portavamo le sedie da casa, le disponevamo come si poteva nel pianoro tra i monti prodotto dal capriccio del bombardamento e dal nostro lavorio di scavo e consolidamento e a bocca aperta, perdevamo la cognizione del tempo.

Là, tra le rovine lunari prodotte dalla guerra, ho conosciuto la magia del teatro e m’è rimasta dentro – era Natale e davano la popolare “Cantata dei Pastori” – l’emozione d’un duello coloratissimo: un arcangelo velato di blu, con la spada e lo scudo scintillanti, che una fune conduceva dall’alto sino a terra, contro un drappello satanico avvolto in mantelli rossi come il fuoco, e subito messo in fuga dal trionfo della luce celeste e dalla voce fuori campo d’un Dio onnipotente che ci conquistava ed atterriva. Ricordo come fosse oggi l’apoteosi finale delle musiche e dei balli scoordinati, che ci mettevano la voglia irrefrenabile dell’applauso e suscitavano la passione mai più sparita per la magia del teatro.

Si scoprì per caso, mentre gettavano le fondamenta del palazzo in costruzione: eravamo seduti, su una grande bomba inesplosa, che ci aveva minacciato per anni. “Liberati” dagli alleati, nutriti di latte in polvere e cotognate del piano Marshall – che pagavamo col riciclaggio dei fascisti, la tutela del Vaticano e la devitalizzazione del sogno partigiano – non saltammo in aria perché l’arcangelo Gabriele, tirato su coi fili magici dagli attori da strada, si era messo evidentemente in testa che la guerra appena finita non poteva diventare infinita.

Gli angeli però non fanno la storia e Gabriele ora lo sa: la guerra infinita era là che ci  attendeva. C’era già , in un futuro che non conoscevamo ancora, ma si poteva intuire nelle rovine d’una guerra che aveva ancora una volta mentito ed ucciso. Il Comitato Anticolonialista era lì, a quattro passi da casa, misterioso quanto bastava per attirare la curiosità d’un ragazzo che si portava dentro la storia d’un nonno socialista, perseguitato e ucciso dai fascisti, una passione politica precoce ed estrema, irrimediabilmente sbilanciata verso i deboli e gli oppressi, alimentata dallo spirito d’avventura e da una foscoliana passione le “egregie cose”, che in qualche modo c’entrava con il duello dell’Arcangelo Gabriele.

Al Comitato giunsi seguendo le indicazioni di un manifestino ciclostilato, che accennava alla lotta di liberazione del popolo algerino e chiamava alla “solidarietà” democratica. “Liberazione” fu la parola magica che mi convinse. Giovanissimo – quindici, sedici anni appena – mi ritrovai così nel palazzo sorto sul palcoscenico delle mie avventure infantili, in una camera piena di fumo, illuminata da una lampadina fioca e insufficiente. Il Fronte di Liberazione Nazionale, il colonialismo, l’Algeria e De Gaulle, ogni cosa mi giungeva più o meno incomprensibile e tutto pareva finto.

C’erano regole non scritte, questo mi fu subito chiaro. Un linguaggio specifico, con intercalari comuni e differenze che volevano essere significative ed erano invece marginali. C’era soprattutto una inconciliabile contraddizione tra l’intento dichiarato – discutiamo, quindi chiariamoci – e i soliloqui che ascoltavo intimidito.

Mi guardai attorno. L’abbigliamento era costoso, l’aria trasandata era ricercata e le sfumature rivelavano un malcelato bisogno di esibirsi. Davanti a me, pipa in mano, sciarpa scozzese al collo, basco di feltro, lenti spesse di tartaruga e un pantalone di velluto blu su polacchine consunte, il segretario del Comitato riassumeva la discussione in una sequela di “farci carico”, intercalate a compagni algerini e succhiate annoiate della pipa spenta e riaccesa tra incomprensibili segnali aromatici di fumo, che facevano il paio con una complicata serie di misteriosi e ricorrenti tic.

Avrei maledetto la decisione di presentarmi alla riunione, se una provvidenziale interruzione non avesse spento sulla bocca del segretario l’ennesimo “compagni” – e non saprò mai se fossimo noi o gli algerini – per scandalizzare i presenti con un intervento chiaro, fatto di parole semplici e concetti articolati, senza eccessi di intercalari, senza esibizioni eccentriche e con il dono delle cose concrete che trasformano gli ideali in idee e quest’ultime in iniziative.

Giuseppe – Pino avrei detto poi diventato suo amico – rimproverò le chiacchiere inconcludenti e riferì di un suo “contatto politico” con i guerriglieri del Fronte. Una lettera in francese letta in italiano, con un invito accettato e la tragedia della tortura, che mi prese allo stomaco molto più che la pipa aromatica del segretario, condussero la riunione alla fase operativa: due guerriglieri da ospitare, una mostra con foto, manifesti e documenti, un possibile coinvolgimento di esponenti politici e sindacali che però avrebbero cercato di “mettere il cappello” all’iniziativa. Sicché, concluse, meglio sarebbe fare da soli.

Uscii dalla riunione rianimato. Con gli anni imparai che Pino era fatto così: all’opposizione sempre – anzitutto di stesso, diceva sorridendo. In rotta col padre dopo la morte della madre infelice, aveva una fiducia senza limiti nelle ragioni della democrazia; più che leggere Marx, lo traduceva, portava faticosamente in giro nei suoi frequenti traslochi tremila e più libri di critica d’arte e scriveva splendide schede per i cataloghi alla villa Floridana. Era l’anima bellissima in un corpo infelice; grasso, fortemente miope, d’una sensibilità fine che gli faceva amare l’arte e lo esponeva alle grandi passioni e alle delusioni disperate. Non ebbe nella sua vita altro amore femminile se non quello impossibile per la madre, morta assai giovane e fu davvero per me il sogno chiuso nella realtà. Mi insegnò la sofferenza della coerenza e vidi in lui la solitudine della genialità. Nacque così un’amicizia che il tempo e la morte non hanno mai cancellato.

Il Comitato si mise al lavoro, ma l’anima dell’impresa fu Pino, che m’insegnò a diffidare degli intellettuali e diede alla mia inesperienza mille occasione di crescere e di decidere. Senza neanche capirlo, partecipai alla realizzazione di quella che in fondo fu un’impresa: due militanti del Fronte di Liberazione a raccontare la loro esperienza, raccogliere consensi e aiuti, una mostra di foto eloquenti e tragiche, con gli effetti della tortura che fanno la storia del civilissimo Occidente e un breve dibattito.

Lasciata la sala mi trovai in strada con il cuore gonfio di emozione e gioia; portavo sul viso i miei sedici anni, l’assoluta inesperienza e una grande fierezza. Ero giunto alle “egregie cose”, ma il mio Foscolo era stato Pino. In piazza ci aspettava la “celere”. Mi avevano spiegato che non caricava mai, prima che un funzionario indossasse una fascia tricolore e non si sentisse suonare una tromba. Ero così sicuro delle mie conoscenze “militari”, che non mi accorsi del fuggi fuggi generale e attesi tranquillo la tromba. Non ci furono squilli però e non di fasce tricolori nemmeno l’ombra. La prima manganellata giunse precisa e dolorosa e attorno agli occhi una luce innaturale come un fulmine nuovo mi fece pensare alla corrente elettrica. Quella usata dai francesi per gli algerini. A un metro da me Giuseppe urlava come una furia e mi chiamava: era tornato indietro, quando non m’aveva visto; polizia fascista – urlava – e lo portavano via.

Rimasi seduto a terra. Vomitai. Avevo intorno manifesti strappati e passanti curiosi. Sentii che la gente mi guardava con diffidenza, come si guardano i ladri. Nell’Italia sonnolenta si inaugurava solennemente il centenario dell’Unità.

La retorica patriottarda saliva alla gola. Quando tornai a muovermi senza dolore, strappai pagina a pagina il libriccino oleografico delle celebrazioni. Preso da una incontrastabile passione, mi sentii molto più algerino che italiano.

E’ trascorsa una vita. Italiano non sono più tornato.

 

Questo racconto è dedicato a Giuseppe Grizzuti, intellettuale, traduttore di Marx, storico dell’arte  e “ingegnere d’anime”, che avvicinò alla militanza politica molti giovani della mia generazione.

Mi indirizzò alla ricerca storica, mi diede da bere e mangiare Marx, ma mi fornì l’antidoto per tutte le teorie che diventano bibbie. Se ne andò anni dopo, professore in fondo al Cilento, dove l’avevano condotto la lotta col padre e una sinistra ipocrita e moralista, che lo isolò per una storia di omosessualità. Reagì come poteva, ma nella solitudine del Cilento si nutrì poco e male, spese quanto aveva nei libri e nelle utopie d’una generazione che ebbe momenti altissimi di generosità e si ammalò lentamente, senza mai chiedere aiuto. Morì e non me ne accorsi. Si lasciò condurre alla tomba senza saluti. All’ultimo incontro giungemmo distratti. Io al bivio che qualcuno chiamò poi “lotta armata” – una scelta che rifiutai e Giuseppe ci entrava molto con quel rifiuto – e lui che stava già malissimo, ma tornava in Cilento  con un sorriso che raccontava un’estrema sofferenza.

 

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  • Come si guarda un ladro | Il Blog Di Giuseppe Aragno
    5 luglio 2020 at 13:35 - Reply

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