Come sarà l’Italia a due velocità?

REGIONALISMO DIFFERENZIATO, OVVERO L’ISTITUZIONALIZZAZIONE DELL’ITALIA A DUE VELOCITA’

Riceviamo e pubblichiamo di Rosario MARRA del Comitato Politico Regionale Campano del PRC

Premessa

L’impostazione di quest’articolo è decisamente di parte almeno per due motivi: il primo è che il progetto di regionalismo differenziato è altrettanto di parte; il secondo è che occorre recuperare un ritardo di elaborazione ed iniziativa della sinistra di classe e ciò lo si può fare soltanto se si rifugge da tentazioni frontiste ed interclassiste.

Nel prosieguo, si esprimeranno, in alcuni casi, orientamenti, in altri si porranno interrogativi cercando di trovare quel sentiero stretto su cui costruire una posizione di classe.

  1. Individuazione di possibili presupposti per un orientamento della sinistra di classe e di Movimento.

Preliminare sembra stabilire delle coordinate politiche generali che cerchino di focalizzare con precisione le gravi problematiche che abbiamo di fronte non soltanto al Sud ma anche per le classi subalterne del Nord del Paese.

Ad es., sarebbe giusto porsi l’interrogativo se sia giusto o meno definire il progetto in questione come “secessione di fatto” o “secessione mascherata” o, ancora, se c’è, prevalentemente, un problema di “attuazione” del federalismo fiscale facendo intendere che il progetto originario sarebbe sensibilmente diverso.

In realtà, la storia del nostro Paese (come di altri) dimostra che il potenziamento delle Autonomie può servire all’integrità della Repubblica com’è stato nell’immediato dopoguerra di fronte all’esplodere del Movimento Indipendentista Siciliano (MIS) o nell’esperienza del Trentino Alto Adige con l’accordo De Gasperi-Gruber, tuttavia è altrettanto chiaro che i pericoli del regionalismo differenziato o asimmetrico non vanno sottovalutati perché rappresentano una proposta forte dell’insieme della classe dominante del Paese e, quindi, sarebbe riduttivo addebitarlo soprattutto alla realizzazione del vecchio progetto leghista di sapore semi-folcloristico dei tempi di Bossi correndo il rischio, per altra strada, di dare ulteriore centralità al Partito di Salvini.

Ciò non soltanto perché alle due Regioni governate dal centro-destra s’è aggiunta, come si sa, l’Emilia- Romagna, infatti basta guardare gli atti formali delle singole Regioni e si noterà che nei passaggi politico-istituzionali decisivi s’è proceduto all’unanimità, questo il caso dell’ordine del giorno del maggio 2018 approvato da tutti i gruppi consiliari lombardi[1] o del documento unitario sottoscritto dalla Regione Lombardia con l’ANCI e l’UPI Regionali sempre del maggio dello scorso anno.

Allora occorre contestualizzare il progetto del regionalismo differenziato rispetto all’attuale situazione e non sarà difficile comprendere che ci troviamo difronte ad un’istituzionalizzazione dell’Italia a due velocità intorno all’asse lombardo-veneto così come si va ad una formalizzazionedell’Europa a due velocità intorno all’asse franco-tedesco (si veda, in proposito, il Trattato di Aquisgrana).

Ciò significa che dobbiamo sprovincializzare il dibattito evitando di rinchiuderlo negli angusti confini nazionali o nella polemica politica spicciola, del resto, forme di autonomia differenziata sono presenti anche in altri Paesi e, per quanto riguarda l’Italia, il capitale da anni sfrutta tensioni locali o regionali per darsi forme politico-istituzionali più flessibili, in questo senso sono andate anche le spinte per la legislazione speciale su Roma Capitale o la differenziazione tra le Province e le Città Metropolitane.

Pertanto, le problematiche della difesa o meno dell’ “unità nazionale” è una contraddizione che va fatta pesare a settori della destra non leghista da sempre sensibili ai valori di Patria o Nazione mentre per ciò che riguarda le forze della sinistra di classe occorre notare che l’ “unità nazionale” è stata spesso legata a politiche moderate e, quindi, ogni volta che è necessario va seguita la discontinuità con un certo tipo di tradizione anche se interna al Movimento Operaio.

Se rispolverare il feticcio dell’ unità nazionale può portare alla compagnia strumentale di settori del capitale o di segmenti della destra non leghista, può essere altrettanto nociva qualsiasi deriva di tipo neo-borbonica da Lega del Sud che sarebbe deleteria proprio perché riguarderebbe la parte debole del Paese, sarebbe l’altra faccia della medaglia di quelle Regioni meridionali che improvvidamente stanno partecipando alla corsa per maggiore autonomia come se ci trovassimo in una situazione da anni 70 quando l’istituto regionale iniziava a muovere i primi incerti passi mentre sappiamo che oggi il vero nodo è la distribuzione delle risorse finanziarie e tributarie tenendo presente che il principio della territorialità delle imposte è presente già nella legge-delega sul federalismo fiscale e, quindi, non si tratta soltanto di procedere all’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP).

Del resto, in settori come quello sanitario – che rappresenta, com’è noto, gran parte dei bilanci regionali – i LEP già ci sono e si chiamano livelli essenziali di assistenza (LEA) e non hanno certo impedito il divario tra le Regioni forti e quelle deboli, inoltre in settori come quelli del Lavoro i LEP sono stati anche fatti[2] e non sono altro che l’applicazione della normativa delegata proveniente dal jobs act, ciò per non citare l’esempio dei fabbisogni standard dei Comuni dove, com’è stato autorevolmente dimostrato, ancora una volta, sono stati penalizzati gli Enti meridionali[3].

In altri termini, con gli attuali rapporti di forze, i LEP possono diventare anche uno strumento “tecnico” di giustificazione delle disparità territoriali e sociali.

Si potrà obiettare che nella legge del 2009 – detta, guarda caso, anche Legge Calderoli, lo stesso del “porcellum” – è presente anche il principio della solidarietà e dei meccanismi perequativi, ma fino a che punto possono essere realizzati con le politiche liberiste di bilancio?

infatti uno dei decreti attuativi del federalismo fiscale è quello sulla contabilità armonizzata che tante difficoltà ha creato ai Comuni meridionali aumentando il numero di quelli in dissesto e con l’occasione della “riforma” dell’art. 81 le forze politiche che oggi chiedono un ridimensionamento delle materie di legislazione concorrente non mossero un dito difronte al passaggio dell’ “armonizzazione dei bilanci pubblici” nelle materie di legislazione esclusiva dello Stato aumentando così il carattere centralistico della contabilità pubblica.

 

  1. Conclusioni “dinamiche”.

In attesa del fatidico 15 febbraio p.v. – il giorno dell’incontro tra Conte e i Presidenti delle tre Regioni – le conclusioni non possono che essere “in progress” e provando a tirare le fila di quanto sinora affermato si può asserire che sotto un profilo esclusivamente tattico si possono cercare convergenze relativamente ampie contro il regionalismo differenziato, firmare appelli con tanto di richiamo alla Costituzione, appoggiare dichiarazioni di figure istituzionali,  ecc.

Tuttavia occorre fare attenzione all’autonomia politica in questa battaglia perché la possibile unità tra la parte debole del Paese e le classi subalterne del Nord è realizzabile soltanto se s’imposta una lotta per un diverso modello di sviluppo e sotto questo aspetto posizioni come quelle del Consiglio Regionale della Campania sono decisamente negative in quanto si limitano a criticare il regionalismo differenziato all’interno dell’attuale modello di sviluppo accettando la “sfida di competitività”[4] che significa la concorrenza tra i territori, un  terreno  favorevole, per ovvi motivi, alle Regioni forti.

Il modello competitivo è legato a quello dell’ “export oriented” quello che sta portando l’intera Europa alla stagnazione/recessione compresa la Germania;

pertanto soltanto se si rivaluta la funzione del mercato interno fuori dai ristretti ambiti nazionali (non siamo più negli anni 50 o 60)  si passa a politiche realmente espansive e cooperative si potrà avere un federalismo solidale e perequativo proponendo un terreno di alleanza di classe alternativo al modello dell’Italia a due velocità dove il Nord non sarebbe altro che il vagone di coda dell’Europa ordoliberista.

[1]SI tratta dell’odg approvato all’unanimità (dalla Lega ai Cinque Stelle a Fratelli d’Italia, a Forza Italia e, naturalmente, al PD) nella seduta consiliare del 15 maggio 2018 dedicata all’ ”evoluzione e sviluppo della trattativa ai sensi dell’art. 116. Terzo comma della Costituzione”.

[2] Cfr. D.M. n. 4/2018 si tratta di un decreto applicativo del d-lgs n. 150/2015 emanato ai tempi del Governo Renzi.

[3] Cfr. “Zero al Sud” di Marco Esposito ediz. Rubbettino.

[4] Cfr. l’ordine del giorno approvato a maggioranza nella seduta consiliare dello scorso 5 febbraio.

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