Città Metropolitana e strategie per la cultura: un «patrimonio» per la comunità

Intervento di Gianmarco Pisa e Elena Coccia a proposito della Città Metropolitana

Riceviamo e pubblichiamo di Elena Coccia e GianMarco Pisa

La sperimentazione posta in essere nella Città Metropolitana di Napoli per le politiche culturali può essere sintetizzata in tre parole: partecipazione, accessibilità, sviluppo. Non si può leggere l’una senza le altre: non avrebbe senso attivare meccanismi di attraversamento, accesso e fruizione degli innumerevoli «luoghi del patrimonio» senza la partecipazione, la condivisione e la co-elaborazione degli operatori sociali e culturali e dei destinatari stessi della fruizione dei beni; così come non innescherebbe alcuna innovazione effettiva la «dinamica dello sviluppo» se non fosse declinata nel senso dell’aderenza ai territori, del protagonismo delle comunità, di una idea, in definitiva, di «paesaggio culturale», di relazione persona – ambiente – patrimonio, capace di cogliere ed esprimere le specificità e le potenzialità della città metropolitana.

Nel percorso di co-elaborazione di una strategia di sviluppo economico e sociale a partire dal patrimonio culturale, un aspetto cruciale è rivestito dalle misure sin qui intraprese (altre sono in elaborazione) ai fini della promozione e valorizzazione del patrimonio culturale concepito nella sua “multiforme interezza”: un patrimonio, insieme, altamente composito e profondamente integrato, in cui gli elementi dell’immateriale che definiscono la gamma del «patrimonio intangibile» (rituali e feste, celebrazioni e miti, canti e saperi) sono, assai più spesso di quanto si possa immaginare, connessi e interrelati ai luoghi culturali che delineano il panorama del «patrimonio materiale» (musei e monumenti, memoriali e mausolei, grafiche e architetture).

Nell’orizzonte di questa prospettiva, come si è voluto declinare la partecipazione in tutte le direzioni, coinvolgendo attori del territorio e operatori della cultura in tutte le fasi del processo di immaginazione, definizione e co-elaborazione delle strategie e delle misure, attivate o ancora da attivare, così si è inteso affermare il ruolo del patrimonio culturale come «fattore connettivo», costituente e ricostituente, dei nostri territori e delle nostre comunità. Lo si è impostato sin dalla adozione della delibera quadro 202 del 12 Luglio 2018, sotto forma di «atto di indirizzo per la valorizzazione del patrimonio culturale dei territori della città metropolitana di Napoli»; lo si è concretizzato, perfino visivamente, in una serie di volumi dedicati agli Itinerari Culturali e ai Patrimoni dei Saperi della città metropolitana, pubblicati tra il 2017 e il 2019, con cui sono stati censiti e analizzati centinaia di luoghi del patrimonio, presenti in tutti i 92 comuni del territorio metropolitano e connessi attraverso 60 itinerari culturali definiti. Uno sforzo imponente, come si vede, teso a fare della cultura, e del patrimonio culturale in particolare, quel fattore connettivo di cui si diceva, allo scopo di «curare e rammagliare» il territorio, di connettere e rendere reciprocamente attraversabili i grandi attrattori e le rispettive buffer zone e tutti i luoghi di prossimità.

In un territorio come quello napoletano di “area vasta”, con le sue mille contraddizioni e le sue inesauribili sfaccettature, una tale strategia, per essere sostenibile, aderente al contesto, progressiva, non può perdere di vista il delicato punto di equilibrio: da un lato, contrastare la disneylandizzazione dei luoghi culturali (e le connesse tendenze alla esasperazione mediatica, alla turistificazione, perfino alla gentrificazione); dall’altro, valorizzare le rilevanze culturali, meno nel senso della “promozione della eccellenza” che in quello della “ri-qualificazione del territorio”, a partire dal nesso comunità – patrimonio.

Si tratta di un elemento cruciale della strategia culturale inaugurata dalla Città Metropolitana di Napoli, che per la prima volta afferma la rilevanza dei diritti culturali tra quelli atti a garantire sviluppo e futuro per le comunità di riferimento. Come ha recentemente ricordato Karima Bennoune (2016), relatrice speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite nel campo dei diritti culturali, «i diritti culturali tutelano la facoltà di ciascuno e ciascuna, di gruppi e comunità, di esprimere e sviluppare la propria umanità, la propria visione del mondo e i significati che essi associano alla loro esistenza e al loro progresso, attraverso, inter alia, credenze, linguaggi, conoscenze, nonché arti, istituzioni e stili di vita». Ciò significa che «il diritto di avere accesso e fruire del patrimonio culturale comprende il diritto […] di partecipare alla identificazione, alla interpretazione e allo sviluppo del patrimonio culturale» stesso.

Promozione della cultura, dunque, come questione di diritti e opportunità per il miglioramento delle condizioni di vita e dello sviluppo dei territori. È, anzitutto, una decisiva questione politica, perché indica comportamenti e abitudini, ormai consolidati, da modificare; sollecita iniziative da intraprendere e fondi da stanziare; traguarda un modello di relazione da ridefinire tra Città Metropolitana, singoli comuni, non solo il comune capoluogo, e cittadinanza nel suo complesso. Quando la definizione degli itinerari culturali ha posto in risalto l’esistenza di luoghi culturali di assoluto rilievo, sebbene pressoché sconosciuti, dal complesso archeo-naturalistico di Liternum al parco proto-storico di Longola, passando per il complesso archeologico della Fescina, a Quarto, ha indicato alle amministrazioni competenti il compito di tutelare e promuovere tali contesti, senza dimenticare i rispettivi intorni e le buffer zone. Quando la descrizione dei patrimoni intangibili ha messo in luce una storia lunga di saperi consolidati in arti e mestieri, si è potuto ridare slancio anche al riconoscimento di nuove candidature UNESCO, dalla specificità della Vita dell’Uomo nel Vulcano (dal Vesuvio ai Campi Flegrei) alla storica lavorazione artistica del corallo e del cammeo.

Una «questione politica», si diceva, perché, in definitiva, recupera e sostiene gli elementi intorno ai quali la comunità si incontra e si riconosce, feste, rituali, ricorrenze, in una parola, i «luoghi della memoria»; e progetta e scommette sullo sviluppo del territorio a partire dalle risorse esistenti e dalle comunità degli abitanti: una idea di “valorizzazione”, dunque, sottratta alle logiche e alle compatibilità del mercato capitalistico, della “monetizzazione” dei luoghi e delle attività culturali, e che, viceversa, si consegna, come patrimonio, alla comunità, all’insegna di una vera e propria, rigenerata, «comunità di patrimonio».

Si tratta di un ulteriore tassello, delicato e decisivo, di questa strategia. Sin dalla “Convenzione di Faro”, la Convenzione del Consiglio d’Europa sul valore della Eredità Culturale per la società, sottoscritta dall’Italia nel 2013 e presentata a Faro, in Portogallo, nel 2005, viene introdotto nelle politiche il concetto di «eredità-patrimonio», inteso come «insieme di risorse, ereditato dal passato, che le popolazioni identificano […] come espressione dei loro valori, delle loro conoscenze e delle loro tradizioni» (art. 2), invitando a «trarre beneficio dal patrimonio culturale e contribuire al suo arricchimento» (art. 4).

Del resto, la stessa “Convenzione di Parigi” per la salvaguardia del patrimonio immateriale, di pochi anni prima, risalente al 2003, riconosce «l’importanza del patrimonio immateriale quale fattore principale di diversità culturale e garanzia di sviluppo»; rileva inoltre «il ruolo del patrimonio immateriale in quanto fattore per riavvicinare gli esseri umani e per assicurare l’intesa fra di loro»; e ricorda infine che tale «patrimonio immateriale è via via ricreato dalle comunità […] e dà loro un senso di identità e di continuità, promuovendo il rispetto per la diversità e per la creatività». Individua, cioè, per la prima volta, questo nesso, del patrimonio culturale e dei luoghi culturali, come fattore decisivo di vita per le comunità.

In un suo saggio (1984), destinato a fare scuola e più volte richiamato in letteratura, Pierre Nora descrive i «Luoghi della Memoria» come «un’unità significativa, di ordine materiale o ideale, che la volontà degli uomini o l’azione del tempo ha reso un elemento simbolico di una qualche comunità». «Il luogo della memoria ha come scopo quello di fornire al visitatore il quadro autentico e concreto di un fatto storico. Rende visibile ciò che non lo è: la storia […] e unisce in un unico campo due discipline: appunto la storia e la geografia». Quest’aspetto non può essere sottovalutato, nel quadro di una politica che intenda, al tempo stesso, attivare processi culturali e innescare dinamiche di sviluppo. Essa finisce per rientrare in quelle che sono le finalità precipue dell’UNESCO, a partire dalla consapevolezza che «l’ampia diffusione della cultura e l’educazione dell’umanità alla giustizia, alla libertà e alla pace sono indispensabili per la dignità dell’uomo».

Torniamo, per questa via, al punto di partenza, della partecipazione come fattore di convergenza e di consenso, intorno al valore del patrimonio come luogo della comunità e della democrazia, e della cultura come vettore di appropriazione positiva e di mutuo riconoscimento tra popoli e comunità, appunto nel senso delle «comunità di patrimonio». È una strategia consapevole dell’importanza, in base alla “Convenzione di Aarhus”, della partecipazione di tutti e tutte all’elaborazione di piani e misure in materia ambientale, in una tensione combinata tra «paesaggio culturale» ed «azione eco-sistemica», proprio perché, come recita il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (2004), «la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale concorrono a preservare la memoria della comunità e del territorio e a promuovere lo sviluppo della cultura».

È così che la promozione del patrimonio culturale assurge a cruciale questione di giustizia, al punto da rientrare tra i diritti fondamentali, secondo quanto richiamato dall’art. 27 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, in base al quale «Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici». «L’istruzione e, in particolare, l’educazione al patrimonio, devono promuovere … l’amicizia fra le nazioni, i gruppi etnici e religiosi, e favorire l’opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace».

 

Authors

Elena Coccia, Consigliera Metropolitana delegata alla cura del patrimonio culturale e beni comuni.

Gianmarco Pisa, Operatore di Pace,  attivo in progetti  per la trasformazione sociale e culturale

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