Cinque in condotta. Come cambiare la vita di un ragazzo

Segreti, antipatie, simpatie e giochi mentali che vivono in un consiglio di classe. Una decisione può portare distruzione. racconto di un disastro annunciato

Scritto da Giuseppe  (detto Geppino) Aragno

 

Dopo ore di discussione “muro contro muro”, si era fermi al punto di partenza e nessuno avrebbe potuto dire su quale posizione si sarebbe formata una maggioranza nel turbolento Consiglio di classe. Tuttavia, era a loro, a quei docenti, che toccava decidere, ai componenti del disorientato “organo di democrazia dal basso”, come lo definiva con impareggiabile ipocrisia Enzina Delino, la dirigente scolastica che aveva dipinto sul viso il disprezzo per gli organi collegiali della scuola.

L’atmosfera s’era fatta così elettrica, che in un sussulto di orgoglio “matematica e scienze”, al secolo Maria Teresa Scacco, con la voce ferma dei momenti di passione, s’era rivolta alla preside,  guardandola negli occhi e più o meno volontariamente, con tono allusivo e brutale, le aveva detto quello che pensava:

– Siamo qui da ore e diventa sempre più evidente: l’andamento dei lavori del Consiglio incarna alla perfezione il frutto malato d’un matrimonio incestuoso. Lei lo sa bene, preside. Un nanerottolo deforme…

Chi la conosceva sapeva che, raddrizzati gli occhiali tondi, scivolati di sghimbescio sul bel naso francese, avrebbe proseguito, spiegando che responsabile dell’oscena nascita era il “miserabile connubio tra una destra sempre più codina e fascioleghista e la sinistra centrista e neoliberista di Veltroni e Dalema, i dioscuri del dopo Berlino”.

Tempo per proseguire però non ne ebbe. Il cenno al mostriciattolo tarato aveva fatalmente toccato la Delino che, tozza e sgraziata, dall’alto dei suoi incredibili tacchi a spillo, sfiorava sì e no il metro e quaranta. Per sopramisura, Pia Vassallo, la castigata docente di religione, che odiava di un odio viscerale la Scacco, rinforzò il vento della burrasca con un gelido “cafona comunista”, zufolato ad arte per sembrare un soffio e forte invece quanto ci voleva per giungere chiaro alle orecchie di tutti.

In quanto alla Delino, sciolte le briglie alla bile, scosse la criniera dei capelli ricci neri e cotonati, fulminò la Scacco con uno sguardo luciferino e replicò in un falsetto isterico e minaccioso:

– Ci risparmi i suoi inconcludenti comizi, signora Sacco e badi bene: non chiuderemo il verbale senza una conclusione legale e definitiva! Basta con le impuntature ideologiche. Se non troverete un accordo entro stasera, aggiorno il Consiglio a domattina. E se il tempo domani non dovesse bastarvi, stia certa, qualcuno darà spiegazioni a un ispettore!

Scacco ebbe un fremito. Per un attimo il labbro inferiore prese a tremarle, tuttavia, benché pallida come un cencio, ricacciò il pianto in gola e fu lapidaria:

– Magari un ispettore vicino al sindacato di cui lei è dirigente. Uno che sia contemporaneamente parte e controparte!

Per Delino quelle parole furono un violento ceffone, tuttavia non replicò. In un clima di estrema tensione, la discussione ripartì, ma il piccolo consesso, fino a quel momento diviso in “moderati”, “reazionari” e “progressisti”, aveva ormai inconsciamente trovato l’accordo su alcuni punti decisivi che non erano all’ordine del giorno: evitare uno scontro con la dirigente, “sbrigare la pratica” e tornarsene a casa.

La scelta di disertare era pragmatica: il coraggio di pochi, non poteva trasformare in combattenti i vili e gli opportunisti. Scacco capì e si adeguò. Scontri in passato ce n’erano stati, ma l’aveva spuntata sempre la dirigente e ognuno, infine, s’era fatto la convinzione che la partita era persa in partenza. D’altra parte, era inutile negarlo: la tozza e deforme durezza della Delino covava nel petto spropositato una prepotenza rara, maligna, esperta e cavillosa, sostenuta da una struttura psicologica parafascista e da un’attitudine al comando di tipo militaresco.

Abile nel dividere il corpo docente, solleticando le meschine ambizioni dei servi sciocchi, minacciosa e persino spietata con i pavidi, che ai primi segnali di guerra si tiravano indietro, Enzina Delino isolava chi dava battaglia e grazie alle recenti, dissennate riforme aziendaliste, che ne avevano sensibilmente aumentato il potere di dirigente, possedeva gli strumenti per colpire.

Finché avevano dovuto fare i conti con quanto sopravviveva dell’onda lunga del sessantotto.

Con la pressante, autentica domanda di cambiamento che attraversava trasversalmente la società, la donna aveva tenuto a freno il suo bonapartismo e la sua intolleranza per le regole della democrazia e nelle rare occasioni in cui aveva provato a imporsi era stata umiliata. Appresa la lezione, decisa a non lasciarsi travolgere dal vento della contestazione, Delino si era allora trincerata dietro l’obbligo di eseguire gli ordini che venivano dall’alto; quando le era sembrato conveniente, li aveva anche criticati per fingere un inesistente dissenso, ma s’era guardata bene dal farsi coinvolgere nello scontro. Di fatto, senza darlo a vedere, aveva sostenuto così ogni scelta ministeriale, anche la più scellerata.

Quando aveva sentito il vento cambiare, aveva preso a sfogare la frustrazione accumulata negli anni in cui era stata costretta a nascondere la sua vera natura e s’era messa a infierire sui più deboli, esercitando una tirannia tanto più rabbiosa in basso, sul popolo dei supplenti e sul personale non docente, quanto più era stata mortificata da chi in alto contava.

Pur sembrando del tutto priva delle necessarie qualità, il suo capolavoro, in quegli anni bui, l’aveva realizzato su un terreno per così dire “diplomatico”. Volpina, lucida e se necessario servile, aveva coltivato con umile e instancabile tenacia ogni utile amicizia; era stata indifferentemente bianca, rossa o nera, come le suggerivano calcoli, opportunità, occasioni, interlocutori e bisogni. Non c’erano uffici, funzionari e politicanti, che non le avevano aperto la porta e non si erano convinti della sua indiscutibile affidabilità. Da lei, chi chiedeva aveva. E in cambio di nulla.

Naturalmente l’aspetto esteriore di preside disponibile, accomodante, pratica, efficiente e – ciò che più conta – fedele e riservata, era una costruzione artificiosa. Ben altro era la donna nel profondo dell’animo buio, in cui nutriva un disprezzo bieco, viscerale e implacabile per “i feroci giacobini”, i “matti sognatori” e i “capi imbelli che lasciavano il campo agli uni e agli altri”.

Com’era noto solo a una ristretta cerchia di “amici fidati”, “giacobini” e “sognatori” per la Delino erano, senza distinzione di colore politico, coloro che avevano a cuore la coerenza ideale e l’interesse collettivo. Soffocato l’odio, tuttavia, se un “giacobino” le tornava utile, provava a conquistarlo con gli aperti segnali d’ammirazione, i lampi sapienti di consenso degli occhi cinerini e i civettuoli ondeggiamenti della chioma riccioluta, troppo voluminosa per il suo tronco corto, per i fianchi grossi e le gambe tozze. Enzina Delino era brutta davvero, ma quando un potente aveva voluto provare il gusto dell’orrore, non aveva fatto storie.

Ricca di famiglia, non aveva voluto negarsi i piaceri della carne e aveva acquistato un marito, come si compra qualcosa al mercato, scegliendolo di suo gusto tra la genìa dei servi calcolatori in vendita per quattrini. Sesso e basta, nessun fremito d’amore; l’istintiva repulsione per una passione che sfiorasse l’anima, l’avrebbe resa certamente frigida, sicché nulla le era mancato nella vita, meno di quei sentimenti che, con autentico disprezzo, definiva “amori sentimentali e fantasticherie da romanzi d’appendice”.

Quando la crisi della “prima repubblica” aveva rimescolato le carte al tavolo del potere, non si era fatta sfuggire l’occasione: s’era lanciata al volo sul carro dei nuovi padroni e questi l’avevano ripagata. Entrata a pieno titolo nel sottobosco fangoso del potere che si rinnovava, libera infine di essere così com’era, la Delino aveva conosciuto l’impagabile soddisfazione della vendetta: sotto gli indecenti tacchi a spillo delle sue scarpe di pelle leopardata, erano stati schiacciati in maniera feroce tutti quelli che, non avendo colto il profondo cambiamento, s’erano messi di traverso sulla sua strada. Mortificare “i feroci giacobini” e “i folli sognatori”, ai quali s’era dovuta inchinare ai tempi del trionfo della scuola di massa, era diventato uno degli obiettivi programmatici della sua vita di dirigente.

Certo, il potere che aveva acquistato era piccolo, poco più che il pallido riflesso d’un satellite lontano anni luce dalle stelle vere e la malvagità che poteva esercitare aveva orizzonti ristretti, ma Enzina era appagata; non aveva sperato di avere altro, se non il piacere della ritorsione. Chi legge con chiarezza i segreti della “fortuna” – e lei era capace di farlo – sa che quando l’ambizione ha senso della misura e tiene in giusto conto il rapporto reale tra qualità personali e valore quantitativo dell’investimento, il rendimento è molto produttivo e il successo non solo ripaga le attese, ma promette di allargare l’orizzonte. Enzina Delino valeva poco o niente, ma lo sapeva bene e questa consapevolezza era stata spesso decisiva al momento delle scelte cruciali.

Se, per tornare alla riunione dell’“organo di democrazia di base”, qualcuno quella sera s’era messo in testa di decidere ciò credeva giusto, bene, avrebbe dovuto vedersela con la rabbia feroce della Delino, che, per suo conto, non aveva dubbi: era giunto il momento di mettere in chiaro una volta e per sempre cosa volesse dire “gerarchia”.

E’ legge di natura: il silenzio pauroso dei deboli diventa schiamazzo prepotente, se a sostenerlo ci sono le armi di un alleato forte. Lucia Viso – una vita di sconfitte nella “maggioranza silenziosa” – nemica giurata dei “decreti delegati” e di ogni espressione di democrazia nella gestione del sistema formativo, aveva sentito subito che quella sarebbe stata finalmente la sua giornata. Sconfiggere l’antico avversario in quella maledetta scuola di periferia sarebbe stato come girare la boa e sentire la campana dell’ultimo giro con largo anticipo sui concorrenti. Per Viso era chiaro: si era giunti alla fine di una egemonia culturale che per anni l’aveva umiliata. Basta richiami alla condizione sociale, basta obiettivi minimi ridotti praticamente al nulla, basta pedagogismi, buonismi e pietismi. Basta tutto. Basta soprattutto logoranti duelli con teppisti, scansafatiche e scostumati eternamente protetti dalla sinistra. Stavolta seppe urlare. Era la prima volta che lo faceva e ne provò un godimento fisico:

– Quell’impunito di Riverso va fermato e non m’importa nulla delle chiacchiere sulla sua situazione di partenza, sulla famiglia che c’è e non c’è. Non m’importa nemmeno se ha mantenuto l’impegno di migliorare nel secondo quadrimestre. E non venite a dirmi che in terra di camorra…

In un silenzio opprimente anche un alito di vento fa sobbalzare e quelle poche parole scatenarono la bufera:

– Noi non abbiamo puntato sull’autorità. La scommessa nostra è quella dell’autorevolezza.

Era stato Mario Tecce, il professore d’italiano, a replicare. La discussione era nata proprio dalla sua strenua difesa di Riverso ed era impensabile che stesse zitto; per chi lo conosceva, tuttavia, il tono della voce rivelò una stanchezza mortale e una lontananza improvvisa e innaturale. I capelli bianchi un po’ disordinati, gli occhi profondi e azzurri diventati una lama dietro le lenti dalla montatura dorata, il viso affilato, benché quadrato, le labbra nervose e serrate, tutto rivelavano che qualcosa in lui non andava.

Scacco, che lo conosceva bene, lo guardò con angoscia e sentì che nel petto gli bruciavano con la stessa intensità una passione non ancora disposta a piegarsi e una fatica così dolorosa, da impedirgli di reggere la prova. Capì e un tremendo senso di colpa sembrò schiacciarla. Nello scontro durato tutto intero un anno tra il suo vecchio collega, compagno di tante battaglie e la diabolica Delino, l’aveva lasciato troppo solo e la solitudine aveva fatto bene il suo lavoro. Se un mezzo di contrasto avesse consentito una radiografia dell’anima, il filo che di norma tiene insieme la vita e la volontà di vivere sarebbe apparso irrimediabilmente vicino alla rottura.

Anche Viso percepì che il suo storico avversario era prossimo alla resa e lo incalzò. Nella vittoria, nessuno è più feroce di un debole di fronte al forte ch’è caduto.

– Tu e quelli come te ci avete imposto per anni l’idea deformata d’una scuola perennemente “sessantottina” in cui, oltre ogni lecita misura, pesavano più di tutto il rapporto tra risultati e contesto. Tu, come un invasato giacobino che parla in nome del popolo che in realtà non ama, hai posto in prima linea la disponibilità al dialogo, una presenza diventata assidua e in qualche modo attiva…

– Che io sappia, però, non c’è traccia di un tuo dissenso, replicò Tecce con flebile ironia, ma non poté proseguire. Delino anticipò Viso, ma era come cantassero in coro:

– Il mondo per fortuna cambia, ed è tempo che cambiamo anche noi, ora che la riforma ce ne offre finalmente l’occasione. Il punto centrale della discussione, prof. Tecce, non gira più intorno alle sue chiacchiere. Il punto non è il “segnale fortissimo, rappresentato da una presa di distanza dagli esponenti del sistema”, su cui lei insiste da ore, o la sua certezza, mai però dimostrata dai fatti, che il suo amato studente non “spaccia” più. Il punto è che quel diavolo di Riverso continua ad accusarci apertamente di non capire nulla di lui e di quelli come lui. Stiamo parlando di un delinquente, di uno che è venuto a sfidarmi: “’o saccio, ve faccio schifo, però pure voi facite schifo a me!”. L’ha detto, non s’è scusato e non ha mai modificato la sua posizione.

Ancora una volta Sacco fu tagliente:

– Mi pare che abbia detto la verità. E qui sappiamo bene che certe cose non le dice a tutti noi. Se si sente accettato, queste cose non le dice e vi ricordo che mesi fa tutti ci eravamo trovati d’accordo sul fatto che una bocciatura avrebbe provocato un abbandono.

Di conserva, con quanta forza gli restava, il professore d’italiano si rivolse direttamente a Viso:

– Per onor di firma: non gli abbiamo dato quello di cui ha veramente bisogno. Né a lui, né a tanti come lui. Sono scelte che passano sopra la nostra e la loro testa, questo lo so. Pagano gli ultimi. Scelte politiche, se per politica s’intende fondi tagliati, accorpamenti, classi pollaio e favori al privato. E lo dico io, prima che qualcuno me lo ricordi: questa non è la sede per discutere di certe cose.

Delino replicò a muso duro:

– Non consento a nessuno, a lei meno che a tutti, professore, di valutare il lavoro di questa scuola e dei suoi colleghi. Meglio farebbe a badare a se stesso!

Luca Grosso, l’ex maresciallo dei carabinieri, passato per l’Isef e acquisito Dio sa come nei ranghi della scuola, intuì che era giunto infine il suo momento e non si fece pregare. Per un anno s’era vantato di discutere coi giovani. Ora gettava la maschera e sbottava:

– Questo Riverso è solo un piccolo pendaglio da forca. Nient’altro. Un futuro avanzo di galera.
Incoraggiata dal carabiniere, la religiosissima Pia Vassallo trovò finalmente modo di essere se stessa, senza nascondersi dietro il paravento d’una gesuitica bontà e nella furia lasciò che la camicetta molto accollata sul seno prosperoso si sbottonasse.

– Cazzo, finalmente qualcuno che lo dice: è un gaglioffo indecente e senza Dio.

Imbarazzata dagli sguardi insistenti del carabiniere, si abbottonò la camicetta tra isterici rossori, ma si sentì subito a suo agio perché uno dopo l’altro giunsero il sostegno dalle colleghe di musica e arte, che intervennero sulle “qualità artistiche” dello “studente indiavolato”:

– E’ vero, nella recita di fine anno ha dato un buon contributo per la scenografia e le musiche, ma solo il padreterno sa quello che c’è voluto per tenerlo a bada!

In una speranza disperata, il professore d’italiano tentò una difesa estrema:

– Se ritorniamo sulle promozioni già approvate, non ci vorrà molto a verificare che tanti sono messi peggio di Riverso…

Un errore imperdonabile. La speranza di salvarne uno produsse infatti la rovina di altri. Prima delle verifiche, l’ex appuntato chiese e ottenne che si adottassero preventivamente criteri di valutazione nuovi:

– Sul giudizio finale peseranno parolacce, rispostacce e anche i comportamenti provocatori di due o tre puttanelle che, lo sappiamo tutti, finiranno sul marciapiede.

Nessuno eccepì, nemmeno Tecce, che sembrava ormai assente. Fu così che, con Riverso, persero l’anno due ragazzi e due ragazze che prima della verifica erano stati promossi. Tutti naturalmente con un definitivo e liberatorio cinque in condotta.

A settembre il professore d’italiano non prese servizio. Una commissione medica l’aveva assegnato ad altre mansioni per un gravissimo esaurimento nervoso e s’era trincerato nella biblioteca d’una scuola elementare. In quanto a Riverso, come sarebbe andata se non fosse stato bocciato nessuno saprà mai. Di certo c’è che alla ripresa non s’era presentato. Per tutta l’estate aveva scorrazzato sul motorino e s’era rimesso a fare il “pusher” per la camorra. A fine settembre, qualcuno gli aveva “insegnato per sempre l’educazione” e una mattina, ai primi di ottobre l’avevano trovato poco lontano dalla scuola. Un solo colpo, tirato alla nuca. A bruciapelo.

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  • Cinque in condotta. Come cambiare la vita di un ragazzo | Il Blog Di Giuseppe Aragno
    19 luglio 2020 at 11:37 - Reply

    […] Cinque in condotta. Come cambiare la vita di un ragazzo […]