Chi ama veramente Napoli…….

Tanti esaltano solo le bellezze, ma “Chi tene ‘o mare, porta ‘na croce” cantava Pino. Difficile criticarla senza diventare bersaglio della piazza mediatica

Quante Napoli conosciamo? C’è quella di De Filippo, di De Simone e adesso di De Giovanni. Quella di “Un posto al sole”, de “La squadra” e di “Gomorra”. Quella della sceneggiata e dei motoscafi blu di Merola, dei pacchi, doppi pacchi e contropaccotti o delle Quattro Giornate di Loy. Quella delle mani sulla città di Rosi, dell’evasione scolastica e dei sogni sgrammaticati degli alunni di D’Orta e della Wertmuller. Filosofica come in Bellavista di De Crescenzo o superstiziosa come quella di Risi in “Operazione San Gennaro”. Surreale in quella di De Sica ne “Il giudizio universale”.
Quella della Serao e del mare che non la bagna della Ortese, di Malaparte, della “mi manda Picone” di Porta. Di De Luca. Quella di Ferrara. Di Moscato e della malavita di VivianiNapoli m'barka
Quella musicale di Turturro, goliardica di Arbore, la “carta sporca” di Pino, di Bennato, degli scugnizzi di Mattone e “d’o vico nero ca nun fernesce mai” del poeta Palomba. La Napoli dei rapper, dei neomelodici. Quante alte città esistono in questa, simile ad una matrioska che non smette mai di partorirne altre. Una madre che continua a tenerci legati al suo cordone ombelicale e che non ci decidiamo a tagliare. E chi lo fa, scegliendo di andar via, non nasconde di avvertirne la mancanza, come si trattasse di una persona tanto amata che ci lascia prima del tempo. “Napoli mia, io penso sempre a te” fu la dedica che Totò fece alla sua amata città. Una città che, se ti lasci avvolgere, ti ammalia, ti affascina, ti rapisce. Quanti ne hanno scritto e parlato bene? Goethe, Stendhal, Melville, Mastroianni che, in una intervista, dichiarò che “Napoli va presa come una città unica, molto intelligente.
Napoli è troppo speciale quindi non la possono capire tutti. Io amerei vivere su un pianeta tutto napoletano perché so che ci starei bene”.
O Dalla che diceva “Io non posso fare a meno, almeno due o tre volte al giorno, di sognare di essere a Napoli. Sono dodici anni che studio tre ore alla settimana il napoletano. Perché se ci fosse una puntura da fare intramuscolo, con dentro il napoletano, tutto il napoletano, che costasse 200 mila euro io me la farei, per poter parlare e ragionare come ragionano loro da millenni”. Tutti a tesserne le lodi e ad esaltare le bellezze della città.
Ma “Chi tene ‘o mare, porta ‘na croce” cantava Pino ed è così difficile criticarla senza doversi trovare al centro della piazza mediatica e fatto bersaglio di insulti.
Giorgio Bocca ma anche Luca Abete, Walter Gargano, Giulio Goria, Massimo Giannini, Massimo Giletti, Roberto Saviano sono solo gli ultimi a scrivere o a parlare male di Napoli. E noi a risentirci, a gridare al complotto contro la città e i napoletani. Tutti a ricordare che eravamo un Regno, che abbiamo inventato (noi o i Borbone?) il bidet, le università, la musica. Tutto vero, tutto giusto. Ma tutto questo avveniva secoli fa.
in-tre-sul-motorinoE tra di noi, possiamo dircelo: alcuni napoletani sono incivili! Ci sono dei napoletani che imbrattano muri e monumenti, sporcano, vandalizzano Napoli. Ci sono dei napoletani che lasciano le macchine in terza fila, non si fermano ai semafori, davanti alle strisce pedonali, non rispettano le file. Girano indisturbati a tre, quattro sui motorini senza casco, controsenso, nelle aree chiuse al traffico. Si divertono a fare le gimcane sulla tangenziale, ti lampeggiano perché rispetti la velocità mentre loro preferiscono emulare Hamilton. E se tu provi a farglielo notare, ti urlano contro, ti picchiano, ti insultano. Ci sono dei napoletani che non parlano: gridano. Per chiamarsi, per parlare al telefono, al ristorante, in un locale. Lo fanno anche al cinema e al teatro.
Ci sono dei napoletani che lasciano per strada mobili, divani, suppellettili vari. Ci sono dei napoletani che difendono le baby gang che circolano indisturbate per la città a seminare il terrore. Oltre a praticare il nuovo sport che è quello di picchiare gli autisti dei mezzi pubblici, adesso ci cimentano anche nel taglio degli alberi, quei pochi alberi che ancora resistono in questa giungla d’asfalto che è diventata la città. E ci sono dei napoletani che, per paura e omertà non denunciano.
Ci sono dei napoletani che non amano la città. E poi, ci siamo noi. Quelli che cercano di ribellarsi, di reagire, rimproverando cercando di far capire che sono loro che permettono agli altri di infangarla. Quelli che si impegnano, che investono il loro tempo in attività culturali, che cercano di coinvolgere i ragazzi e gli adulti, di insegnare il rispetto per il luogo che ci ospita e di valorizzarne le bellezze troppo spesso abbandonate e vandalizzate.
Non è rispondendo con delle offese a chi in fondo sta dicendo delle verità che si aiuta la città. È umiliando la parte marcia mettendoli davanti alle loro responsabilità. Così si aiuta la città.

pizzofalcone

Se per Gomorra è sotto accusa l’immagine negativa, qui, per opposizione, si discute dell’immagine patinata che ne viene fuori. Chissà quando i napoletani capiranno che non sono loro i protagonisti di tutto quello che riguarda alla loro città. “I bastardi di Pizzofalcone è una serie di thriller che ha Napoli come luogo di sfondo, non è una fiction di denuncia e non racconta i disagi in cui viviamo. Racconta di una Napoli borghese che esiste e di delitti che non hanno nulla a che fare con l’humus cittadino. zofalcone” è una serie di thriller che ha Napoli come luogo di sfondo, non è un docufilm, non è una fiction di denuncia, e non racconta, quindi, i disagi, enormi, in cui noi napoletani viviamo. Inoltre racconta una Napoli borghese che esiste, di delitti che non hanno nulla a che vedere, almeno non direttamente, con l’umus cittadino. è una serie di thriller che ha Napoli come luogo di sfondo, non è un docufilm, non è una fiction di denuncia, e non racconta, quindi, i disagi, enormi, in cui noi napoletani viviamo. Inoltre racconta una Napoli borghese che esiste, di delitti che non hanno nulla a che vedere, almeno non direttamente, con l’humus cittadino.

 

Un commento

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  • antonio natale
    antonio natale
    20 gennaio 2017 at 17:31 - Reply

    Un articolo che condivido in pieno. Non è più tempo per ricordare e cullarci sul chi eravamo. Dobbiamo guardare in faccia alla realtà di chi siamo. E’ tempo di essere seri.