Che succede realmente a Hong Kong?

Sbagliato pensare che sia una rivolta pro occidente, è solo una voglia d'indipendenza, dovuti a problemi di post-colonizzazione come avviene in tante altre parti del mondo

La dinamica degli scontri tra i giovani e polizia dura ormai da parecchi mesi e, secondo me, sarebbe sbagliato interpretarla come pro-occidentale. Quello che il movimento propugna è una maggiore autonomia nell’ambito degli accordi Cina – Gran Bretagna successivi all’allontanamento della presenza inglese nel 1997.

E’ questa richiesta legittima? E’ indubbio che l’etnia degli abitanti di Hong Kong è la stessa di quella maggioritaria nell’intera Cina, anche se i manifestanti difendo la specificità cantonese della loro isola e sono contrari all’uso del mandarino nell’istruzione, per sostenere in alternativa l’uso dell’idioma cantonese, parlato nel sud del grande paese asiatico (un po’ come la difesa del catalano contro il castigliano).

Ma se l’etnia è la stessa c’è anche da dire che 100 anni di separazione hanno creato una identità locale che sarebbe sbagliato chiamarla nazionale, ma certamente non può essere ignorata.

Sono problemi della post-colonizzazione che si sono verificati in altre parti del mondo come a Timor est, che ha ottenuto l’indipendenza non per ragioni etniche ma per ragioni storiche avendo avuto una colonizzazione diversa dal resto dell’isola, o anche le richieste di autonomia del Camerun occidentale di lingua anglofona rispetto al resto del paese che aveva subito la colonizzazione francese.

E’ anche da tenere presente che nella fase attuale spinte separatiste esistono nel continente cinese (Uiguri, tibetani, taiwanesi) come anche in molti altri stati multietnici.

Venendo alle richieste del movimento, sulle quali dovremmo confrontarci per definirne la legittimità, queste sono state precisate in cinque punti formulati a luglio. Il primo riguarda la legge sull’estradizione, cioè il trasferimento sul continente dei colpevoli dei disordini successivi alle manifestazione; questo obiettivo è stato praticamente già ottenuto perché il provvedimento è stato in pratica ritirato, anche se era stato vincolato alla fine delle proteste.

La seconda richiesta riguarda l’istituzione di una commissione indipendente di inchiesta sul comportamento della polizia durante le scorse manifestazioni.

Il terzo riguarda la ritrattazione del termine “rivolta” per descrivere le proteste, cioè i manifestanti asseriscono di non avere nessuna pretesa di rivolta, ma di stare semplicemente protestando legittimamente contro provvedimenti contrari alla legge ordinaria; da notare che il 4 ottobre il governo di Hong Kong ha vietato le maschere sul volto dei manifestanti in base ad una legge promulgata nel 1922 dal governo inglese, e ancora in vigore, per reprimere senza successo lo sciopero generale dei marinai, sotto la guida del Partito Comunista.

La quarta richiesta riguarda il rilascio e l‘amnistia per i dimostranti arrestati.

La quinta, politicamente più rilevante, è quella di eleggere direttamente il governatore dell’isola. Attualmente ci sono elezioni dirette solo per i rappresentanti distrettuali (una specie di municipalità), mentre il governo centrale è parzialmente designato e parzialmente eletto in secondo grado dai rappresentanti distrettuali. Queste le richieste che appaiono tutte legittime nell’ambito degli accordi del 1997 intercorsi sull’autonomia, che promettevano elezioni dirette fino al 2047, data definitiva per la totale integrazione del territorio nello stato cinese. E l’autonomia, e non l’indipendenza, è l’obiettivo complessivo delle manifestazioni.

Questo movimento è oggi divenuto maggioritario come dimostra la marcia dei due milioni il 16 giugno e l’esito delle ultime elezioni distrettuali.

Dobbiamo però ammettere l’assenza di una consistente corrente di sinistra all’interno del movimento; anche se sussistono forti differenziazioni di reddito all’interno della popolazione, istanze sociali non sono all’ordine del giorno.

Lo stesso sciopero generale del 5 agosto, che ha paralizzato l’isola, era su parole d’ordine democraticiste che e non di classe. E’, però, altrettanto vero che la presenza di “forze straniere” occidentali sostenuta da Pekino, non corrisponde a verità.

Hong Kong non è, cioè, paragonabile all’Ucraina: gli USA e la Gran Bretagna sono tacitamente riconosciuti da Pekino ad avere interessi economici e finanziari a Hong Kong, ma ciò non è motivo di attrito.

Anzi, il cosidetto “un paese, due sistemi” sancito nel 1984 e realizzato nel 1997 era stato un compromesso tra Cina e l’Occidente per reintegrare l’economia cinese nel sistema globalizzato, quindi non è c’è nessun interesse per gli USA a destabilizzare Hong Kong. Inoltre, in base agli accordi del 1997 cittadini occidentali possono svolgere attività imprenditoriali e anche essere coinvolti nella pubblica amministrazione a tutti i livelli tranne dirigenti ministeriali e amministratori delegati.

La sinistra di Hong Kong anche se minoritaria ribadisce che l’occidente non potrà mai essere dalla parte dei lavoratori e che la affermazione della autonomia dei lavoratori di Hong Kong è un messaggio rivolto anche ai lavoratori della Cina continentale e può rimettere in discussione i rapporti di produzione capitalistici in tutto il paese

Umberto Oreste Sinistra Anticapitalista

Biochimico attualmente in pensione. In passato ha lavorato presso istituti universitari e del CNR. Tra i suoi interessi scientifici l’evoluzione delle molecole immunitarie, l’adattamento degli animali marini alle variazioni ambientali. Ha collaborato con strutture di ricerca estere ed è autore di numerosi articoli su riviste scientifiche internazionali. Partecipa all’attività politica di Sinistra Anticapitalista.
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