CHE SUCCEDE A SINISTRA?

Sui social una politica e ambizioni, nella realtà nulla cambia, ognuno a coltivare la propria terra, egoismo senza progetto.Le scadenze eletorali sono elemento di grande distrazione

 

Le ultime vicende che hanno attraversato le formazioni politiche a sinistra del PD hanno prodotto un grande scompiglio nei social, ma non hanno inciso minimamente nei rapporti di forza nel Paese reale. C’era da aspettarselo perché, come al solito, all’apparire sulla scena politica del traguardo elettorale, cominciano i giri di valzer per la formazione delle liste in gara.

La prossima scadenza per l’elezione del parlamento europeo potrebbe essere l’occasione per affrontare seriamente il problema del ruolo dell’Unione, e per attrezzarsi a rispondere al vento di destra sovranista che percorre tutto il continente.

La strada più coerente dovrebbe essere quella di farsi portavoce dei disagi crescenti tra gli emarginati e porre le basi per un realistico discorso di alternativa di sistema. È evidente che questa strategia è credibile solo se è condotta unitariamente da tutte le soggettività che si dichiarano antiliberiste. Purtroppo, però, assistiamo ad uno spettacolo indecente di rissa tra le organizzazioni.

A questo punto, è utile fare un minimo di chiarezza sulla scomposizione e ricomposizione dei soggetti in campo. È davvero complicato seguire le vicende interne dei singoli soggetti politici, tutti coinvolti in scissioni e frazionamenti, ma è evidente che in quasi tutti prevale una logica di adattamento al quadro istituzionale esistente dove cercare legittimazione. Per questo, l’obiettivo prioritario è comparire nei sondaggi, ottenere una, seppur minima, visibilità mediatica, sbaragliare sui social.

Venendo alle vicende ultime, assistiamo a un esaurirsi degli spazi di credibilità della “sinistra riformista”: l’esperimento di LeU è naufragato senza mai nascere realmente, e le sue schegge più coscientemente riformiste, pur reclamando autonomia, si riavvicinano alla casa madre del PD, sperando in una sua rinfrescatura di facciata;le restanti componenti di LeUsi riaffacciano a sinistra cercando riconciliazione e sostegno elettorale.

L’esperienza di PaP, che aveva suscitato tante speranze di unità d’azione, partita come coalizione di partiti, singoli e associazioni, è approdata ad un nuovo partito, con tutte le caratteristiche di autocentratura, di intolleranza verso le minoranze interne, ed insofferenza verso le altre formazioni. La rottura con i partner originari, iniziata con la non adesione alla stretta organizzativistica prima del PCI, e successivamente, di Sinistra Anticapitalista, si è conclusa con la estromissione del PRC.

Il PRC che, dal canto suo, non si era opposto al continuo dirigismo della coppia RdC – exOPG (gestione non condivisa della comunicazione, mancanza di pubblicizzazione dei report del coordinamento nazionale, censura su comunicati locali non allineati), alla fine ha rotto su poco rilevanti questioni procedurali relative alla votazione sullo statuto.

A questo punto, da parte della dirigenza PaP, si è sollevata una indegna campagna denigratoria nei confronti della dirigenza del PRC estesa indiscriminatamente a tutti i militanti di quel partito che non avessero abiurato. Il PRC, di converso, ha messo in campo una altrettanto indegna operazione ricattatoria sulla proprietà del simbolo e sui conti economici.

Ultima, in ordine temporale, l’operazione messa in campo da De Magistris con l’assemblea al teatro Italia sabato primo dicembre. Il sindaco di Napoli, precedentemente alleato con la formazione europea DiEM (Democracy in Europe) animata da Yanis Varoufakis, si è lanciato in campo, offrendo la sua candidatura ad una coalizione ampia, costruita sotto la sua egida, senza chiarezza di obiettivi, ma con la pretesa di rappresentare partiti e movimenti. Naturalmente questo ha suscitato riserve da parte di PaP che non vorrebbe concorrenza elettorale. In effetti tutti vorrebbero de Magistris dalla loro parte, lo adulano, lo incensano sperando che li possa condurre al di là della soglia elettorale. C’è anche chi preferisce addossare le colpe non al capo indiscusso, ma alla sua corte, ai suoi cortigiani, a quel cerchio magico che fa e disfa assessorati e cariche nell’amministrazione del Comune e della città metropolitana.

Allontanandoci da questi scenari, tutti abbastanza autoreferenziali, la soluzione non è proporre una alternativa elettorale di duri e puri, non è illudersi di avere la ricetta prefabbricata a tavolino, magari copiando testi classici, al fine di conquistare larghi consensi.

La vera alternativa è una questione di realismo e di umiltà che può riassumersi in tre punti:

  1. la creazione di un forum della sinistra di alternativa politica e sociale, dove operare congiuntamente esclusivamente sui punti dove c’è concordanza di intenti, senza rincorrere necessariamente l’unanimismo su tutto, ma, allo stesso tempo, dotandosi di strumenti di confronto serio e di discussione aperta. Che la cosa possa funzionare, ne sono testimonianza manifestazioni unitarie come quella di Riace e del 10 novembre a Roma e la giornata contro la violenza sulle donne.
  2. La ripresa del sindacalismo conflittuale, con una pratica sindacale differente da quella tradizionale delle burocrazie sindacali, che riporti sui posti di lavoro il conflitto sociale, tramite l’unità tra l’autorganizzazione delle lotte e le avanguardie espresse dalle formazioni del sindacalismo di classe.
  3. Mettere in campo una piattaforma di lotta unificante, che incontri le urgenze espresse dal disagio sociale, che sia semplice, facilmente riconoscibile e direttamente sentita dalla gente.

Naturalmente bisogna anche tener conto delle scadenze elettorali, ma queste falliranno ancora una volta se non vengono affrontate con una ondata crescente di mobilitazioni che sostanziano programma e candidati riconoscibili come espressione delle lotte.

A chi dice che sarebbe bello, ma purtroppo agiamo in assenza di scontro sociale, si potrebbe rispondere guardando alla Francia dove le elezioni vengono richieste e pretese non per una scadenza naturale, ma per una esigenza reale di alternativa di sistema. Bisognerebbe abbandonare l’agire politico come pratica tradizionale fatta di elettoralismo, burocratismo, soggettivismo e capire che oggi bisogna considerare alternativa praticabile, la messa in discussione del sistema stesso

Umberto Oreste Sinistra Anticapitalista

Biochimico attualmente in pensione. In passato ha lavorato presso istituti universitari e del CNR. Tra i suoi interessi scientifici l’evoluzione delle molecole immunitarie, l’adattamento degli animali marini alle variazioni ambientali. Ha collaborato con strutture di ricerca estere ed è autore di numerosi articoli su riviste scientifiche internazionali. Partecipa all’attività politica di Sinistra Anticapitalista.
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