CASTELLI NAPOLETANI

IL CASTEL DELL’OVO NELLA TAVOLA STROZZI

L’anonimo autore della Tavola Strozzi, l’imponente dipinto a tempera conservato al Museo di San Martino, ci ha lasciato l’unica, bellissima visione della nostra città negli anni in cui regnava la casa d’Aragona.

Compiuto intorno al 1465 o qualche anno più tardi, il dipinto, lungo quasi due metri e mezzo, fu trovato nel 1901 da Corrado Ricci nel palazzo Strozzi di Firenze e, successivamente, fu presentato per la prima volta sulle pagine di “Napoli nobilissima” da Benedetto Croce.

Probabilmente l’artista intendeva rappresentare il ritorno della flotta aragonese e degli alleati dopo la vittoria navale ottenuta nel 1465 a Ischia, ma vera protagonista del quadro sembra essere la città capitale del regno, rinnovata e abbellita da Alfonso e Ferrante d’Aragona. L’invio a Firenze serviva a far comprendere a Lorenzo il Magnifico quanto potesse essere conveniente stringere rapporti di pace con la dinastia a capo di questa splendida capitale.

La resa abbastanza dettagliata di Napoli, con le chiese e i campanili, le mura, i palazzi e i castelli, ci permette di constatare le differenze, nonché le analogie, con la città odierna, riconoscendo, nonostante i vari stravolgimenti urbanistici, ancora elementi architettonici e artistici, atmosfere e colori del passato.

La nostra attenzione si sofferma sulla parte sinistra della tavola, dall’aspetto così compiuto da poter costituire un dipinto autonomo, e in particolare su Castel dell’Ovo, all’estremità del quadro. Il forte, di origini antichissime – il primo nucleo risale al castrum Lucullanum, la sontuosa villa del patrizio romano Lucio Licinio Lucullo, ove era custodita un’importante biblioteca – prende il nome da una leggenda medievale,secondo la quale Virgilio vi avrebbe nascosto un uovo magico serrato in una gabbia che, se sempre intatto,avrebbe garantito all’intera città sicurezza contro ogni sciagura.

Il fortilizio, costruito da Ruggiero il Normanno dopo la conquista del Ducato di Napoli nel 1139, non ha più l’aspetto arcigno, nell’illustrazione rinascimentale: fu ristrutturato dapprima da Roberto d’Angiò, che nel 1309 fece erigere torri quadrate con ampie bifore ed archi, poi da Giovanna I nel 1370, dopo una terribile tempesta che aveva distrutto il lato occidentale del castello, infondendo nella popolazione il timore che l’uovo incantato si fosse rotto.

La tavola, compiuta dopo circa un secolo, ci presenta Castel dell’Ovo ulteriormente modificato: al tempo di Alfonso il Magnanimo le alte torri angioine, la Normandia e la torre Colleville, furono sostituite, in relazione alle nuove esigenze belliche, da due ottagone e più solide, capaci di sopportare il peso e il rinculo delle bombarde.

Il re, inoltre, trasformò il palacium magnum di Roberto e Giovanna in una vera e propria reggia, fastosa ed appartata, dove amò spesso ritirarsi e alla fine volle anche morire (1458). Durante la prima Congiura dei Baroni, il Castello, ove giacevano le spoglie del vecchio sovrano, fu preso dai ribelli e solo dopo un lungo assedio Ferrante riuscì a riprenderlo (1464). Se davvero la tavola risale al 1465, dopo la vittoria conseguita nella spedizione del pretendente Giovanni d’Angiò nelle acque di Ischia, Castel dell’Ovo era soltanto da poco tornato nelle mani degli Aragonesi che stavano già provvedendo alla sua ristrutturazione. Così si spiegano i numerosi vessilli della casa d’Aragona che si vedono nitidamente sventolare sulla fortezza.

Anche durante la seconda guerra di successione (1485) il Castello cadde nelle mani dei baroni congiurati, ma tali feudatari furono presto e brutalmente domati da re Ferrante sia con le armi, sia con la vendetta.

Un’ipotesi vuole che Alfonso II, duca di Calabria, volle ringraziare col dono di questa bellissima tavola la repubblica fiorentina e Filippo Strozzi dell’aiuto ricevuto nella lotta per la successione al trono di Napoli, dopo la morte del Magnanimo. Pur posticipando la datazione dell’opera al 1486, quindi, c’è comunque una ragione sostanziosa per far sventolare le insegne aragonesi su tutti i castelli napoletani raffigurati, e non solo sul più antico della città

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