Carpentieri e i suoi allievi, il teatro come spazio di libertà

Segnali di ripresa del teatro a Napoli, ma alla fine del lockdown per lo spettacolo dal vivo è ancora crisi drammatica. Successo di" Scena Aperta" del teatro Stabile con Pastiche

Scritto da Antonio Grieco

Per la rassegna Scena Aperta e con gli allievi della Scuola del Teatro Stabile di Napoli, Renato Carpentieri  ha messo in scena con successo (dal 24 al 26 luglio) “Pastiche”. Segnali di ripresa del teatro a Napoli, ma alla fine del lockdown per  lo spettacolo dal vivo è ancora crisi drammatica

Dopo la fase più acuta della pandemia da Covid-19, il teatro a Napoli prova a ripartire. Gli spettacoli del Napoli Teatro Festival Italia (diretto ancora una volta da Ruggero Cappuccio) hanno infatti registrato, nonostante le limitazioni imposte per scongiurare nuovi contagi, una buona partecipazione di pubblico, ed anche il programma della nuova stagione del Teatro Stabile di Napoli, diretto da Roberto Andò e presentato nei giorni scorsi,  suscita grande interesse; altri eventi non meno significativi, come la rassegna “Teatro in un cortile” a Palazzo Firrao, nel caldo mese di luglio sono stati premiati dagli spettatori che hanno affollato gli spazi all’aperto (dal Maschio Angioino a Palazzo Reale al Bosco di Capodimonte, alla spiaggia della rotonda Diaz), dove sono andati in scena gli spettacoli dal vivo.

Tutto questo, non pensiamo  possa  bastare a salvare il teatro e, soprattutto, l’attività di tanti piccoli gruppi di ricerca diffusi sull’intero territorio nazionale, che stanno pagando il prezzo più alto in termini di precarietà, anche per precise responsabilità governative, alla drammatica emergenza di questi mesi.

Tuttavia, in questo persistente stato di incertezza, sarebbe sbagliato non tener conto delle novità che ci giungono dalla scena napoletana. Innanzitutto, la nomina a direttore della Scuola del Teatro Stabile di Napoli di Renato Carpentieri, che subentra a Mariano Rigillo. E noi crediamo che in questo momento così difficile per il nostro teatro, non vi potesse essere scelta più saggia, perché Carpentieri, oltre ad essere uno dei più apprezzati attori del nostro cinema, è da sempre, e soprattutto, un uomo di teatro; un protagonista di primo piano – come attore, regista, drammaturgo della nostra avanguardia teatrale che sin dagli anni Settanta dello scorso secolo – quando con attori e registi napoletani come Roberto Ferrante, Massimo Lanzetta, Lello Serao, Ottavio Costa, diede vita al “Teatro dei Mutamenti” (cui in un momento successivo aderirà anche Antonio Neiwiller) – non ha mai abbandonato l’idea di teatro come esperienza collettiva, che consenta non solo un’adeguata formazione attoriale ma anche la crescita culturale e ideale di una nuova generazione teatrale.

Del resto, a conferma di quanto per il regista e attore campano sia decisiva la trasmissione dell’arte del teatro ai giovani, va segnalata l’apertura da qualche anno di “Officine Carpentieri”, la Scuola di arti dello spettacolo da lui creata per rivitalizzare la ricerca teatrale a Napoli. Per tutti questi motivi abbiamo assistito con grande interesse al debutto (per la rassegna Scena Aperta, produzione Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale in coproduzione con Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia) di “Pastiche. N֠ 0 di Pas/Saggi rivista di teatro dal vivo” (a cura di Carpentieri e di Claudio Di Palma) messo in scena con gli allievi del secondo anno della Scuola del Teatro Stabile di Napoli nel cortile del Maschio Angioino.

Diciamo subito che “Pastiche”, di cui Carpentieri è anche regista e attore,  è “teatro vero”,  “teatro pre-covid”- con i corpi in scena, la fisicità degli attori, il fondamentale contatto col pubblico -, e che il composito gruppo di allievi da lui guidato dà la sensazione sin dalle prime azioni di aver già raggiunto un buon grado di maturità espressiva. In un lavoro, tra l’altro, per nulla semplice, perché costituito ad  incastro con testi di autori tra loro molto diversi – da “I racconti “ di Cechov” a “L’acquisto dell’ottone” e “Der Tui” di  Bertolt Brecht,  dalla  poesia “Si vide a ll’animale” di Raffaele Viviani a “Catastrofe” di Samuel Beckett  – in cui si intrecciano e si agitano, come scrivono gli autori in una nota – frammenti del Teatro del Novecento. Più in generale, abbiamo avuto qui la sensazione che attraverso questo “gliommero”, Carpentieri e Di Palma abbiano – sotto forma di “Rivista”, e dunque con brani parziali ed eterogenei – in realtà puntato a prendere le distanze da un gesto teatrale meramente rappresentativo per mettere invece l’accento su un più unitario e complesso discorso drammaturgico: l’interrogazione sul senso del teatro e sull’arte dell’attore (come del resto risulta evidente dai diversi riferimenti a “L’acquisto dell’ottone”, il saggio in cui Brecht indaga il rapporto tra palcoscenico e pubblico) mentre si agisce concretamente in scena.

In qualche modo dunque siamo in presenza di una drammaturgia analitica che ha però il merito di intrecciarsi anche con la memoria del vissuto artistico dello stesso Carpentieri: soprattutto con le sue suggestioni per il Futurismo (non a caso uno dei suoi primi lavori fu, nel 1976, “Serata futurista”, per la regia di Ferrante), la passione per Brecht e Viviani, Karl Valentin e Beckett.

Sin dai primi dialoghi dei frammenti cechoviani, questa componente autoriflessiva del teatro non è però mai disgiunta da una visione più generale – “politica”, potremmo dire – sulle grandi trasformazioni culturali, sociali e antropologiche che tra Otto e Novecento hanno interessato le società moderne, ed anche sulle difficoltà a continuare a fare teatro, che possono essere tranquillamente riferite ai nostri giorni: “perché, si chiede un attore, citando Karl Valentin, tutti questi teatri vuoti? Perché il pubblico non viene? La colpa è dello Stato”, mentre costituire “il teatro obbligatorio”, aggiunge, potrebbe “incrementare la vita”, dare lavoro a milioni di persone. Gli attori entrano poco alla volta in una scena disadorna, dove ci sono solo delle sedie tappezzate in rosso e  sul fondo, inserite in grandi riquadri, opere d’arte che rinviano alle più audaci sperimentazioni artistiche del Novecento. A un lato della scena, Carpentieri, un pò alla maniera di Kantor,  osserva seduto attentamente il comportamento attoriale dei suoi giovani allievi.

Nelle prime scene, tratte dai racconti cechoviani, c’è un’atmosfera da Bella Époche e il ritmo impresso dagli attori alle azioni è veloce, a tratti rapsodico, con momenti di esilarante comicità;  in queste donne e uomini che s’ incontrano e si scontrano per futili motivi colpisce quel senso di mascheramento contraddistinto dalla sete di denaro, da cinismo, dall’illusione dei falsi miti; una critica alla modernità che ritorna anche in “Si vide a ll’animale…”, il brano vivianesco dalla feroce ironia che ci parla di quella guerra che ogni giorno gli ultimi combattono “pe’ campa”, per sopravvivere alla miseria e alle ingiustizie dei potenti. Ancora più incisivo, sia dal punto di vista drammaturgico che politico, è l’attraversamento dei testi brechtiani con “effetti di straniamento” (ben visibili sia in alcune ridondanze recitative e nella denuncia dell’artista come strumento del potere, che nei cartelli mostrati al pubblico per descrivere il tema dell’azione che si sta per compiere) tipici del Teatro epico; ben riuscite ci sono apparse anche le azioni da “La contenibile  ascesa di Arturo Ui”, dove si allude alla presa del potere di Hitler attraverso la storia del re dei cavoli mettendo anche l’accento su quel sistema capitalistico che dalla Germania si estenderà poi all’intero Occidente; divertente anche la scena in cui si evoca l’episodio (realmente accaduto) dell’attore chiamato da Hitler per spiegarli come comportarsi in pubblico. Infine, il pezzo forte della serata: “Catastrofe” di Beckett; un lavoro che, come è noto, è dedicato a Vàclav Havel, drammaturgo praghese incarcerato dal governo cescoslovacco per le sue idee libertarie; qui entra in scena, e in modo davvero esemplare, direttamente Carpentieri che dalla sedia di regista in platea ordina a una giovane e vivace assistente di sbiancare tutto l’incarnato di quell’uomo che sta di fronte a lui immobile su un piedistallo; e, poi, altri ordini ancora per quest’uomo che ormai  non è altro che un automa, un oggetto nelle mani di quel potere dispotico e ottuso rappresentato dal regista.

Le parole di Carpentieri sono secche, essenziali, perentorie, perché qui anche la voce, il linguaggio, il tono devono stimolare il nostro pensiero critico. Il testo non ha nulla del cosiddetto Teatro dell’assurdo di Beckett (una formula che ci è sempre apparsa molto inadeguata a dare l’idea di una così complessa esperienza poetica e drammaturgica). “Catastrofe” è forse l’unica opera di più esplicito impegno politico dell’autore irlandese: ed è anche teatro nel teatro, certo; ma qui, grazie anche alla forza interpretativa del regista attore, è soprattutto simbolo tremendamente allusivo di una società repressiva, di quell’autoritarismo globale che dovunque (anche a teatro)  mette oggi in discussione i nostri più elementari diritti di libertà. Con Carpentieri, qui anche attore e regista dello spettacolo, bravissimi anche tutti gli allievi della Scuola del Teatro Stabile di Napoli Pasquale Aprile, Francesca Cercola, Chiara Cucca, Matteo De Luca, Valentina Di Leva, Manuel Di Martino, Enrico Disegni, Antonio Elia, Giulia Ercolini, Eleonora Fardella, Angelica Greco, Valentina Martiniello, Simone Maglietta, Gianluigi Montagnaro, Gianni Nardone, Giulia Piscitelli, Federico Siano, Salvatore Testa, Antonio Turco; scene di Arcangela Di Lorenzo; costumi Annamaria Morelli; assistente alla regia Valeria Lucchetti; direttore di scena Teresa Cibelli; datore Luci Angelo Grieco; fonico Daniele Pisciscelli; macchinista Domenico Riso; elettricista Pasquale Piccolo; aiuto fonico Diego Contegno; sarta Francesca Colica; foto di scena Marco Ghidelli. Prolungati applausi del pubblico accuratamente distanziato nel  funzionale spazio teatrale di Castel Nuovo.

Antonio Grieco

Un commento

Lascia risposta

*

*

  • Maria Luisa Crudele Borgia
    17 agosto 2020 at 9:58 - Reply

    C’è ancora molta riluttanza a partecipare a spettacoli teatrali dal vivo. Dobbiamo dire che il virus pur essendo ora più facile da gestire, visto che i medici hanno imparato a conoscerlo meglio,ci ha molto spaventati e cambiati. Tra i settori fortemente in crisi,c’è il teatro ed è un peccato che spettacoli di un certo rilievo,apprezzati e documentati con dovizia di particolari da Antonio Grieco siano scarsamente seguiti.