Carcere e Suicidi

Nelle carceri 46 suicidi da inizio anno, l'ultimo a Poggioreale, oltre 4000 gli atti di autolesionismo

Le recenti cronache ci raccontano che , a tutt’oggi , nelle carceri italiane sono 46  i morti suicidi dall’inizio dell’anno ( l’ultimo nel carcere di Poggioreale ai primi di ottobre) , 567 i tentativi di suicidio sventati , 4.310 gli atti di autolesionismo. E la notizia  che i numeri  delle colluttazioni e dei ferimenti e delle risse nelle carceri dall’inizio del 2017  hanno mostrato un aumento preoccupante , è certamente un ulteriore  segnale di un innalzamento del livello di tensione che si sta attuando nelle strutture detentive.

I numeri elevati indurrebbero ad una riflessione sul significato della reclusione , sulle sue modalità di attuazione , sulla dolorosa consapevolezza che il carcere spesso rappresenta una area di parcheggio senza funzioni riabilitative , sui tempi e sul tempo immobile della detenzione.

Del resto che il carcere e tutto ciò che reclude/esclude   faccia ammalare è cosa nota , e questo perché   l’ istituzione detentiva   tende  fondamentalmente e per sua  natura a depersonalizzare o ad annullare , e  a proporre la custodia al posto della cura , con la realizzazione di spazi che , per definizione e pratica , non appartengono all’ospite , ma rappresentano un confine invalicabile dove le linee sono nette e definite : di qua  i reclusi , di là  i custodi e in lontananza il mondo esterno.

Con tali premesse  il suicidio in carcere ( atto patologico ma che non sempre dipende da una psicopatologia) ha più significati e diversi tra loro : il significato di fuga, certamente  , ma anche  quello di lutto o di castigo , quello di vendetta e a volte di richiesta e ricatto , e sempre (sempre)  il significato di sacrificio di chi non riesce ad esprimere il proprio dolore con gli strumenti comunicativi a disposizione , rimanendo vittima di una giustizia che tende a recludere il corpo e a  non intervenire sull’anima.

E in questo senso la detenzione in Italia è rimasta dolorosamente e concettualmente  lombrosiana , giustificatoria e deresponsabilizzante , attanagliandosi al corpo , al materiale , al sovraffollamento e alle mancanze di risorse,  che una linea politica tende a consolidare scegliendo la via della reclusione e non quella – opposta e contraria – dell’inclusione.

Si aspettano soluzioni con il disegno di legge n. 4368, presentato dal Ministro Andrea Orlando di concerto con i ministri Alfano e Padoan , che apporta sostanziali modifiche all’Ordinamento penitenziario, ma che ha bisogno di tempi e decreti per essere attuato .

E dove, nelle forme,  appare che è nel privilegiare le  norme che investono sulla riabilitazione , che può trovarsi un’altra parte della soluzione.

Ma  è soprattutto nell’abbandonare un modello culturale definito del carcere ,  una antica dinamica autoreferenziale, che si verifica un cambiamento vero.

E  questo può avvenire solo con un  confronto e con una crescita, rammentando sempre che si ha a che fare con persone recluse che , con le loro forze e le loro debolezze, vivono dolorosamente il rapporto con la detenzione.

E allora diventa necessario acquisire la consapevolezza che per ridurre i suicidi , gli atti auto lesivi , le aggressività auto ed etero dirette, che il carcere ha bisogno di riallacciare un legame tra interno e esterno, due luoghi apparentemente antinomici, divisi da una linea di confine che a volte  diventa netta e invalicabile in tutte le situazioni in cui il bisogno di certezza diventa primario.

Confine  che deve tendere ad allargarsi  , trasformandosi da  linea di demarcazione  in  luogo in cui, forse, è possibile trovare risposte e  una parte – consistente- della soluzione.

 

 

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