CAPO SPARTIVENTO

L'ordinaria follia dell'abusivismo coatto

Riceviamo e pubblichiamo

di Roberta Mancini

In fondo, in fondo allo stivale, l’ultimo capo d’italia peninsulare si chiama così, Spartivento.

Ci si arrivava col trenino, prima che sopprimessero la stazione, in questa politica di tagli, di servizi ridotti, di luoghi decisi a tavolino su come devono essere raggiunti il più in fretta possibile oppure per l’appunto, su come devono essere dimenticati; ci si arriva dunque con i pullman (di cui naturalmente non esiste un cartello comune di orari a disposizione dell’utente, ma ogni compagnia ha le sue tabelle) e già percorrendo la famosa statale 106, ti rendi conto di quante brutture è stato e continua ad essere oggetto il paesaggio, o meglio quello che ne resta.

argilla2Poco prima del faro, da mare,una falce di sabbia dalla grana grossa, dove le tartarughe vengono a nidificare, dopo essersi spinte fino alle coste dell’Africa, della Turchia, della Grecia, per poi tornare, riconoscendo ancora in quei luoghi, la traccia del loro imprinting.

Ancora, purtroppo è bene usare questa parola a monito di quanto non potrebbe più essere , grazie alla scelleratezza della continua noncuranza che si ha del paesaggio.

E così accade che se vieni da terra, l’accesso alla baia di Spropoli è molto suggestivo, certo facendo a meno del primo tratto, che dalla statale attraverso il sottopasso della strada ferrata porta al mare: ti ritrovi sotto la frescura arborea a guardare come da una cornice quest’ampia e profonda spiaggia, un viottolo di sabbia permette di evitare di frantumare una prima fascia di argilla bianca, ridotta in cocci dall’arsura del sole. Con gli occhi colmi e avidi, ti incammini per raggiungere il mare e naturalmente non puoi far a meno di percorrere la laguna fino alle due estremità.

Accade così che andando in su scorgi un paio di costruzioni, non particolarmente invasive, se si pensa a quel che si scopre dopo, o anche prima, e non puoi fare a meno di chiederti di chi siano, e subito pensi a qualche boss, invece, scambiando una parola con chi si incontra per caso, le tue orecchie sono costrette a sentire che una delle due pare sia addirittura di un esponente del PD (chiedo scusa, ma io ancora credo che la sinistra dovrebbe essere esente da certi comportamenti, semmai si possa parlare di sinistra, a riguardo). Ma ora non voglio stare a parlare di questo, piuttosto di un malcostume diffuso e generalizzato che ha soppiantato le coscienze, facendoci diventare come cavallette. E di questo fai presto a rendertene conto.

La passeggiata prosegue nella direzione opposta, verso il faro: lo sguardo si posa su degli improbabili massi levigati dalle correnti e dal vento, adagiati sulla battigia, oltre di essi, ancora sabbia a ridosso della quale si scorgono di tanto in tanto i binari, occultati da gruppi rocciosi, da cui si staccano pietre di varia dimensione e natura, granito e mica le presenze riconoscibili all’occhio di un profano, poi il faro, collocato su di uno sperone prospiciente la montagna alle spalle, coprendola per metà; e sarebbe meglio fermarsi qui perché poi quel che vedi oltre la fiumara, è uno scempio stratificato e lento e inesorabile; ora ci sarebbe da ricordare che i primi insediamenti conservano la memoria del terremoto, dello sviluppo presunto dovuto alla ferrovia (erano gli anni del fascismo), su cui si è aggiunta la ricostruzione post alluvioni e le speculazioni che ne seguono.

speculazioneNon quindi la devastazione dei villaggi a schiera che hanno vituperato in lungo e in largo le coste, fino a farti dimenticare quasi del paesaggio che c’era sotto, ma per l’appunto quell’abusivismo che si perpetua nel tempo, grazie a permessi facili e condoni e con la mentalità del tacito accordo, che mette in pace tutti nel garantire l‘abuso ad ‘ognuno’.

Superi la fiumara e scopri la ‘natura’ del vilipendio, che non conosce misura. Tutti i paesi della statale, che altro non sono che un agglomerato di case cresciute, da mare sono, possibilmente, anche peggio.

Paralleli alla costa, i binari e la statale, a secondo del margine sabbioso, sono inframezzati da casacce, ognuna a sé, completamente disarmoniche rispetto al contesto, o meglio, rendendolo simile ad una baraccopoli: le case spesso non finite, si presentano all’occhio come un cantiere dismesso, tutto a vista, mattoni, cemento da cui spuntano i tondini di ferro, scale senza balaustre, balconi senza parapetto, in una convivenza forzata, visto che tutto parla di abbandono, addirittura marciapiedi divelti dal moto ondoso, che lasciano scoperte tubature dell’incosciente di turno, che con la “sua” incosciente arroganza, ha imposto la “sua” casa.

pentadattiloPrima del Capo, l’Aspromonte si tiene a distanza dal mare, proponendo una vallata circondata da creste modellate dal vento che spirando s’infila, fanno da sfondo ad una conformazione rocciosa che si chiama Pentadattilo, dove nel ‘700 un ordine monastico aveva trovato la sua dimora, in un contesto non dissimile dalla Cappadocia, intorno un gruppo di case rurali, perfettamente in sintonia con il luogo, in fase di ricostruzione recente, andate quasi interamente distrutte col terremoto, grazie a chi, lontano dai palazzi, sa bene cosa occorre fare.

Dopo il Capo, le ultime propaggini dell’Aspromonte, degradano verso il mare come a scalzarlo.

Terra brulla terra di confino, dove venivano mandati in esilio i dissidenti al regime. E’ qui che visse Cesare Pavese per un paio d’anni, col divieto assoluto di proferir parola ad alcuno (fortunatamente non gli furono sottratti carta e inchiostro).

Terra aspra anche con chi c’è nato, e attraverso un ritmo di lavoro da mulo, si è abbrutito.

Terra prevalentemente pastorale, con due coltivazioni tipiche andate perdute, bergamotto e gelsomino. Faticosa la raccolta del gelsomino…donne che con i loro figli (dagli otto anni in su) si addormentavano sul marciapiede, nell’attesa che venisse il camion a mezzanotte, a caricarle per portarle nei campi. Il raccolto  trasformato in essenza e rivenduto alle famose case d’oltralpe di belletti e profumi,rappresentava comunque una possibilità di vita, una delle poche possibili, poi il mercato è finito altrove, addirittura in Israele, sottraendo al territorio una risorsa indispensabile.

La gente, di qualsiasi luogo/in qualsiasi tempo, migra, alla ricerca di condizioni migliori.

Il paese si svuota e continua a svuotarsi, eppure inspiegabilmente e irragionevolmente in questo paese si continua a costruire, sempre più in una striscia di terra che si restringe sempre più e che siccome è certo che si deve costruire…  perché così si dà lavoro, accedendo anche ai fondi europei del rilancio dei territori in via di sviluppo. Ma a quale tipologia di sviluppo si intende far rifermento? Oltreché non c’è quasi più nessuno. E a breve neanche il paesaggio.

Immaginiamoci ora come sarebbe potuta essere la costa se si avesse avuto la lungimiranza della conservazione e del rispetto di un bene che “ci” appartiene.

KalanchiTanto per cominciare avrei potuto dire Capo Spartivento, la punta estrema del sud dell’Italia peninsulare: una lunga distesa di chiara sabbia e ciottoli e terra brulla sul cui ravvicinato fondo, si impongono i calanchi, basse montagne bianche, simili a dune: sabbia argilla e roccia sedimentaria modellata dal vento…

Ma questo avrebbe dovuto presupporre di avere la coscienza del luogo, di come si presenta ai nostri occhi, e di come questo confine in un qualche modo ci presenta.

Dobbiamo proprio alla Comunità Europea, l’ultimo sbancamento di una parte dei calanchi, grazie all’approvazione di un progetto di case a schiera, di cui è stato realizzato solo il primo lotto, quello sulla costa, il più vendibile, degli altri due quasi te ne devi dispiacere che a differente stato di abbandono siano stati dimenticati.

E questo, lo scopri se lo sguardo all’intorno avviene proprio alla sommità di questa gigantesca duna rimasta, dello sfacelo compiuto, da lì, ne hai la piena misura, o meglio vorresti averla, lo scempio qui come altrove continua a perpetrarsi per quella mancata coscienza che ci fa divorare tutto ciò che ci circonda come se non dovessimo badare a spese.

Questo naturalmente vale per chi ancora, per interessi di parte, non vuole assolutamente vedere. Noi le vediamo, queste scelleratezze e le paghiamo pure e paghiamo lo scotto dell’intero sistema, dovendo essere tramontoanche sbeffeggiati da come vengono usati certi mezzi, mi riferisco ora  ad antenne satellitari e quant’altro potrebbe garantirci la punibilità dei danni (oltre al ripristino del luogo) di  simili soprusi. Possibile che per tutelare il territorio si debba addirittura pensare di acquisirlo ed evitare così che su i ruderi delle dimore pastorali venga costruito  l’ennesimo ‘nulla’, nonostante i vincoli ambientali? Difficile che si possa avere la possibilità economica per sostenerla, perché lo stato che fa? Da una parte tutela il territorio per modo di dire e in molti casi addirittura per finta (tipo fatta la legge trovato l’inganno), ma tassa anche i terreni non agricoli.

Il conto finale, quello più ‘salato’ lo pagheremo tutti, senza distinzioni, se non si vuole rinunciare al proprio che deve crescere sempre di più: è un sistema ottuso in quanto implosivo, converrà cambiare rotta e tornare a dare senso al “comune“, farlo ritornare ad essere un “bene”.

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  • monica serrano
    4 settembre 2015 at 22:34 - Reply

    cara rob

    bellissima lettura! Adelante, in parole e azione. Ti abbraccio

  • Barbara
    9 settembre 2015 at 20:21 - Reply

    É un articolo che apre una finestra su una grande verità! !!! Bravissima e in gamba, la mia amica Roberta.

  • Carmine Verduci
    15 febbraio 2019 at 19:16 - Reply

    Apprezzo molto questa voglia di improvvisarsi reporter, ma almeno farlo con notizie “vere” e non con cose scritte che ben si discostano dalla realtà.

    Punto 1 La foto del faro con la mia firma tagliata
    Punto 2 La casa dell’esponente del PD (o meglio ex Ministro Minniti)esisteva già da fine ‘800 (lui l’ha solo acquistata)
    Punto 3 Cesare pavese cosa??? Privato dal Fascismo di proferir parola? Si vede che non c’è studio in fondo in fondo…
    Punto 4 il fascismo ha contribuito allo scempio del territorio soltanto per aver realizzato opere che ancora oggi sono in piedi, mentre le strutture che dovrebbero funzionare meglio cadono a pezzi.
    Punto 5 Il paesaggio imbruttito di cui parli è vero a tratti non è idilliaco, ma forse non hai colto il suo intrinseco significato, ti invito a ritornarci con altri occhi, magari non ti sfuggono i bellissimi Calanchi di Palizzi, o La torre di Galati con il suo paesaggio agreste intorno. L’antica Brancaleone Vetus con le sue grotte rupestri, la dimora del confino di Cesare Pavese nel centro di Brancaleone, e sopratutto tutto l’entroterra di Brancaleone con i borghi di Staiti, Bruzzano Zeffirio con la mitica Rocca Armenia, e Ferruzzano Superiore con i suoi palmenti rupestrinel bosco di Rudina (sito S.I.C.) …. e non mi dilungo oltre….